sabato 21 giugno 2008

Senza parole

Ho bruciato quei fogli per impedirmi di rileggerli. Li ho bruciati per non continuare a stringere in mano i miei errori. Ho bruciato quei fogli perché nulla di ciò che contenevano si è rivelato vero, ed ho cercato di placare l’ennesimo rigurgito di tristezza guardando con gli occhi cinici quel piccolo falò consumarsi sul davanzale della finestra. Capita spesso che mi accorga di quante cose avevo pronte, o avrei potuto fare prima.
È la terza volta che provo a scriverti, la terza che mi rendo conto di non sapere cosa dirti. Di non poterti dire. Mi ero ripromessa che sarebbe stato diverso. Io che ci provo ancora a ripromettermi, e so tacere adesso, e so quanto possano essere vane e dannose le parole, rovinare tutto. Esercito la mia prudenza col silenzio, tornando contro i miei propositi ad inghiottirle e distruggerle a poco a poco, pezzo a pezzo, le parole, finché l’impulso irrefrenabile di dirtele non svanisce del tutto. Quanto allenamento e quanta pena per imparare a fare a meno di ciò in cui credo di più... E tu forse dovresti sapere. Forse mi perdoneresti, magari non avresti fastidio. Ma per rispetto, tuo e di me stessa, per paura delle nostre distanze, per quei pochi mattoni che ho posato grazie a te sulle rovine che prima stavo immobile a guardare, non ti dico nulla. Il fumo ha un odore acre che mi aiuta a schiarire la gola, chiudere il telefono, gli occhi, le mani, ed evitarti le mie parole.
Riposa e passa un buon pomeriggio.

martedì 17 giugno 2008

Collezione (-it's not easy-)

La carta ce l’ho, la voglia mi manca.
I lacci alle scarpe ce li ho, la pazienza mi manca.
La polvere sotto il letto ce l’ho, un rifugio mi manca.
La coperta ce l’ho, il calore mi manca.
Un rifiuto ce l’ho, le briglie mi mancano.
I colori ce li ho, la fantasia mi manca.


Siamo a metà giugno, ma vago ancora per casa in pantaloni e maniche lunghe: fuori fa un freddo invernale e quanto agli esami, siamo a meno due ma la stanchezza è già arrivata. Diverse cose, in questi giorni, mi parlano di casa. Un incontro casuale con un ragno che tenta la scalata dello specchio del bagno, uno di quei ragni con gli arti lunghissimi e sottili, con cui sono abituata a convivere nel seminterrato. E la signora Fletcher ogni mattina, se non fosse che al posto del divano del soggiorno la guardo su una sedia di legno, con i suoi occhi rotondi e la sua voce rilassante. Mi sono accusata spesso della mia mancata nostalgia in questi mesi, ma forse ho solo imparato a gestirla. Ho due vite adesso, come tutti, ed una è qui in mezzo al temporale e alla grandine, nel quarto d’ora di strada tra questa stanza e la facoltà. Non voglio rinnegare nulla di questa né di quella, ma posso esserci solo in una per volta. E non è vero che non voglio tornare.
Ho paura di casa mia per la differenza palese tra una stanza coi miei ritmi e 200 metriquadri con un proprio orologio, ma non è detto che non mi ci adatti nel modo più naturale. Ho molta più paura della distanza tra casa mia e qui, per tutti i posti in cui posso arrivare più facilmente per trovare ciò di cui ho bisogno. Ma non è detto che effettivamente, senza un invito, da qui io possa arrivarci. Torno a casa i primi di luglio, armi bagagli e non so quante altre borse, da lì vedo se è possibile reggere con sole due mani le fila di due persone, e nel frattempo leggere qualche saggio sul libro Cuore per la tesina di settembre.
Non è vero che non voglio tornare, ma prima vorrei partire ancora, ininterrottamente, e penso a tanti posti o forse ad uno solo. Penso a molte persone o forse ad una sola. Quanti treni avrei voluto prendere, quanto mi è stato impedito, quanto è stato inutile o consolatorio, in questi mesi di tristezza distillata. Quanti i giorni passati senza significato. Eppure quante cartoline e quanta vivacità colorano le pareti di questa stanza, vieni a vederla? Lo lasci solo a me, il risultato di tanto impegno? Puoi riempirlo di una risata, e farmi dimenticare il dolore? Vuoi?
Non è vero che non voglio tornare: nessun dubbio al mondo che dopo gli ultimi sforzi di concentrazione, qualunque sia il loro frutto, riempirò quei 668 km, e sarò di nuovo a casa.

Le cicatrici ce le ho, il fisico mi manca.
La pioggia ce l’ho, il mare mi manca.
La bicicletta ce l’ho, il compagno di viaggio mi manca.
I lividi ce li ho. La dolcezza mi manca.



"I can't stand to fly
I'm not that naive
I'm just out to find
The better part of me

I'm more than a bird
I'm more than a plane
More than some pretty face beside a train
and it's not easy to be me"

martedì 10 giugno 2008

Souvenir (ovvero... RESOCONT!)

Sono le otto e trentatré, la sveglia del cellulare squilla puntuale. In realtà ho aperto gli occhi già mezzora fa, così chiedo a Silvia se ha dormito bene come me, che per una volta non ho sognato. Prendiamo un treno stamattina, ma non sappiamo ancora quale, visto che anziché aiutarla ad alzarsi preferisco anch’io restare ancora un po’. Si sta così bene, mica ci vuole tanto.
Incredibile ma vero, anche se siamo uscite dal letto alle nove e mezza riusciamo ad essere sul binario alle 10.02, dopo un paio di curve su due ruote e un mega parcheggio in retromarcia, un biglietto al volo ed una corsa per il sottopassaggio: via sull’intercity, destinazione Piazza Principe! Tra un cruciverba e l’altro, le mamme si affrettano a dispensare le previsioni per la giornata: “Vedrai che oggi a Genova ci sarà il sole” (mamma di Silvia, per gli amici CP); “Oggi lì al nord è previsto un tempo catastrofico!” (mia madre, per gli amici gatto nero). Manco a dirlo, ci becchiamo il diluvio universale per quasi tutto il pomeriggio, mentre tentiamo di scansare le pozzanghere e di non perdere gli ombrelli per strada, quando non siamo impegnate a “cavalcare leoni di pietra” (cit. Fiorella)! Nella galleria di negozi sotto ai pesci, mi trattengo a malapena dal comprare una fantastica rete da pesca ornamentale, un telefono peloso fucsia e una maglia con su scritto battitene u belin, e così si va, parlando ininterrottamente. Silvia ha i polsi piccoli e gli occhi grandi, molti gatti, molte timidezze; ha un ciuffo di capelli sulla fronte e tutta quella pazienza, con me e col suo ginocchio sifulo. Silvia è stata in tanti posti, sa due parole in ogni lingua ed ha conosciuto gente che ha avuto mille cose, ha delle passioni che non diresti mai, e delle debolezze che mai le scopriresti. Le manca l’ultimo libro della Cornwell. Qualche altro affetto che non so come procurarle. Silvia tra una giornata di lavoro e l’altra mi ha comprato dei pasticcini, e se io servissi a qualcosa mi saprei sdebitare.
Genova, pur con tutti i negozi chiusi e il suo tempo inospitale, è sempre la mia preferita: camminiamo senza una meta e senza un pensiero, per me rivederla con qualcuno accanto ne raddoppia l’intensità. Silvia la conosce già, ma che importa? E’ la mia città che sta guardando, non quella in cui è già stata. Cerchiamo di catturare l’unico raggio di sole su una panchina, scappiamo poi dall’ondeggiare della chiatta, e non ci si crede a come va via un pomeriggio. Le mie dita piccole che sono utili a intrufolarsi nelle fessure del pavimento, le sue poco più lunghe che reggono un sacchetto di plastica per togliermi qualche peso. Ci sarebbero ancora due vite da raccontare, si potrebbe fare un giro sull’autoscontro, o sparare alle lattine col fucile ad aria compressa... ma siamo di nuovo sedute alla stazione, e vorrei solo chiederle di restare. Oggi che era ieri, tutto sembra già irreale.
Mi sono ritrovata sul treno del ritorno senza essermene accorta, stordita perché non ho ancora realizzato di aver trovato una persona da poter abbracciare, con cui ridere tantissimo e passare un sacco di tempo in una libreria. Una persona nuova, gentile, così rara. Che non sa molte cose di me, di cui non conosco molte cose a mia volta, a cui non posso spiegare come mi sento. E che alla fine di due giorni come questi mi lascia un sapore dolceamaro di sorpresa.
E adesso, ci si rivede presto, Silvia? Non lo so, prudenzialmente mi sono fatta un infinito pianto in treno. Non lo so, se i momenti così belli hanno il potere di ripetersi. Non mi è successo mai. Ma come un’ingenua, come la piccola sciocca che sono, con le ultime due lacrime, io lo spero tanto.
… sper!


"Ma ogni volta che vedo il mare
sono abbagliata mi devo fermare,
non capisco e mi metto a pensare
a chi di notte non riesco a vedere
Ed ogni volta che vedo il mare
è impossibile bluffare
con questo straccio d'anima dentro
è molto strano che io sia contenta adesso
Ogni volta che vedo il mare..."

sabato 31 maggio 2008

Piano. Forte.

Dove sarai adesso, ragazza della foto? Con quegli occhi così grandi, cosa starai guardando? Una città non troppo lontana, forse, di là dalle montagne o da una ferrovia. Quasi non posso ricordare il tuo viso. Come va piano, lo vedi?, il tempo. Come i treni regionali.
E’ tutto un miraggio, è quello che mi sembra, ragazza della foto, mentre cammino a piedi scalzi sul pavimento freddo come facevo da bambina. Che se fosse una stanza grande si potrebbe ballare, da matte e senza ritmo, senza lezioni né coordinazione, così per gioco. Basterebbe una musica allegra e forte. Mica sappiamo ballare, noi due!
Lo sai, anche col tuo fantasma si parlava. Anche di te si sognava, in modo strano, di una stretta di mano e della luce sul comodino spenta, senza sapere come sono fatte le tue mani, solo per ridere. Sei un miraggio persino tu, ragazza della foto? – mi chiedo. Perché forse, come questo tempo indeciso, passerai anche tu. Sempre solo addosso a me, come l’ennesima punizione, passerai anche tu. Sei un miraggio? Me lo dirai domani, o forse un’altra volta, chi lo sa. Se me lo dirai piano. Per ora c’è la lamina lucida di questa fotografia, che ho paura di rovinare, a fare da testimone al mio ennesimo pomeriggio di studio, mentre fuori ancora piove, e smette, e piove, forte.
Non si sogna più da domani, ragazza della foto, o meglio da stanotte stessa: con giornate intere da gettare in pasto all’immaginazione, ed ore che a volte non accennano ad arrivare, tutto quel tempo sprecato a non stringere e non toccare niente, senza neanche che mi ricordi più un abbraccio, com’è fatto un abbraccio. E’ proprio una condanna nascere così, lo sai meglio di me, ogni cosa che si sfiora è sempre tanto fragile. Ogni cosa che ci sfiora è sempre tanto forte.
Promettimi, se puoi, promettimi che mi dirai sempre quello che pensi. Conosco già troppi silenzi difficili da tradurre, ragazza della foto, non darmene anche tu. Promettimi che se un giorno sparirai, e di te non farai sapere più nulla, mi darai un buon motivo per cui lo fai. Ma se puoi, non farlo.
Avevamo fatto un gioco, chissà se ti ricordi, su questa musica. Il suo andare e venire che per me era un abbraccio, e per te un addio. Piano. Forte. Tanto che vorrei portarla qui da quel tempo lontano, quella stretta, e potermela tenere in un cassetto per giornate come oggi. E avrei voluto. Ora non conta.
Non si sogna più da domani, se i sogni si controllano, ragazza della foto. Ma per stanotte, non ancora.


[Ludovico Einaudi - Le onde]

mercoledì 28 maggio 2008

"Il via vai della strada"

Quando guardo questa città, da un suo angolo a caso, vorrei non cambiasse mai. Fino ad ora, la sola cosa che si è modificata col tempo è la mia familiarità con lei e coi suoi marciapiedi, il nostro reciproco riconoscerci. Uno sguardo d’intesa, appena arrivata, con le tessere colorate.
Mi affaccio in tutti negozi e mi chiedo, nell’ordine: che serietà possa ispirare una ditta che produce bagnoschiuma di un’inquietante rosso-bacca-dei-puffi o viola-venerdì-santo, per di più orgogliosamente in bella vista in confezioni trasparenti; cosa mai possa spingere una persona sana di mente (che non abbia bauli di denaro da buttare dalla finestra) a comprare una penna Mont Blanc con brillantino incastonato e nome inciso sul tappo; perché la Feltrinelli abbia sempre quelle promozioni in bella vista, a causa delle quali devo ammanettarmi se voglio evitare acquisti inconsulti ed attacchi di libridine. Che poi, io e le librerie abbiamo una nostra convenzione privata per cui, appena compro un libro, due-tre giorni dopo lo si trova almeno col 30% di sconto.
In questo posto, a consumarmi le suole delle scarpe, non esiste più niente. È andata via ogni cosa, come le macchie dai vestiti, e l’unico alone rimasto è da qualche parte nella memoria, ma non si vede troppo. Stare qui ferma, seduta, potrebbe essere qualcosa di eterno, con le gambe di piombo e una sensazione di pietra nel resto del corpo. Sembra impossibile alzarsi dal muretto. Mi rendo conto dopo che sto sorridendo da sola, pensando ad un accento, una frase, una battuta di chissà quando, e rido così senza motivo, e lascio che il funzionario delle FS mi guardi perplesso, e non ho spiegazioni da dare.
Il modo di parlare delle persone mi rapisce, accade spessissimo. Posso sentire un racconto, un richiamo, un’invettiva, mi attira quella virgola di dialetto, il modo di pronunciare una lettera, l’ascesa o la discesa della frase. La parlata, come si dice da me, il regionalismo che rende uniche le persone. Rubo le espressioni in giro e me le conservo gelosa, sottolineo i loro svolazzi e le volute che fanno, le spirali che descrive qualche parola messa insieme, che se si potessero scrivere me le appunterei ma non renderebbero. Seduta sul muretto, continuo a prendermi le frasi degli altri, guardando le nuvole nere che arrivano... meglio qui che altrove, si potrebbe restare per sempre. In mezzo al rosso del laterizi e all’odore di autunno perenne.
Ma siamo in Emilia, e Bologna si affretta a ricordarmelo... soccmel, ho scordato l’OMBRELLO!


"É o projeto da casa, é o corpo na cama,
é o carro emguicado, é a lama é a lama
é um passo, é uma ponte, é um sapo, é uma ra,
é um resto de mato na luz da manha
São as aguas de março fechando o verao,
é a promessa de vida no teu coraçao"

sabato 17 maggio 2008

Il paese dei balocchi

I DIECI DIRITTI IMPRESCINDIBILI DEL LETTORE
1. Il diritto di non leggere
2. Il diritto di saltare le pagine
3. Il diritto di non finire un libro
4. Il diritto di rileggere
5. Il diritto di leggere qualsiasi cosa
6. Il diritto al bovarismo (malattia testualmente trasmissibile)
7. Il diritto di leggere ovunque
8. Il diritto di spizzicare
9. Il diritto di leggere a voce alta
10. Il diritto di tacere

[Daniel Pennac]

Quando entro in libreria, dimenticate pure di avermi mai vista. Basta un passo, due al massimo, e niente di quello che succede in strada è ancora reale.
Quando entro in libreria, scompare l’orologio che seguono gli altri, affondo nella mia dimensione senza tempo in cui mi sento a mio agio e perfettamente accettata. Mi lascio rapire, condurre, ammaestrare dagli scaffali e dai banchi inondati di libri, non sono più la ragazza stanca dopo ore di lezione o con le spalle doloranti a causa dello zaino, ma mi muovo ipnotizzata da un capo all’altro della sala, senza volontà e con tutta la volontà. Annuso la polvere sulla carta, prendo qualche volume a caso, sfoglio, leggo, passo le dita sulle pagine, mi concentro su una frase quasi a volerla salvare dall’abbandono. A volte mi perdo. Giramenti di testa o un lieve malessere, simile a uno spavento annunciato, non riesco a focalizzare nulla. Quando accade, a curarmi è la libreria stessa: ho alcuni libri che forse non comprerò mai, ma che cerco con lo sguardo, in mezzo agli altri, come si cerca un amico in una folla di sconosciuti. Ad esempio, “Il bar sotto il mare” di Benni, che non so neanche di cosa parli, mi restituisce quel minimo sindacale di realtà indispensabile per stare bene.
Poi ci sono i libri che mi aspettano in prima fila, a ricordarmi la mia promessa. Si fanno vedere lì al loro posto, pazienti, pronti per il giorno in cui uscendo dalla libreria li avrò presi con me. “Memorie di Adriano” della Yourcenar è uno di questi, insieme a “Cecità” di Saramago e vari altri. Ogni tanto vado a salutarli, a prenderci un tè, e non accetterei mai che qualcuno me li prestasse, perché loro ci contano, sono già miei, e sarebbe un tradimento. Sono le uniche creature che possa andare a trovare con la certezza che vedermi gli farà piacere.
Quando entro il libreria, ho tentazioni più forti che davanti a un bancone di dolci, mi ci tuffo provando ancora lo stupore ingenuo di vedere un mondo che si rinnova senza perdere il suo passato. E si muove, e cambia, ha spazio per tutti, ma non lascia nessuno da parte. Una volta, sedute su due poltroncine della Feltrinelli di Bologna, Giulia mi disse: “Te lo immagini? Avere una casa così…”, ed io me lo sono immaginato. Ho guardato le pareti coperte dai volumi, il mare multicolore delle copertine, e ho chiuso gli occhi per lasciarmi trapassare da tutte quelle storie, idee, spiegazioni: “Sì, sarebbe bellissimo”. Sarebbe poter scegliere ogni volta qualcosa di nuovo e sconosciuto, avere la libertà di non saziarsi mai. Sarebbe, soprattutto, prendere un giorno un libro, e prestarlo a qualcuno. Regalarlo, se è una storia che amiamo, affidarlo alle cure di un altro, provare a metà con lui la gioia di averlo letto.
Perché è vero che la lettura è vigliacca: offre il riparo sicuro di non dover dire in chi ci siamo immedesimati, cosa avremmo voluto fare, la lettura è il confessore che non tradirà mai la lacrima che abbiamo versato o il sogno erotico che ci ha provocato. Una volta chiuso, il libro resterà in silenzio, e manterrà per sé quel filo che ci lega, il segreto che si svela solo se siamo noi ad aprirlo. Ma è vero altrettanto che dietro questa codardia di nascondersi nelle parole di uno sconosciuto, c’è anche la voglia irrefrenabile di essere scoperti, prima o poi. Di trovare qualcuno che abbia più coraggio di noi e ci riveli il segreto che divide con quel libro. E se è il nostro stesso segreto, eccola lì: la sensazione di aver trovato una bella persona, non solo una bella storia.
Buona lettura!



"La filosofia sembra che si occupi della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi di fantasie, ma forse dice la verità" [A. Tabucchi]

lunedì 12 maggio 2008

Uno stupido incubo

"Se mai hai avuto quindici anni sai
cos'è quel sogno detto America
l'hai marcato al tuo viso, nello sguardo deciso"


Non ho mai voluto andare in America. Cioè, in tutta quella parte di continente che va dalla Groenlandia alla Florida, che comunemente si chiama America. Così immisurabile, votata allo sperdimento, per me che già scompaio in una città di centomila persone. Sapere che c’è l’America, lo sconfinato fazzoletto di terra di là dal mare, mi fa sentire più stabile anche se non più protetta: mi fa paura il suo grigio da grattacielo, tanto quanto mi rassicura l’idea che tutta quella gente non sprofondi inghiottita dall’acqua. La mia America non ha un volto né un punto d’arrivo preciso, non è bianca né nera, è quella sorta di accadere indistinto di cui posso dimenticare, senza neanche assicurarmi che esista.
Le mamme forlivesi portano i bambini al parco. Leggono i giornali, si scambiano ricette e li sgridano se spingono gli altri giù dallo scivolo, come fanno le mamme che portano i bambini al parco. Io vorrei andare in Messico. Perù, Cile, Brasile, Nicaragua. Esserci nata, conoscere già le consuetudini, averne il colore sulla pelle. Per arrivare lì non mi basta certo un metro e cinquantacinque. Posso al massimo prendere una nave e aspettare per giorni, e vedere la terra all’orizzonte, prima di riaprire gli occhi. Come fa tutta quella gente ad esserci già stata, e come ha fatto poi a tornare indietro?
Stanotte ho sognato di essere inseguita. Non è la prima volta, anche se forse è meglio che sognare di cadere, com’è stato finora. Un inseguimento infinito, giù da un trampolino in una piscina che prima era vuota su un autobus tra i vestiti appesi in un mercatino da un bar all’altro con una bacchetta magica che non segue le mie formule di spalle davanti a una vetrina in un cantiere col pavimento sterrato su una strada senza curve in un centro storico su un cavallo scivolando sui sampietrini. Non arrivavo mai, né sapevo da cosa esattamente scappassi. Un uomo, credo. Una paura. Non lo so, certe cose nei sogni si danno per scontate.
Mi sono svegliata stanca e angosciata, con un sapore di sconfitta che ci è voluta mezza giornata a mandar via. Mi inseguono, chi mi prende per mano? Mi sparano addosso, chi mi avverte perché schivi i colpi? Chi mi fa cenno di entrare in casa, se mi vede passare trafelata? Nessuna sorpresa, neanche nei sogni. Non posso permettermi di guardare indietro. Indietro non c’è più niente. Corro. Quello che penso, non ho alcun diritto di dirglielo. Uno stupido incubo, era solo uno stupido incubo. Corro.
Domani butterò le lenzuola in lavatrice e per l’ennesima volta penserò che sto bene. Basta dimenticarsi, è lì la chiave di tutto, basta saper dimenticare e sapersi mentire. Prendersi per culo. Avere la faccia tosta di guardarsi allo specchio e dire che “comunque va tutto bene”. In realtà corro, ma non so neanche com’è fatta la salvezza alla fine della strada, se somiglia a un salto su una nave. Quasi certamente, dovessi passarci accanto, non la riconoscerò.
Ma poi a tutte le domande che ho sempre in testa, non è importante trovare una risposta: io so di essere così. Una che si segna sul calendario i compleanni, i posti in cui è stata, le ultime lezioni di ogni materia. Una che dall’indecisione ci mette una settimana a separare roba estiva e roba invernale. Una che puoi anche non rispondere, tanto poi ti cerca lei. Io sono una persona così: che ci pensi il giorno dopo e poi basta.


"Ho sognato una strada
che si ferma su un ponte
e che di là da un muro alto
corre l'orizzonte
Mi ci vorrebbe una scala
mi ci vorrebbe una luce
mi ci vorrebbe il coraggio
di dare una voce"


(E vi dico che aspetto l'angelo dall'orizzonte. Io sì.)