lunedì 26 settembre 2011

Forma mentis

Sono cresciuta in un paese piccolo, in cui conosciamo il benzinaio, la fornaia e la salumiera del supermercato. La signora dell’edicola sa esattamente a che punto sei della tua vita e come stanno i tuoi parenti, il barista ti dà i biglietti del pullman senza neanche chiedere. Ci si presenta per soprannome di famiglia, in dialetto, quando si cerca qualcosa si sa sempre dove andare.
Da piccola, abitavamo in un condominio al primo piano, affianco a zio Pierino. Al piano di sotto, nonna nonno e zia Pina, al piano di sopra zia Caterina. Tenevamo le chiavi sempre attaccate alle porte, a pensarci ora, altro che ladri. Mi ricordo la resina degli abeti che non si staccava dalle dita, i legnetti per fare zattere legate male, il tavoliere di nonna sempre su due sedie. Sentirsi grande quando ti davano il permesso di sbucciare le mandorle col martello. Il cancello come rete da pallavolo, il fracasso del portone della rimessa quando giocavamo ai dieci fratelli con le cugine.
Siamo andati a casa nuova in campagna che avevo una decina d’anni, ma siamo stati soli per poco. Adesso nelle case accanto ci sono zio Pierino, zia Pina e zia Caterina. Siamo una specie di villaggio vacanze in cui le porte d’ingresso non le usa nessuno: si passa dalla cucina, dalla veranda, dalle porte finestre sempre aperte. Se zia Annamaria ti invita per il caffè, è scontato che possa apparire Andrea, Elena o zio Piero, se ti bevi qualcosa sul divanetto la sera d’estate puoi ritrovarti in dieci dopo mezzora. È una sorta di paese in miniatura, una rete di risate e chiacchiere, che ha i suoi momenti di invadenza così come quelli geniali. Ma nessuno sente il bisogno di chiedere permesso.
Io sono della stessa forma. Si arriva facilmente, senza superare prove. Si entra a far parte di un via vai in cui si può scegliere quanto fermarsi: in una casa non entrano solo gli ospiti più desiderati, sarebbe tutto troppo distillato. Chiaro, alcuni vorrei farli restare più tempo, preparo da mangiare e da bere, moltiplico l’accoglienza, con altri è tutto più veloce. Alcuni vanno via sempre quando la conversazione stava entrando nel vivo. Ma sono una persona poco abituata alle distanze e alle formalità, permesso scusa per piacere non ti offendere posso? Le ho imparate dopo, e non sono la cosa che mi riesce più naturale. Sono un po’ ruvida, lancio frasi mal presentate, penso sempre un attimo in ritardo che potevo dare fastidio. Per i miei pochi chiavistelli le chiavi le do io stessa. Ma il microcosmo che mi ha cresciuta mi ha insegnato che spesso le cose più oneste, le migliori, non passano per un lento tastarsi e annusarsi per stabilire una compatibilità molecolare. Sono estemporanee, a volte terra terra, sono risate fragorose e parole a profusione. Entrano senza problemi, ma vanno via tranquille se capiscono di disturbare. Portano con sé inviti, racconti da riraccontare, qualche libro, odori e gusti sconosciuti. Sono porte aperte a qualunque ora, senza passare per l’ingresso.

"Non parlarmi di sociologia
non fermarmi mentre scivolo via,
nei salotti bene che piacciono a te
si fuma e si parla di polvere...
Spesso stando fermi si viaggia di più
dillo agli imbecilli con cui viaggi tu
Salgo su una stella la mia ideologia
è un altro universo,
è casa mia
è un luogo diverso,
è un'utopia..."


2 commenti:

  1. la giornata delle porte aperte! :o

    RispondiElimina
  2. Magari fosse così tutti i giorni... o per tutte le persone! :)

    RispondiElimina