Quando guardo questa città, da un suo angolo a caso, vorrei non cambiasse mai. Fino ad ora, la sola cosa che si è modificata col tempo è la mia familiarità con lei e coi suoi marciapiedi, il nostro reciproco riconoscerci. Uno sguardo d’intesa, appena arrivata, con le tessere colorate.
Mi affaccio in tutti negozi e mi chiedo, nell’ordine: che serietà possa ispirare una ditta che produce bagnoschiuma di un’inquietante rosso-bacca-dei-puffi o viola-venerdì-santo, per di più orgogliosamente in bella vista in confezioni trasparenti; cosa mai possa spingere una persona sana di mente (che non abbia bauli di denaro da buttare dalla finestra) a comprare una penna Mont Blanc con brillantino incastonato e nome inciso sul tappo; perché la Feltrinelli abbia sempre quelle promozioni in bella vista, a causa delle quali devo ammanettarmi se voglio evitare acquisti inconsulti ed attacchi di libridine. Che poi, io e le librerie abbiamo una nostra convenzione privata per cui, appena compro un libro, due-tre giorni dopo lo si trova almeno col 30% di sconto.
In questo posto, a consumarmi le suole delle scarpe, non esiste più niente. È andata via ogni cosa, come le macchie dai vestiti, e l’unico alone rimasto è da qualche parte nella memoria, ma non si vede troppo. Stare qui ferma, seduta, potrebbe essere qualcosa di eterno, con le gambe di piombo e una sensazione di pietra nel resto del corpo. Sembra impossibile alzarsi dal muretto. Mi rendo conto dopo che sto sorridendo da sola, pensando ad un accento, una frase, una battuta di chissà quando, e rido così senza motivo, e lascio che il funzionario delle FS mi guardi perplesso, e non ho spiegazioni da dare.
Il modo di parlare delle persone mi rapisce, accade spessissimo. Posso sentire un racconto, un richiamo, un’invettiva, mi attira quella virgola di dialetto, il modo di pronunciare una lettera, l’ascesa o la discesa della frase. La parlata, come si dice da me, il regionalismo che rende uniche le persone. Rubo le espressioni in giro e me le conservo gelosa, sottolineo i loro svolazzi e le volute che fanno, le spirali che descrive qualche parola messa insieme, che se si potessero scrivere me le appunterei ma non renderebbero. Seduta sul muretto, continuo a prendermi le frasi degli altri, guardando le nuvole nere che arrivano... meglio qui che altrove, si potrebbe restare per sempre. In mezzo al rosso del laterizi e all’odore di autunno perenne.
Ma siamo in Emilia, e Bologna si affretta a ricordarmelo... soccmel, ho scordato l’OMBRELLO!
"É o projeto da casa, é o corpo na cama,
é o carro emguicado, é a lama é a lama
é um passo, é uma ponte, é um sapo, é uma ra,
é um resto de mato na luz da manha
São as aguas de março fechando o verao,
é a promessa de vida no teu coraçao"
mercoledì 28 maggio 2008
sabato 17 maggio 2008
Il paese dei balocchi
I DIECI DIRITTI IMPRESCINDIBILI DEL LETTORE
1. Il diritto di non leggere
2. Il diritto di saltare le pagine
3. Il diritto di non finire un libro
4. Il diritto di rileggere
5. Il diritto di leggere qualsiasi cosa
6. Il diritto al bovarismo (malattia testualmente trasmissibile)
7. Il diritto di leggere ovunque
8. Il diritto di spizzicare
9. Il diritto di leggere a voce alta
10. Il diritto di tacere
[Daniel Pennac]
Quando entro in libreria, dimenticate pure di avermi mai vista. Basta un passo, due al massimo, e niente di quello che succede in strada è ancora reale.
Quando entro in libreria, scompare l’orologio che seguono gli altri, affondo nella mia dimensione senza tempo in cui mi sento a mio agio e perfettamente accettata. Mi lascio rapire, condurre, ammaestrare dagli scaffali e dai banchi inondati di libri, non sono più la ragazza stanca dopo ore di lezione o con le spalle doloranti a causa dello zaino, ma mi muovo ipnotizzata da un capo all’altro della sala, senza volontà e con tutta la volontà. Annuso la polvere sulla carta, prendo qualche volume a caso, sfoglio, leggo, passo le dita sulle pagine, mi concentro su una frase quasi a volerla salvare dall’abbandono. A volte mi perdo. Giramenti di testa o un lieve malessere, simile a uno spavento annunciato, non riesco a focalizzare nulla. Quando accade, a curarmi è la libreria stessa: ho alcuni libri che forse non comprerò mai, ma che cerco con lo sguardo, in mezzo agli altri, come si cerca un amico in una folla di sconosciuti. Ad esempio, “Il bar sotto il mare” di Benni, che non so neanche di cosa parli, mi restituisce quel minimo sindacale di realtà indispensabile per stare bene.
Poi ci sono i libri che mi aspettano in prima fila, a ricordarmi la mia promessa. Si fanno vedere lì al loro posto, pazienti, pronti per il giorno in cui uscendo dalla libreria li avrò presi con me. “Memorie di Adriano” della Yourcenar è uno di questi, insieme a “Cecità” di Saramago e vari altri. Ogni tanto vado a salutarli, a prenderci un tè, e non accetterei mai che qualcuno me li prestasse, perché loro ci contano, sono già miei, e sarebbe un tradimento. Sono le uniche creature che possa andare a trovare con la certezza che vedermi gli farà piacere.
Quando entro il libreria, ho tentazioni più forti che davanti a un bancone di dolci, mi ci tuffo provando ancora lo stupore ingenuo di vedere un mondo che si rinnova senza perdere il suo passato. E si muove, e cambia, ha spazio per tutti, ma non lascia nessuno da parte. Una volta, sedute su due poltroncine della Feltrinelli di Bologna, Giulia mi disse: “Te lo immagini? Avere una casa così…”, ed io me lo sono immaginato. Ho guardato le pareti coperte dai volumi, il mare multicolore delle copertine, e ho chiuso gli occhi per lasciarmi trapassare da tutte quelle storie, idee, spiegazioni: “Sì, sarebbe bellissimo”. Sarebbe poter scegliere ogni volta qualcosa di nuovo e sconosciuto, avere la libertà di non saziarsi mai. Sarebbe, soprattutto, prendere un giorno un libro, e prestarlo a qualcuno. Regalarlo, se è una storia che amiamo, affidarlo alle cure di un altro, provare a metà con lui la gioia di averlo letto.
Perché è vero che la lettura è vigliacca: offre il riparo sicuro di non dover dire in chi ci siamo immedesimati, cosa avremmo voluto fare, la lettura è il confessore che non tradirà mai la lacrima che abbiamo versato o il sogno erotico che ci ha provocato. Una volta chiuso, il libro resterà in silenzio, e manterrà per sé quel filo che ci lega, il segreto che si svela solo se siamo noi ad aprirlo. Ma è vero altrettanto che dietro questa codardia di nascondersi nelle parole di uno sconosciuto, c’è anche la voglia irrefrenabile di essere scoperti, prima o poi. Di trovare qualcuno che abbia più coraggio di noi e ci riveli il segreto che divide con quel libro. E se è il nostro stesso segreto, eccola lì: la sensazione di aver trovato una bella persona, non solo una bella storia.
Buona lettura!
"La filosofia sembra che si occupi della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi di fantasie, ma forse dice la verità" [A. Tabucchi]
1. Il diritto di non leggere
2. Il diritto di saltare le pagine
3. Il diritto di non finire un libro
4. Il diritto di rileggere
5. Il diritto di leggere qualsiasi cosa
6. Il diritto al bovarismo (malattia testualmente trasmissibile)
7. Il diritto di leggere ovunque
8. Il diritto di spizzicare
9. Il diritto di leggere a voce alta
10. Il diritto di tacere
[Daniel Pennac]
Quando entro in libreria, dimenticate pure di avermi mai vista. Basta un passo, due al massimo, e niente di quello che succede in strada è ancora reale.
Quando entro in libreria, scompare l’orologio che seguono gli altri, affondo nella mia dimensione senza tempo in cui mi sento a mio agio e perfettamente accettata. Mi lascio rapire, condurre, ammaestrare dagli scaffali e dai banchi inondati di libri, non sono più la ragazza stanca dopo ore di lezione o con le spalle doloranti a causa dello zaino, ma mi muovo ipnotizzata da un capo all’altro della sala, senza volontà e con tutta la volontà. Annuso la polvere sulla carta, prendo qualche volume a caso, sfoglio, leggo, passo le dita sulle pagine, mi concentro su una frase quasi a volerla salvare dall’abbandono. A volte mi perdo. Giramenti di testa o un lieve malessere, simile a uno spavento annunciato, non riesco a focalizzare nulla. Quando accade, a curarmi è la libreria stessa: ho alcuni libri che forse non comprerò mai, ma che cerco con lo sguardo, in mezzo agli altri, come si cerca un amico in una folla di sconosciuti. Ad esempio, “Il bar sotto il mare” di Benni, che non so neanche di cosa parli, mi restituisce quel minimo sindacale di realtà indispensabile per stare bene.
Poi ci sono i libri che mi aspettano in prima fila, a ricordarmi la mia promessa. Si fanno vedere lì al loro posto, pazienti, pronti per il giorno in cui uscendo dalla libreria li avrò presi con me. “Memorie di Adriano” della Yourcenar è uno di questi, insieme a “Cecità” di Saramago e vari altri. Ogni tanto vado a salutarli, a prenderci un tè, e non accetterei mai che qualcuno me li prestasse, perché loro ci contano, sono già miei, e sarebbe un tradimento. Sono le uniche creature che possa andare a trovare con la certezza che vedermi gli farà piacere.
Quando entro il libreria, ho tentazioni più forti che davanti a un bancone di dolci, mi ci tuffo provando ancora lo stupore ingenuo di vedere un mondo che si rinnova senza perdere il suo passato. E si muove, e cambia, ha spazio per tutti, ma non lascia nessuno da parte. Una volta, sedute su due poltroncine della Feltrinelli di Bologna, Giulia mi disse: “Te lo immagini? Avere una casa così…”, ed io me lo sono immaginato. Ho guardato le pareti coperte dai volumi, il mare multicolore delle copertine, e ho chiuso gli occhi per lasciarmi trapassare da tutte quelle storie, idee, spiegazioni: “Sì, sarebbe bellissimo”. Sarebbe poter scegliere ogni volta qualcosa di nuovo e sconosciuto, avere la libertà di non saziarsi mai. Sarebbe, soprattutto, prendere un giorno un libro, e prestarlo a qualcuno. Regalarlo, se è una storia che amiamo, affidarlo alle cure di un altro, provare a metà con lui la gioia di averlo letto.
Perché è vero che la lettura è vigliacca: offre il riparo sicuro di non dover dire in chi ci siamo immedesimati, cosa avremmo voluto fare, la lettura è il confessore che non tradirà mai la lacrima che abbiamo versato o il sogno erotico che ci ha provocato. Una volta chiuso, il libro resterà in silenzio, e manterrà per sé quel filo che ci lega, il segreto che si svela solo se siamo noi ad aprirlo. Ma è vero altrettanto che dietro questa codardia di nascondersi nelle parole di uno sconosciuto, c’è anche la voglia irrefrenabile di essere scoperti, prima o poi. Di trovare qualcuno che abbia più coraggio di noi e ci riveli il segreto che divide con quel libro. E se è il nostro stesso segreto, eccola lì: la sensazione di aver trovato una bella persona, non solo una bella storia.
Buona lettura!
"La filosofia sembra che si occupi della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi di fantasie, ma forse dice la verità" [A. Tabucchi]
lunedì 12 maggio 2008
Uno stupido incubo
"Se mai hai avuto quindici anni sai
cos'è quel sogno detto America
l'hai marcato al tuo viso, nello sguardo deciso"
Non ho mai voluto andare in America. Cioè, in tutta quella parte di continente che va dalla Groenlandia alla Florida, che comunemente si chiama America. Così immisurabile, votata allo sperdimento, per me che già scompaio in una città di centomila persone. Sapere che c’è l’America, lo sconfinato fazzoletto di terra di là dal mare, mi fa sentire più stabile anche se non più protetta: mi fa paura il suo grigio da grattacielo, tanto quanto mi rassicura l’idea che tutta quella gente non sprofondi inghiottita dall’acqua. La mia America non ha un volto né un punto d’arrivo preciso, non è bianca né nera, è quella sorta di accadere indistinto di cui posso dimenticare, senza neanche assicurarmi che esista.
Le mamme forlivesi portano i bambini al parco. Leggono i giornali, si scambiano ricette e li sgridano se spingono gli altri giù dallo scivolo, come fanno le mamme che portano i bambini al parco. Io vorrei andare in Messico. Perù, Cile, Brasile, Nicaragua. Esserci nata, conoscere già le consuetudini, averne il colore sulla pelle. Per arrivare lì non mi basta certo un metro e cinquantacinque. Posso al massimo prendere una nave e aspettare per giorni, e vedere la terra all’orizzonte, prima di riaprire gli occhi. Come fa tutta quella gente ad esserci già stata, e come ha fatto poi a tornare indietro?
Stanotte ho sognato di essere inseguita. Non è la prima volta, anche se forse è meglio che sognare di cadere, com’è stato finora. Un inseguimento infinito, giù da un trampolino in una piscina che prima era vuota su un autobus tra i vestiti appesi in un mercatino da un bar all’altro con una bacchetta magica che non segue le mie formule di spalle davanti a una vetrina in un cantiere col pavimento sterrato su una strada senza curve in un centro storico su un cavallo scivolando sui sampietrini. Non arrivavo mai, né sapevo da cosa esattamente scappassi. Un uomo, credo. Una paura. Non lo so, certe cose nei sogni si danno per scontate.
Mi sono svegliata stanca e angosciata, con un sapore di sconfitta che ci è voluta mezza giornata a mandar via. Mi inseguono, chi mi prende per mano? Mi sparano addosso, chi mi avverte perché schivi i colpi? Chi mi fa cenno di entrare in casa, se mi vede passare trafelata? Nessuna sorpresa, neanche nei sogni. Non posso permettermi di guardare indietro. Indietro non c’è più niente. Corro. Quello che penso, non ho alcun diritto di dirglielo. Uno stupido incubo, era solo uno stupido incubo. Corro.
Domani butterò le lenzuola in lavatrice e per l’ennesima volta penserò che sto bene. Basta dimenticarsi, è lì la chiave di tutto, basta saper dimenticare e sapersi mentire. Prendersi per culo. Avere la faccia tosta di guardarsi allo specchio e dire che “comunque va tutto bene”. In realtà corro, ma non so neanche com’è fatta la salvezza alla fine della strada, se somiglia a un salto su una nave. Quasi certamente, dovessi passarci accanto, non la riconoscerò.
Ma poi a tutte le domande che ho sempre in testa, non è importante trovare una risposta: io so di essere così. Una che si segna sul calendario i compleanni, i posti in cui è stata, le ultime lezioni di ogni materia. Una che dall’indecisione ci mette una settimana a separare roba estiva e roba invernale. Una che puoi anche non rispondere, tanto poi ti cerca lei. Io sono una persona così: che ci pensi il giorno dopo e poi basta.
"Ho sognato una strada
che si ferma su un ponte
e che di là da un muro alto
corre l'orizzonte
Mi ci vorrebbe una scala
mi ci vorrebbe una luce
mi ci vorrebbe il coraggio
di dare una voce"
(E vi dico che aspetto l'angelo dall'orizzonte. Io sì.)
cos'è quel sogno detto America
l'hai marcato al tuo viso, nello sguardo deciso"
Non ho mai voluto andare in America. Cioè, in tutta quella parte di continente che va dalla Groenlandia alla Florida, che comunemente si chiama America. Così immisurabile, votata allo sperdimento, per me che già scompaio in una città di centomila persone. Sapere che c’è l’America, lo sconfinato fazzoletto di terra di là dal mare, mi fa sentire più stabile anche se non più protetta: mi fa paura il suo grigio da grattacielo, tanto quanto mi rassicura l’idea che tutta quella gente non sprofondi inghiottita dall’acqua. La mia America non ha un volto né un punto d’arrivo preciso, non è bianca né nera, è quella sorta di accadere indistinto di cui posso dimenticare, senza neanche assicurarmi che esista.
Le mamme forlivesi portano i bambini al parco. Leggono i giornali, si scambiano ricette e li sgridano se spingono gli altri giù dallo scivolo, come fanno le mamme che portano i bambini al parco. Io vorrei andare in Messico. Perù, Cile, Brasile, Nicaragua. Esserci nata, conoscere già le consuetudini, averne il colore sulla pelle. Per arrivare lì non mi basta certo un metro e cinquantacinque. Posso al massimo prendere una nave e aspettare per giorni, e vedere la terra all’orizzonte, prima di riaprire gli occhi. Come fa tutta quella gente ad esserci già stata, e come ha fatto poi a tornare indietro?
Stanotte ho sognato di essere inseguita. Non è la prima volta, anche se forse è meglio che sognare di cadere, com’è stato finora. Un inseguimento infinito, giù da un trampolino in una piscina che prima era vuota su un autobus tra i vestiti appesi in un mercatino da un bar all’altro con una bacchetta magica che non segue le mie formule di spalle davanti a una vetrina in un cantiere col pavimento sterrato su una strada senza curve in un centro storico su un cavallo scivolando sui sampietrini. Non arrivavo mai, né sapevo da cosa esattamente scappassi. Un uomo, credo. Una paura. Non lo so, certe cose nei sogni si danno per scontate.
Mi sono svegliata stanca e angosciata, con un sapore di sconfitta che ci è voluta mezza giornata a mandar via. Mi inseguono, chi mi prende per mano? Mi sparano addosso, chi mi avverte perché schivi i colpi? Chi mi fa cenno di entrare in casa, se mi vede passare trafelata? Nessuna sorpresa, neanche nei sogni. Non posso permettermi di guardare indietro. Indietro non c’è più niente. Corro. Quello che penso, non ho alcun diritto di dirglielo. Uno stupido incubo, era solo uno stupido incubo. Corro.
Domani butterò le lenzuola in lavatrice e per l’ennesima volta penserò che sto bene. Basta dimenticarsi, è lì la chiave di tutto, basta saper dimenticare e sapersi mentire. Prendersi per culo. Avere la faccia tosta di guardarsi allo specchio e dire che “comunque va tutto bene”. In realtà corro, ma non so neanche com’è fatta la salvezza alla fine della strada, se somiglia a un salto su una nave. Quasi certamente, dovessi passarci accanto, non la riconoscerò.
Ma poi a tutte le domande che ho sempre in testa, non è importante trovare una risposta: io so di essere così. Una che si segna sul calendario i compleanni, i posti in cui è stata, le ultime lezioni di ogni materia. Una che dall’indecisione ci mette una settimana a separare roba estiva e roba invernale. Una che puoi anche non rispondere, tanto poi ti cerca lei. Io sono una persona così: che ci pensi il giorno dopo e poi basta.
"Ho sognato una strada
che si ferma su un ponte
e che di là da un muro alto
corre l'orizzonte
Mi ci vorrebbe una scala
mi ci vorrebbe una luce
mi ci vorrebbe il coraggio
di dare una voce"
(E vi dico che aspetto l'angelo dall'orizzonte. Io sì.)
domenica 27 aprile 2008
"Fare tanta strada e arrivare qua"
Sono di ritorno, ancora. Sono stata fuori altri tre giorni, dopo i precedenti tre, e via dicendo, tanto che sopporto malvolentieri l’idea di dover restare qui per un po’. Ho sempre creduto che viaggiare fosse un muoversi momentaneo, che inizia con l’idea di dover finire, e che la cosa più importante fosse sempre avere una casa, da qualche parte, pronta ad accoglierci al ritorno. Mi sono resa conto invece, negli ultimi tempi, di quanto poco mi basti per stare bene in un posto. Non ho bisogno di appigli né di rifugi, non è necessario che abbia la certezza di un posto dove tornare. Mi basta solo passare il tempo con qualcuno con cui sto bene, ridere, guardarmi intorno, mi basta chiacchierare e scrivere e ascoltare musica. E per ognuna di queste cose, ovunque è perfetto. Non chiedo poi molto. Eppure non l’avrei mai detto, e mi stupisce accorgermene, mi lascia interdetta. Ho sempre amato stare comoda. Chissà se sono davvero cambiata, o sono solo leggermente più cosciente.
Penso a tutto questo con la testa affondata nell’acqua della vasca da bagno, nell’isolamento acustico e visivo completo. Mentre resto così, con il viso rivolto verso il fondo, la superficie liscia della vasca si sfrega contro le mie labbra e la punta del naso. Mi accarezza, muta. E mi fa pensare a tutti i difetti che si vedeva addosso, le tante imperfezioni che era capace di scovarsi, di cui ero così stupidamente innamorata. Le infinite meraviglie a cui ho confessato, per l’unica volta nella mia vita, che mi facevano impazzire. Io, ti rendi conto? Sono stata io. Così mi dondolo un po’ fra le immagini, con un mezzo sorriso, correggendo in ritardo ciò che avrei voluto dire. Aggiungo alle mie frasi quell’incisività e quella dolcezza che spesso l’emozione non è riuscita a rendere. Mi sembra quasi di poterglielo dire, piano in un orecchio, che non saprei immaginare una felicità più bella. E di non lasciarmi sola.
Ho letto un libro, da poco. L'ho fatto per metà con i miei occhi e per metà con i suoi, senza volerlo. Mi è sembrato migliorare ad ogni parola, e credo di aver pianto a pagine alterne, tanto da prolungare la lettura ripetendola infinite volte, con la scusa di aver visto le frasi appannate. A metà del libro, mi sono spaventata. Tutto ciò che vedevo in quelle righe mi sembrava troppo grande, troppo forte, troppo grave, come un mantello scuro che mi cadesse addosso fino a soffocarmi. Temevo di essere destinata alla vita che leggevo, ma soprattutto mi sovrastava tutto quello che imparavo dall'autrice, che tante volte avevo intravisto nel suo sguardo. Troppe volte, nel suo sguardo, come avevo fatto a non capire. Quando il libro è finito, non bastavano neanche più le lacrime. Sono tornata indietro, a quella pagina che conoscevo molto prima di leggerla da sola. Non bastava piangere, quando il libro è finito, non l'ho più dimenticato.
Poi il bordo della vasca mi ricorda quanto sia ingenuo da parte mia perdere tempo a rispolverare queste cose. L’acqua calda mi provoca sempre una specie di languore, e intorpidisce i miei pensieri, ma ora sono quasi brava a vederli da lontano. Come l’ultima parola che ho sentito, e l’ultimo gesto d’affetto. Sono quasi brava a guardarli come sono, piccole cicatrici che non hanno mai avuto una possibilità di espiazione.
Mi metto in piedi, e aspetto ferma finché quasi tutta l’acqua sparisce nello scolo. Dopo questa sorta di rito pomeridiano, giacché è la prima volta che - come dice Verena - “prendo una vasca”, ho tantissime cose a cui dedicarmi. E mi passerà presto di mente la sensazione ovattata di stare con la testa immersa nel calore, con i pensieri immersi nella testa, e tutta la pelle rapita dai pensieri.
"Troppo cerebrale per capire che si può star bene
senza complicare il pane
ci si spalma sopra un bel giretto di parole
vuote ma doppiate
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo
e quando dormo taglia bene l'aquilone,
togli la ragione e lasciami sognare
lasciami sognare in pace"
Penso a tutto questo con la testa affondata nell’acqua della vasca da bagno, nell’isolamento acustico e visivo completo. Mentre resto così, con il viso rivolto verso il fondo, la superficie liscia della vasca si sfrega contro le mie labbra e la punta del naso. Mi accarezza, muta. E mi fa pensare a tutti i difetti che si vedeva addosso, le tante imperfezioni che era capace di scovarsi, di cui ero così stupidamente innamorata. Le infinite meraviglie a cui ho confessato, per l’unica volta nella mia vita, che mi facevano impazzire. Io, ti rendi conto? Sono stata io. Così mi dondolo un po’ fra le immagini, con un mezzo sorriso, correggendo in ritardo ciò che avrei voluto dire. Aggiungo alle mie frasi quell’incisività e quella dolcezza che spesso l’emozione non è riuscita a rendere. Mi sembra quasi di poterglielo dire, piano in un orecchio, che non saprei immaginare una felicità più bella. E di non lasciarmi sola.
Ho letto un libro, da poco. L'ho fatto per metà con i miei occhi e per metà con i suoi, senza volerlo. Mi è sembrato migliorare ad ogni parola, e credo di aver pianto a pagine alterne, tanto da prolungare la lettura ripetendola infinite volte, con la scusa di aver visto le frasi appannate. A metà del libro, mi sono spaventata. Tutto ciò che vedevo in quelle righe mi sembrava troppo grande, troppo forte, troppo grave, come un mantello scuro che mi cadesse addosso fino a soffocarmi. Temevo di essere destinata alla vita che leggevo, ma soprattutto mi sovrastava tutto quello che imparavo dall'autrice, che tante volte avevo intravisto nel suo sguardo. Troppe volte, nel suo sguardo, come avevo fatto a non capire. Quando il libro è finito, non bastavano neanche più le lacrime. Sono tornata indietro, a quella pagina che conoscevo molto prima di leggerla da sola. Non bastava piangere, quando il libro è finito, non l'ho più dimenticato.
Poi il bordo della vasca mi ricorda quanto sia ingenuo da parte mia perdere tempo a rispolverare queste cose. L’acqua calda mi provoca sempre una specie di languore, e intorpidisce i miei pensieri, ma ora sono quasi brava a vederli da lontano. Come l’ultima parola che ho sentito, e l’ultimo gesto d’affetto. Sono quasi brava a guardarli come sono, piccole cicatrici che non hanno mai avuto una possibilità di espiazione.
Mi metto in piedi, e aspetto ferma finché quasi tutta l’acqua sparisce nello scolo. Dopo questa sorta di rito pomeridiano, giacché è la prima volta che - come dice Verena - “prendo una vasca”, ho tantissime cose a cui dedicarmi. E mi passerà presto di mente la sensazione ovattata di stare con la testa immersa nel calore, con i pensieri immersi nella testa, e tutta la pelle rapita dai pensieri.
"Troppo cerebrale per capire che si può star bene
senza complicare il pane
ci si spalma sopra un bel giretto di parole
vuote ma doppiate
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo
e quando dormo taglia bene l'aquilone,
togli la ragione e lasciami sognare
lasciami sognare in pace"
martedì 22 aprile 2008
Aprile, pensieri
Ho canzoni come non le ha nessuno. La musica, tutte le sfumature. Sentire la musica.
C’è quella canzone che, quando inizia, io ho paura. Lo so già dalle prime note che basterà poco, un secondo mio di distrazione, e lei mi prenderà alle spalle. Mi scoprirà nel punto che fa più male, e userà le parole che io so e che non voglio vedere. Le parole che io so e che sono così enormi, e meravigliose, così infinitamente preziose. Una musica che inizia portandosi dentro tutti i miei segreti, e che mi piacerebbe se li tenesse per sé e li cancellasse da ogni altro luogo in cui li custodisco. Li conservi lei, glieli affido.
Ho quella canzone che è rimasta sotto la pelle perché da sola non l’avrei trovata mai. E l’altra, ancora, lasciata ad aspettarmi tanti di quegli anni, paziente come solo una musica può esserlo, con tutta l’eternità davanti. Ho una canzone che lo sapevo che ti amavo, ed una che ho dedicato a bassa voce, ne ho tante di persone che non lo sapranno mai. Tante che sono contenta che nessuno lo sappia.
Una canzone, una volta, trovata lì per caso quando nessuno la sentiva, che mi ha fatto capire. O mi ha lasciata in mezzo all’oceano come una donna bianca, fuori da una miniera, su una nave, mi ha dato una vita nomade, su un balcone di gerani. Mi ha lasciato in mano qualcosa, e sempre niente.
Ho canzoni (molto poche) che m’immobilizzano e mi chiudono gli occhi, che mi rendono l’aria leggera e faticoso il respiro, canzoni che accarezzano l’anima del mondo. Che non posso ascoltare troppo spesso, perché m’indeboliscono ogni slancio. Che hanno un colore tutto per sé ed ogni tanto poi, ogni tanto, sono loro e nient’altro. Mi fido della musica. Anche se ho paura.
Ho canzoni del partire, che spingono lo sguardo in avanti assieme a una chitarra o un motivo di percussioni; musiche del ritorno, malinconiche e dolci, prive di violenza, che trasformano in ebano e avorio la strada di casa.
Ho anche di quelle canzonette allegre da pulizie di stagione, da Alice guarda i gatti e i gatti girano nel sole, senza pensare troppo, ché oggi c'è buontempo e teniamo la porta aperta davanti alla primavera! Piccole canzoni d’infanzia, io le amo perché per prime loro hanno amato me, e le ucciderei per come mi hanno cambiata, e le perderei volentieri, le riascolterei volentieri.
Ho la canzone che dopo tanti anni sono ancora io, quel ragazzo.
Ho canzoni, io, che non posso più ascoltare.
Non ho mai avuto una canzone.
PS: E a lei che mi dice che fa freddo, che si sta meglio protetti da quattro mura, mi viene da rispondere che a volte bastano poche canzoni, o una sola, a farci correre fuori.
C’è quella canzone che, quando inizia, io ho paura. Lo so già dalle prime note che basterà poco, un secondo mio di distrazione, e lei mi prenderà alle spalle. Mi scoprirà nel punto che fa più male, e userà le parole che io so e che non voglio vedere. Le parole che io so e che sono così enormi, e meravigliose, così infinitamente preziose. Una musica che inizia portandosi dentro tutti i miei segreti, e che mi piacerebbe se li tenesse per sé e li cancellasse da ogni altro luogo in cui li custodisco. Li conservi lei, glieli affido.
Ho quella canzone che è rimasta sotto la pelle perché da sola non l’avrei trovata mai. E l’altra, ancora, lasciata ad aspettarmi tanti di quegli anni, paziente come solo una musica può esserlo, con tutta l’eternità davanti. Ho una canzone che lo sapevo che ti amavo, ed una che ho dedicato a bassa voce, ne ho tante di persone che non lo sapranno mai. Tante che sono contenta che nessuno lo sappia.
Una canzone, una volta, trovata lì per caso quando nessuno la sentiva, che mi ha fatto capire. O mi ha lasciata in mezzo all’oceano come una donna bianca, fuori da una miniera, su una nave, mi ha dato una vita nomade, su un balcone di gerani. Mi ha lasciato in mano qualcosa, e sempre niente.
Ho canzoni (molto poche) che m’immobilizzano e mi chiudono gli occhi, che mi rendono l’aria leggera e faticoso il respiro, canzoni che accarezzano l’anima del mondo. Che non posso ascoltare troppo spesso, perché m’indeboliscono ogni slancio. Che hanno un colore tutto per sé ed ogni tanto poi, ogni tanto, sono loro e nient’altro. Mi fido della musica. Anche se ho paura.
Ho canzoni del partire, che spingono lo sguardo in avanti assieme a una chitarra o un motivo di percussioni; musiche del ritorno, malinconiche e dolci, prive di violenza, che trasformano in ebano e avorio la strada di casa.
Ho anche di quelle canzonette allegre da pulizie di stagione, da Alice guarda i gatti e i gatti girano nel sole, senza pensare troppo, ché oggi c'è buontempo e teniamo la porta aperta davanti alla primavera! Piccole canzoni d’infanzia, io le amo perché per prime loro hanno amato me, e le ucciderei per come mi hanno cambiata, e le perderei volentieri, le riascolterei volentieri.
Ho la canzone che dopo tanti anni sono ancora io, quel ragazzo.
Ho canzoni, io, che non posso più ascoltare.
Non ho mai avuto una canzone.
PS: E a lei che mi dice che fa freddo, che si sta meglio protetti da quattro mura, mi viene da rispondere che a volte bastano poche canzoni, o una sola, a farci correre fuori.
domenica 9 marzo 2008
Qualcuno con cui correre (-lettera allo specchio-)
"Non pretendo più di aver ragione
se parlo di vestiti e di carezze
le braccia lungo i fianchi farò cadere
pregare no, che non vorrei pregare
pregare no, che non vorrei pregare"
Caro Pinko,
oggi cercavo una figura maschile a cui scrivere una lettera, e mi sono divertita a pensare di mandarla a te, visto che noi due abbiamo sempre parlato e non ci vediamo da diverso tempo.
Ti penso sotto al tuo albero, quando sogno di casa mia, con i tuoi occhi buoni e quell’invadenza da giocherellone. Scrivo a te con parole mute, che non usciranno di qui, che non sapresti leggere. Per dirti di me, per chiederti scusa, perché sei passato anche tu nei miei anni e sei andato via. Per nessuna ragione precisa, come vedi, ma questo non ti importerà: fa’ come se ti stessi parlando, tieni la testa sulle mie gambe, lasciati accarezzare e addormentati pure... io non me la prendo!
Ti sembrerà strano, Pinko, ma ho sentito tante volte la tua mancanza, non credere che ora non pensi a te solo perché le mie attenzioni erano così rare. Quando ti slacciavo il collare, combattendo con gli scossoni del tuo scodinzolare, immediatamente ti davi ad una corsa sfrenata, a perdifiato per i campi. Esploravi, annusavi, abbaiavi per l’eccitazione e ti si perdeva lo sguardo per quanto ancora c’era da scoprire. Amavo vederti correre così, era quasi liberare qualcosa anche di me, sentire che ti stavo regalando delle ore bellissime sapendo che poi, sempre, saresti tornato. Assetato, affamato, sporco, stanco, pieno di gratitudine. Se fossi stata più grande, Pinko, se avessi saputo...
Se avessi saputo quanto so ora, avrei capito che quella corsa impetuosa valeva più di tutto il resto, dei piccoli divieti e delle tue impronte sul pavimento. E ti avrei lasciato correre. Se avessi saputo quando so ora, mi sarei lanciata con te ridendo, e senza limitazioni, avremmo giocato! Sì, ho sbagliato, come in tanti altri casi, perché non ero matura abbastanza e troppe cose mi sfuggivano. Ho fatto errori a iosa, e lo sai, mi brucia ammetterlo; ma credo che capire di averli commessi sia già sintomo di un miglioramento che, con dolore o di nascosto, lentamente avviene. O forse, dovrei dire di un cambiamento: migliorare con gli anni è proprio del vino e non sono sicura di poter dire lo stesso di me e del mio carattere.
Sono stata spesso, negli ultimi tempi, quanto non ho mai amato. Se ricordi un po’ la bambina che ero, avrai presente quella piccola combattente convinta di saper affrontare ogni imprevisto, poter sollevare ogni peso, arrivare correndo ovunque desiderasse. Contavo molto su di me e sulla mia impenetrabilità, sul controllo che esercitavo in ogni situazione: pensavo che mi avrebbe portato a fare scelte giuste, come succede nei film, come Lady Oscar. Credo invece di aver paura della fragilità che mi riconosco ultimamente. Vorrei ricostruire il mio bel muro di cinta, sentirmi superiore ad ogni debolezza e andare per la mia strada, come se nulla fosse. Ma non è così semplice. Nel momento in cui mi sono detta che tutto era cambiato, che volevo cambiare anch’io, il mondo ha fatto retromarcia; ed ora sono quella che il sabato mattina resta nel letto fino a mezzogiorno. Dopo dieci ore di sonno, capisci bene, è un rifugio da vigliacchi, come una sigaretta. Non credevo che il tempo potesse portarmi tanto lontano da ciò che volevo essere, ora avrò bisogno di altro tempo per recuperare, ma sarebbe opportuno che mi dessi una mossa perché non mi aspetta nessuno.
Li riconosci? I miei pugni chiusi sul muretto. Non farei male a una mosca, anche se anni fa i maschi mi temevano perché sapevo fare a botte. Forse mi hai anche vista qualche volta, mi hai vista che cadevo e non dicevo niente, che mi vergognavo, che mi incazzavo con tutto. Mi vedi adesso: negli occhi, le stesse rigidità e morbidezze, le fissazioni, le mie esagerazioni. Me lo chiedo e me lo chiedono, “Perché devi sempre esagerare?”, ma io non ne ho idea. Mi piacerebbe trovare un equilibrio che non sia messo in discussione, non a tempo indeterminato, questo no, ma almeno un poco. Mi piacerebbe non girare così tanto attorno a pensieri semplici fino a renderli distruttivi, poi sono esausta e stufa e insofferente. E ciò di cui ho paura accade sempre, precipitevolissimevolmente.
E’ capitato in altri casi che fossi stanca di una condizione, te ne ricordi, e per scuotermi pensavo che bastasse trasformare in pochi gesti e pochi giorni un’immagine di me diventata polverosa. Adesso mi sono tagliata i capelli, per nausea della mia faccia, e seppure mi sento più a mio agio il corso delle cose prosegue identico a prima. Cosa c’era da aspettarsi, Pinko? I miracoli sono persone e non accadono mai troppo spesso.
Vorrei che mi arrivasse qualcosa di buono. Niente di bello, di nobile, di sorprendente, ma un qualunque evento spoglio, che abbia la consistenza e l’accoglienza del pane caldo, la tangibilità, la solidità. Vorrei del buono, nulla più. Alla fine, come recita il buon Salinas nella poesia che sappiamo bene, “io non sono che quello che sono”.
Ho mal di testa dal tanto piangere, Pinko, ma non voglio più scriverti niente di triste. E l’unico modo per riuscirci, tu non me ne vorrai, è smettere di scrivere.
Ancora una carezza amico mio, corri quanto desideri, non farti frenare da nulla. Ciao piccolo!
"Sarà il destino che splende e poi riscende
tutto questo rumore che si sente
acqua libera che sempre si spande..."
se parlo di vestiti e di carezze
le braccia lungo i fianchi farò cadere
pregare no, che non vorrei pregare
pregare no, che non vorrei pregare"
Caro Pinko,
oggi cercavo una figura maschile a cui scrivere una lettera, e mi sono divertita a pensare di mandarla a te, visto che noi due abbiamo sempre parlato e non ci vediamo da diverso tempo.
Ti penso sotto al tuo albero, quando sogno di casa mia, con i tuoi occhi buoni e quell’invadenza da giocherellone. Scrivo a te con parole mute, che non usciranno di qui, che non sapresti leggere. Per dirti di me, per chiederti scusa, perché sei passato anche tu nei miei anni e sei andato via. Per nessuna ragione precisa, come vedi, ma questo non ti importerà: fa’ come se ti stessi parlando, tieni la testa sulle mie gambe, lasciati accarezzare e addormentati pure... io non me la prendo!
Ti sembrerà strano, Pinko, ma ho sentito tante volte la tua mancanza, non credere che ora non pensi a te solo perché le mie attenzioni erano così rare. Quando ti slacciavo il collare, combattendo con gli scossoni del tuo scodinzolare, immediatamente ti davi ad una corsa sfrenata, a perdifiato per i campi. Esploravi, annusavi, abbaiavi per l’eccitazione e ti si perdeva lo sguardo per quanto ancora c’era da scoprire. Amavo vederti correre così, era quasi liberare qualcosa anche di me, sentire che ti stavo regalando delle ore bellissime sapendo che poi, sempre, saresti tornato. Assetato, affamato, sporco, stanco, pieno di gratitudine. Se fossi stata più grande, Pinko, se avessi saputo...
Se avessi saputo quanto so ora, avrei capito che quella corsa impetuosa valeva più di tutto il resto, dei piccoli divieti e delle tue impronte sul pavimento. E ti avrei lasciato correre. Se avessi saputo quando so ora, mi sarei lanciata con te ridendo, e senza limitazioni, avremmo giocato! Sì, ho sbagliato, come in tanti altri casi, perché non ero matura abbastanza e troppe cose mi sfuggivano. Ho fatto errori a iosa, e lo sai, mi brucia ammetterlo; ma credo che capire di averli commessi sia già sintomo di un miglioramento che, con dolore o di nascosto, lentamente avviene. O forse, dovrei dire di un cambiamento: migliorare con gli anni è proprio del vino e non sono sicura di poter dire lo stesso di me e del mio carattere.
Sono stata spesso, negli ultimi tempi, quanto non ho mai amato. Se ricordi un po’ la bambina che ero, avrai presente quella piccola combattente convinta di saper affrontare ogni imprevisto, poter sollevare ogni peso, arrivare correndo ovunque desiderasse. Contavo molto su di me e sulla mia impenetrabilità, sul controllo che esercitavo in ogni situazione: pensavo che mi avrebbe portato a fare scelte giuste, come succede nei film, come Lady Oscar. Credo invece di aver paura della fragilità che mi riconosco ultimamente. Vorrei ricostruire il mio bel muro di cinta, sentirmi superiore ad ogni debolezza e andare per la mia strada, come se nulla fosse. Ma non è così semplice. Nel momento in cui mi sono detta che tutto era cambiato, che volevo cambiare anch’io, il mondo ha fatto retromarcia; ed ora sono quella che il sabato mattina resta nel letto fino a mezzogiorno. Dopo dieci ore di sonno, capisci bene, è un rifugio da vigliacchi, come una sigaretta. Non credevo che il tempo potesse portarmi tanto lontano da ciò che volevo essere, ora avrò bisogno di altro tempo per recuperare, ma sarebbe opportuno che mi dessi una mossa perché non mi aspetta nessuno.
Li riconosci? I miei pugni chiusi sul muretto. Non farei male a una mosca, anche se anni fa i maschi mi temevano perché sapevo fare a botte. Forse mi hai anche vista qualche volta, mi hai vista che cadevo e non dicevo niente, che mi vergognavo, che mi incazzavo con tutto. Mi vedi adesso: negli occhi, le stesse rigidità e morbidezze, le fissazioni, le mie esagerazioni. Me lo chiedo e me lo chiedono, “Perché devi sempre esagerare?”, ma io non ne ho idea. Mi piacerebbe trovare un equilibrio che non sia messo in discussione, non a tempo indeterminato, questo no, ma almeno un poco. Mi piacerebbe non girare così tanto attorno a pensieri semplici fino a renderli distruttivi, poi sono esausta e stufa e insofferente. E ciò di cui ho paura accade sempre, precipitevolissimevolmente.
E’ capitato in altri casi che fossi stanca di una condizione, te ne ricordi, e per scuotermi pensavo che bastasse trasformare in pochi gesti e pochi giorni un’immagine di me diventata polverosa. Adesso mi sono tagliata i capelli, per nausea della mia faccia, e seppure mi sento più a mio agio il corso delle cose prosegue identico a prima. Cosa c’era da aspettarsi, Pinko? I miracoli sono persone e non accadono mai troppo spesso.
Vorrei che mi arrivasse qualcosa di buono. Niente di bello, di nobile, di sorprendente, ma un qualunque evento spoglio, che abbia la consistenza e l’accoglienza del pane caldo, la tangibilità, la solidità. Vorrei del buono, nulla più. Alla fine, come recita il buon Salinas nella poesia che sappiamo bene, “io non sono che quello che sono”.
Ho mal di testa dal tanto piangere, Pinko, ma non voglio più scriverti niente di triste. E l’unico modo per riuscirci, tu non me ne vorrai, è smettere di scrivere.
Ancora una carezza amico mio, corri quanto desideri, non farti frenare da nulla. Ciao piccolo!
"Sarà il destino che splende e poi riscende
tutto questo rumore che si sente
acqua libera che sempre si spande..."
domenica 2 marzo 2008
Dedicato
"A chi ha cercato la maniera
e non l'ha trovata mai
alla faccia che ho stasera
dedicato a chi ha paura
e a chi sta nei guai..."
A quelli che si presentano con mezzora di ritardo agli appuntamenti, a quelli che “veramente non lo so, può darsi”, a chi ha fatto le volte di questa casa così alte. Alle lettere mai scritte, a quelle che avrebbero fatto meglio a restare nei cassetti, a quelle che invece dovevano partire. Ai collant troppo piccoli, ai maglioni che non hanno la XS, a tutta la roba che non faccio che mettere a posto per poi ritrovarla sparsa per la stanza. Agli ultimi tre mesi e mezzo che non sono ancora finiti. A quelli che ti urtano per strada senza mai chiedere scusa, come se non ti vedessero; alle biciclette che ti tagliano il percorso, al bar che ha aumentato il prezzo delle brioche, ai tacchi alti e alle scarpe strette. Ai termosifoni spenti, alle parole cattive e immeritate che sono e saranno dette, alla volontà e all’emozione che distorce le cose e impedisce di vedere. Al pavimento della cucina, che ci si mette un’ora per lavarlo ogni volta e non sembra mai pulito. Al nervosismo da sindrome premestruale. A tutte le volte che ho camminato per strada a testa bassa, alla nebbia che mi è penetrata nei vestiti, nei capelli e nei pensieri, ad ogni singolo momento in cui ho pensato che non valevo niente, che non volevo dare niente a nessuno, che non dovevo alcuna spiegazione. All’odore di candeggina sulle mani, ai messaggi senza risposta, al colore rosa antico e alla pasta che non si cuoce. A coloro che sono convinti di possedere la verità sulla vita e sull’amore, poiché non gli si darà mai torto, ma a volte si avrebbe un moto orgoglioso di rivolta. E si farebbe bene, a volte. Al silenzio che non posso gridare. A tutti i paletti che mi sono sempre stati imposti. Agli occhi gonfi, alle pretese, al mio letto nuovo che non arriva, a quello vecchio troppo scomodo.
E soprattutto: al mio stramaledetto ininterrotto pensare.
A tutto questo, il mio più cordiale e sincero VAFFANCULO.
"Ai miei pensieri
a com'ero ieri
e anche per me"
e non l'ha trovata mai
alla faccia che ho stasera
dedicato a chi ha paura
e a chi sta nei guai..."
A quelli che si presentano con mezzora di ritardo agli appuntamenti, a quelli che “veramente non lo so, può darsi”, a chi ha fatto le volte di questa casa così alte. Alle lettere mai scritte, a quelle che avrebbero fatto meglio a restare nei cassetti, a quelle che invece dovevano partire. Ai collant troppo piccoli, ai maglioni che non hanno la XS, a tutta la roba che non faccio che mettere a posto per poi ritrovarla sparsa per la stanza. Agli ultimi tre mesi e mezzo che non sono ancora finiti. A quelli che ti urtano per strada senza mai chiedere scusa, come se non ti vedessero; alle biciclette che ti tagliano il percorso, al bar che ha aumentato il prezzo delle brioche, ai tacchi alti e alle scarpe strette. Ai termosifoni spenti, alle parole cattive e immeritate che sono e saranno dette, alla volontà e all’emozione che distorce le cose e impedisce di vedere. Al pavimento della cucina, che ci si mette un’ora per lavarlo ogni volta e non sembra mai pulito. Al nervosismo da sindrome premestruale. A tutte le volte che ho camminato per strada a testa bassa, alla nebbia che mi è penetrata nei vestiti, nei capelli e nei pensieri, ad ogni singolo momento in cui ho pensato che non valevo niente, che non volevo dare niente a nessuno, che non dovevo alcuna spiegazione. All’odore di candeggina sulle mani, ai messaggi senza risposta, al colore rosa antico e alla pasta che non si cuoce. A coloro che sono convinti di possedere la verità sulla vita e sull’amore, poiché non gli si darà mai torto, ma a volte si avrebbe un moto orgoglioso di rivolta. E si farebbe bene, a volte. Al silenzio che non posso gridare. A tutti i paletti che mi sono sempre stati imposti. Agli occhi gonfi, alle pretese, al mio letto nuovo che non arriva, a quello vecchio troppo scomodo.
E soprattutto: al mio stramaledetto ininterrotto pensare.
A tutto questo, il mio più cordiale e sincero VAFFANCULO.
"Ai miei pensieri
a com'ero ieri
e anche per me"
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