Mi addormento con la voglia di parlarti, come ogni sera ultimamente. Mi pare di ospitare nella gola una corrente indistinta di parole, un garbuglio di fatti, di idee, senza un soggetto e un verbo, che trattengo a fatica. Sogno spesso ad occhi aperti di me che ti parlo e ti racconto tutto, senza i veli dell’imbarazzo e della distanza, senza i freni della gelosia. A volte ti stringo a me, mentre dico qualcosa di molto intimo, oppure mi volto dall’altra parte, se descriverti un ricordo doloroso (proprio quello, il più nero che ho) mi fa tremare la voce o piangere. Mi vergogno di piangere. Eppure di spalle e chiusa a tutto con le frasi che mi si spezzano, spero comunque di sentire il tuo calore; un abbraccio magari, sì, un abbraccio tenero come quello che desideravo nel sonno, quando mi svegliavo con le braccia attorno al corpo. Quando mi cadevano le lacrime già nel caffè della colazione.
Sogno ad occhi aperti che mi ascolti e rispondi con frasi semplicissime, a voce bassa, ed accetti le mie verità senza scandalizzartene. Non ho paura di svelartele, persino quelle che mi vedono infantile e sciocca, quelle che ti portano a capire le mie viltà più radicate, so che non ci sarà freddezza nel tuo giudizio. Ho stranamente superato il mio terrore costante di perderti, è una libertà che non mi sono mai presa con nessuno; ma non c’è nulla di coraggioso nel silenzio, nulla di eroico, io voglio che tu lo sappia. Naturalmente non pretendo che ti esponga con me allo stesso modo, conosco le tue confidenze altalenanti, la difficoltà che a volte hai (ancora?) a lasciarti andare: non è mancanza di fiducia in me, non credo, piuttosto è di te che ti fidi poco. Nonostante tutto capita che inizi a parlare, poche parole all’inizio e veri aneddoti lunghi e circostanziati poi, ti vedo schiuderti lentamente e me ne accorgo, io mi accorgo: è qualcosa di così effimero e fragile che trattengo il respiro. E’ quello che mi ha attratto subito in te, quella piccola luce bianca che tieni così ben nascosta con le tue risate. Un regalo per me, il tuo, di lasciarla uscire: so già di non saper rispondere, non poter renderti giustizia. Un attimo soltanto, dimmi ancora di te, lasciati accogliere. E più tardi il sonno, che ci trova così, quasi dispiaciuto di disturbare cerca di posarsi silenziosamente, si offre da riposo.
Quanto sogno ancora, lo vedi? Ad occhi aperti addirittura. Una delle due cose che non ti ho detto è che questa è l’unica vera consolazione che ho, anche se lo vedi già da te. Riguardo alle cose che tu non mi hai detto... adesso ridi pure, ho già capito.
«Sì, hai visto giusto: un bambino piccolo e magrissimo, con il volto amareggiato. Un bambino sempre teso, insofferente come un vecchio, e irrequieto, terribilmente agitato. Come se dovesse sempre dimostrare qualcosa e lottare per la vita. Come facevi a saperlo? Come può una persona conoscerne un’altra? Un cospiratore, hai scritto. Ma uno di quelli che agiscono in casa, in famiglia. Sì, sì! Persino la cosa tremenda che hai detto sulla solitudine, diversa da quella degli altri bambini. Ogni tua parola è caduta esattamente dove era attesa da anni. Non la solitudine di un bambino, ma quella che prova una persona affetta da una malattia infamante (come mai non hai avuto paura di scrivere questa parola?). E’ vero, è vero, un bambino che sta attento a non indebolirsi, a non cullarsi nell’illusione che sia possibile concedersi, che esiste, da qualche parte, la possibilità di lasciarsi andare...»
[David Grossman]
mercoledì 6 agosto 2008
mercoledì 9 luglio 2008
Pensieri nascosti
Fa più freddo, quando il termometro supera i trenta. A volte riesce ancora a fare più freddo.
Non faccio che andare al mare, nuotare cercando di ridere di quella paura stupida di pestare un qualche animale strano, leggere all’ombra tra le racchette e il pallone. Mi si è bruciata la pelle sulle spalle, quasi un rito, mi lamento del troppo caldo, quasi un obbligo. Mi innervosisce lo scirocco, un classico.
Eppure succede che fa freddo, di nascosto, all’inizio della notte o mentre gli altri parlano. La sensazione di sorpresa dolorosa di quando ho riconosciuto la tua sagoma seduta, solo dalla schiena. E ricordare che la prova più difficile che l’inverno mi abbia chiesto è stata quella di rispettare il suo silenzio, rispettare il suo disamore. Il tentativo patetico di imporre il mio tacere era simile a lanciare di traverso la tavoletta contro le onde, leggerissima, per vedere quanto si può resistere alla furia del mare. Vorrei tanto mi s’indurisse il cuore. Non dovrebbe volerci chissà cosa.
Non sono diventata più alta, né più tollerante, non mi si sono imbelliti gli occhi, non sono neanche un poco meno irritante. Ma i miei capelli sono così castani, e arresi, che spero tu possa perdonarmi per sempre.
O almeno fino a quando non ti finisce la dolcezza. Non ti sfinisco io.
"E un giorno io saprò
d'essere un piccolo pensiero
nella più grande immensità
di quel cielo"
Non faccio che andare al mare, nuotare cercando di ridere di quella paura stupida di pestare un qualche animale strano, leggere all’ombra tra le racchette e il pallone. Mi si è bruciata la pelle sulle spalle, quasi un rito, mi lamento del troppo caldo, quasi un obbligo. Mi innervosisce lo scirocco, un classico.
Eppure succede che fa freddo, di nascosto, all’inizio della notte o mentre gli altri parlano. La sensazione di sorpresa dolorosa di quando ho riconosciuto la tua sagoma seduta, solo dalla schiena. E ricordare che la prova più difficile che l’inverno mi abbia chiesto è stata quella di rispettare il suo silenzio, rispettare il suo disamore. Il tentativo patetico di imporre il mio tacere era simile a lanciare di traverso la tavoletta contro le onde, leggerissima, per vedere quanto si può resistere alla furia del mare. Vorrei tanto mi s’indurisse il cuore. Non dovrebbe volerci chissà cosa.
Non sono diventata più alta, né più tollerante, non mi si sono imbelliti gli occhi, non sono neanche un poco meno irritante. Ma i miei capelli sono così castani, e arresi, che spero tu possa perdonarmi per sempre.
O almeno fino a quando non ti finisce la dolcezza. Non ti sfinisco io.
"E un giorno io saprò
d'essere un piccolo pensiero
nella più grande immensità
di quel cielo"
domenica 29 giugno 2008
Saturday night's fever
Lo sai anche tu che ci ho pensato. Ho continuato a pensarci per un’ora o due, masticando ogni informazione, girandoci intorno, guardandomela bene. Una cosa così improvvisa.
Ci ho pensato – assurdo – con una specie di tristezza preventiva, di chi sa già come finisce la serata. In fondo la stavo aspettando, come te, potevo quasi vederla spuntare dietro l’angolo, col suo volto così familiare. Aspettavo la gelosia come si aspetta una vecchia amica, pronta a stringerle la mano e intavolare nuove conversazioni con lei, preparata alle sue domande insistenti, alla sua invadenza e a qualche lacrima. E’ fatta così, lei, cocciuta e maliziosa, abile a intrufolarsi nelle pieghe più sottili. Tanto tempo siamo state insieme che abbiamo stilato i nostri accordi segreti, e così io attendevo che si presentasse, puntuale come sempre, a riscuotere il suo piccolo tributo. E mi riascoltavo le frasi e me le torturavo. Una cosa così improvvisa. Così caldo sulle guance, e già tardi sull’orologio. Alla sua ora preferita, giacché io la conosco, ho fatto in modo di accoglierla sveglia. Pronta, sorridente.
Ma lei non è arrivata.
E allora qualcosa è cambiato davvero.
PS: Non è che adesso non si ripresenti più, è tanto cortese, non farà finta di non conoscermi. Anzi, educata com'è, è già passata per un saluto... un gesto col braccio, da lontano, solo per avvisarmi che ha cambiato residenza!
"Quando me chamou, eu vim
quando dei por mim, tava aqui
quando lhe achei, me perdi
quando vi você, me apaixonei..."
Ci ho pensato – assurdo – con una specie di tristezza preventiva, di chi sa già come finisce la serata. In fondo la stavo aspettando, come te, potevo quasi vederla spuntare dietro l’angolo, col suo volto così familiare. Aspettavo la gelosia come si aspetta una vecchia amica, pronta a stringerle la mano e intavolare nuove conversazioni con lei, preparata alle sue domande insistenti, alla sua invadenza e a qualche lacrima. E’ fatta così, lei, cocciuta e maliziosa, abile a intrufolarsi nelle pieghe più sottili. Tanto tempo siamo state insieme che abbiamo stilato i nostri accordi segreti, e così io attendevo che si presentasse, puntuale come sempre, a riscuotere il suo piccolo tributo. E mi riascoltavo le frasi e me le torturavo. Una cosa così improvvisa. Così caldo sulle guance, e già tardi sull’orologio. Alla sua ora preferita, giacché io la conosco, ho fatto in modo di accoglierla sveglia. Pronta, sorridente.
Ma lei non è arrivata.
E allora qualcosa è cambiato davvero.
PS: Non è che adesso non si ripresenti più, è tanto cortese, non farà finta di non conoscermi. Anzi, educata com'è, è già passata per un saluto... un gesto col braccio, da lontano, solo per avvisarmi che ha cambiato residenza!
"Quando me chamou, eu vim
quando dei por mim, tava aqui
quando lhe achei, me perdi
quando vi você, me apaixonei..."
sabato 21 giugno 2008
Senza parole
Ho bruciato quei fogli per impedirmi di rileggerli. Li ho bruciati per non continuare a stringere in mano i miei errori. Ho bruciato quei fogli perché nulla di ciò che contenevano si è rivelato vero, ed ho cercato di placare l’ennesimo rigurgito di tristezza guardando con gli occhi cinici quel piccolo falò consumarsi sul davanzale della finestra. Capita spesso che mi accorga di quante cose avevo pronte, o avrei potuto fare prima.
È la terza volta che provo a scriverti, la terza che mi rendo conto di non sapere cosa dirti. Di non poterti dire. Mi ero ripromessa che sarebbe stato diverso. Io che ci provo ancora a ripromettermi, e so tacere adesso, e so quanto possano essere vane e dannose le parole, rovinare tutto. Esercito la mia prudenza col silenzio, tornando contro i miei propositi ad inghiottirle e distruggerle a poco a poco, pezzo a pezzo, le parole, finché l’impulso irrefrenabile di dirtele non svanisce del tutto. Quanto allenamento e quanta pena per imparare a fare a meno di ciò in cui credo di più... E tu forse dovresti sapere. Forse mi perdoneresti, magari non avresti fastidio. Ma per rispetto, tuo e di me stessa, per paura delle nostre distanze, per quei pochi mattoni che ho posato grazie a te sulle rovine che prima stavo immobile a guardare, non ti dico nulla. Il fumo ha un odore acre che mi aiuta a schiarire la gola, chiudere il telefono, gli occhi, le mani, ed evitarti le mie parole.
Riposa e passa un buon pomeriggio.
È la terza volta che provo a scriverti, la terza che mi rendo conto di non sapere cosa dirti. Di non poterti dire. Mi ero ripromessa che sarebbe stato diverso. Io che ci provo ancora a ripromettermi, e so tacere adesso, e so quanto possano essere vane e dannose le parole, rovinare tutto. Esercito la mia prudenza col silenzio, tornando contro i miei propositi ad inghiottirle e distruggerle a poco a poco, pezzo a pezzo, le parole, finché l’impulso irrefrenabile di dirtele non svanisce del tutto. Quanto allenamento e quanta pena per imparare a fare a meno di ciò in cui credo di più... E tu forse dovresti sapere. Forse mi perdoneresti, magari non avresti fastidio. Ma per rispetto, tuo e di me stessa, per paura delle nostre distanze, per quei pochi mattoni che ho posato grazie a te sulle rovine che prima stavo immobile a guardare, non ti dico nulla. Il fumo ha un odore acre che mi aiuta a schiarire la gola, chiudere il telefono, gli occhi, le mani, ed evitarti le mie parole.
Riposa e passa un buon pomeriggio.
martedì 17 giugno 2008
Collezione (-it's not easy-)
La carta ce l’ho, la voglia mi manca.
I lacci alle scarpe ce li ho, la pazienza mi manca.
La polvere sotto il letto ce l’ho, un rifugio mi manca.
La coperta ce l’ho, il calore mi manca.
Un rifiuto ce l’ho, le briglie mi mancano.
I colori ce li ho, la fantasia mi manca.
Siamo a metà giugno, ma vago ancora per casa in pantaloni e maniche lunghe: fuori fa un freddo invernale e quanto agli esami, siamo a meno due ma la stanchezza è già arrivata. Diverse cose, in questi giorni, mi parlano di casa. Un incontro casuale con un ragno che tenta la scalata dello specchio del bagno, uno di quei ragni con gli arti lunghissimi e sottili, con cui sono abituata a convivere nel seminterrato. E la signora Fletcher ogni mattina, se non fosse che al posto del divano del soggiorno la guardo su una sedia di legno, con i suoi occhi rotondi e la sua voce rilassante. Mi sono accusata spesso della mia mancata nostalgia in questi mesi, ma forse ho solo imparato a gestirla. Ho due vite adesso, come tutti, ed una è qui in mezzo al temporale e alla grandine, nel quarto d’ora di strada tra questa stanza e la facoltà. Non voglio rinnegare nulla di questa né di quella, ma posso esserci solo in una per volta. E non è vero che non voglio tornare.
Ho paura di casa mia per la differenza palese tra una stanza coi miei ritmi e 200 metriquadri con un proprio orologio, ma non è detto che non mi ci adatti nel modo più naturale. Ho molta più paura della distanza tra casa mia e qui, per tutti i posti in cui posso arrivare più facilmente per trovare ciò di cui ho bisogno. Ma non è detto che effettivamente, senza un invito, da qui io possa arrivarci. Torno a casa i primi di luglio, armi bagagli e non so quante altre borse, da lì vedo se è possibile reggere con sole due mani le fila di due persone, e nel frattempo leggere qualche saggio sul libro Cuore per la tesina di settembre.
Non è vero che non voglio tornare, ma prima vorrei partire ancora, ininterrottamente, e penso a tanti posti o forse ad uno solo. Penso a molte persone o forse ad una sola. Quanti treni avrei voluto prendere, quanto mi è stato impedito, quanto è stato inutile o consolatorio, in questi mesi di tristezza distillata. Quanti i giorni passati senza significato. Eppure quante cartoline e quanta vivacità colorano le pareti di questa stanza, vieni a vederla? Lo lasci solo a me, il risultato di tanto impegno? Puoi riempirlo di una risata, e farmi dimenticare il dolore? Vuoi?
Non è vero che non voglio tornare: nessun dubbio al mondo che dopo gli ultimi sforzi di concentrazione, qualunque sia il loro frutto, riempirò quei 668 km, e sarò di nuovo a casa.
Le cicatrici ce le ho, il fisico mi manca.
La pioggia ce l’ho, il mare mi manca.
La bicicletta ce l’ho, il compagno di viaggio mi manca.
I lividi ce li ho. La dolcezza mi manca.
"I can't stand to fly
I'm not that naive
I'm just out to find
The better part of me
I'm more than a bird
I'm more than a plane
More than some pretty face beside a train
and it's not easy to be me"
I lacci alle scarpe ce li ho, la pazienza mi manca.
La polvere sotto il letto ce l’ho, un rifugio mi manca.
La coperta ce l’ho, il calore mi manca.
Un rifiuto ce l’ho, le briglie mi mancano.
I colori ce li ho, la fantasia mi manca.
Siamo a metà giugno, ma vago ancora per casa in pantaloni e maniche lunghe: fuori fa un freddo invernale e quanto agli esami, siamo a meno due ma la stanchezza è già arrivata. Diverse cose, in questi giorni, mi parlano di casa. Un incontro casuale con un ragno che tenta la scalata dello specchio del bagno, uno di quei ragni con gli arti lunghissimi e sottili, con cui sono abituata a convivere nel seminterrato. E la signora Fletcher ogni mattina, se non fosse che al posto del divano del soggiorno la guardo su una sedia di legno, con i suoi occhi rotondi e la sua voce rilassante. Mi sono accusata spesso della mia mancata nostalgia in questi mesi, ma forse ho solo imparato a gestirla. Ho due vite adesso, come tutti, ed una è qui in mezzo al temporale e alla grandine, nel quarto d’ora di strada tra questa stanza e la facoltà. Non voglio rinnegare nulla di questa né di quella, ma posso esserci solo in una per volta. E non è vero che non voglio tornare.
Ho paura di casa mia per la differenza palese tra una stanza coi miei ritmi e 200 metriquadri con un proprio orologio, ma non è detto che non mi ci adatti nel modo più naturale. Ho molta più paura della distanza tra casa mia e qui, per tutti i posti in cui posso arrivare più facilmente per trovare ciò di cui ho bisogno. Ma non è detto che effettivamente, senza un invito, da qui io possa arrivarci. Torno a casa i primi di luglio, armi bagagli e non so quante altre borse, da lì vedo se è possibile reggere con sole due mani le fila di due persone, e nel frattempo leggere qualche saggio sul libro Cuore per la tesina di settembre.
Non è vero che non voglio tornare, ma prima vorrei partire ancora, ininterrottamente, e penso a tanti posti o forse ad uno solo. Penso a molte persone o forse ad una sola. Quanti treni avrei voluto prendere, quanto mi è stato impedito, quanto è stato inutile o consolatorio, in questi mesi di tristezza distillata. Quanti i giorni passati senza significato. Eppure quante cartoline e quanta vivacità colorano le pareti di questa stanza, vieni a vederla? Lo lasci solo a me, il risultato di tanto impegno? Puoi riempirlo di una risata, e farmi dimenticare il dolore? Vuoi?
Non è vero che non voglio tornare: nessun dubbio al mondo che dopo gli ultimi sforzi di concentrazione, qualunque sia il loro frutto, riempirò quei 668 km, e sarò di nuovo a casa.
Le cicatrici ce le ho, il fisico mi manca.
La pioggia ce l’ho, il mare mi manca.
La bicicletta ce l’ho, il compagno di viaggio mi manca.
I lividi ce li ho. La dolcezza mi manca.
"I can't stand to fly
I'm not that naive
I'm just out to find
The better part of me
I'm more than a bird
I'm more than a plane
More than some pretty face beside a train
and it's not easy to be me"
martedì 10 giugno 2008
Souvenir (ovvero... RESOCONT!)
Sono le otto e trentatré, la sveglia del cellulare squilla puntuale. In realtà ho aperto gli occhi già mezzora fa, così chiedo a Silvia se ha dormito bene come me, che per una volta non ho sognato. Prendiamo un treno stamattina, ma non sappiamo ancora quale, visto che anziché aiutarla ad alzarsi preferisco anch’io restare ancora un po’. Si sta così bene, mica ci vuole tanto.
Incredibile ma vero, anche se siamo uscite dal letto alle nove e mezza riusciamo ad essere sul binario alle 10.02, dopo un paio di curve su due ruote e un mega parcheggio in retromarcia, un biglietto al volo ed una corsa per il sottopassaggio: via sull’intercity, destinazione Piazza Principe! Tra un cruciverba e l’altro, le mamme si affrettano a dispensare le previsioni per la giornata: “Vedrai che oggi a Genova ci sarà il sole” (mamma di Silvia, per gli amici CP); “Oggi lì al nord è previsto un tempo catastrofico!” (mia madre, per gli amici gatto nero). Manco a dirlo, ci becchiamo il diluvio universale per quasi tutto il pomeriggio, mentre tentiamo di scansare le pozzanghere e di non perdere gli ombrelli per strada, quando non siamo impegnate a “cavalcare leoni di pietra” (cit. Fiorella)! Nella galleria di negozi sotto ai pesci, mi trattengo a malapena dal comprare una fantastica rete da pesca ornamentale, un telefono peloso fucsia e una maglia con su scritto battitene u belin, e così si va, parlando ininterrottamente. Silvia ha i polsi piccoli e gli occhi grandi, molti gatti, molte timidezze; ha un ciuffo di capelli sulla fronte e tutta quella pazienza, con me e col suo ginocchio sifulo. Silvia è stata in tanti posti, sa due parole in ogni lingua ed ha conosciuto gente che ha avuto mille cose, ha delle passioni che non diresti mai, e delle debolezze che mai le scopriresti. Le manca l’ultimo libro della Cornwell. Qualche altro affetto che non so come procurarle. Silvia tra una giornata di lavoro e l’altra mi ha comprato dei pasticcini, e se io servissi a qualcosa mi saprei sdebitare.
Genova, pur con tutti i negozi chiusi e il suo tempo inospitale, è sempre la mia preferita: camminiamo senza una meta e senza un pensiero, per me rivederla con qualcuno accanto ne raddoppia l’intensità. Silvia la conosce già, ma che importa? E’ la mia città che sta guardando, non quella in cui è già stata. Cerchiamo di catturare l’unico raggio di sole su una panchina, scappiamo poi dall’ondeggiare della chiatta, e non ci si crede a come va via un pomeriggio. Le mie dita piccole che sono utili a intrufolarsi nelle fessure del pavimento, le sue poco più lunghe che reggono un sacchetto di plastica per togliermi qualche peso. Ci sarebbero ancora due vite da raccontare, si potrebbe fare un giro sull’autoscontro, o sparare alle lattine col fucile ad aria compressa... ma siamo di nuovo sedute alla stazione, e vorrei solo chiederle di restare. Oggi che era ieri, tutto sembra già irreale.
Mi sono ritrovata sul treno del ritorno senza essermene accorta, stordita perché non ho ancora realizzato di aver trovato una persona da poter abbracciare, con cui ridere tantissimo e passare un sacco di tempo in una libreria. Una persona nuova, gentile, così rara. Che non sa molte cose di me, di cui non conosco molte cose a mia volta, a cui non posso spiegare come mi sento. E che alla fine di due giorni come questi mi lascia un sapore dolceamaro di sorpresa.
E adesso, ci si rivede presto, Silvia? Non lo so, prudenzialmente mi sono fatta un infinito pianto in treno. Non lo so, se i momenti così belli hanno il potere di ripetersi. Non mi è successo mai. Ma come un’ingenua, come la piccola sciocca che sono, con le ultime due lacrime, io lo spero tanto.
… sper!
"Ma ogni volta che vedo il mare
sono abbagliata mi devo fermare,
non capisco e mi metto a pensare
a chi di notte non riesco a vedere
Ed ogni volta che vedo il mare
è impossibile bluffare
con questo straccio d'anima dentro
è molto strano che io sia contenta adesso
Ogni volta che vedo il mare..."
Incredibile ma vero, anche se siamo uscite dal letto alle nove e mezza riusciamo ad essere sul binario alle 10.02, dopo un paio di curve su due ruote e un mega parcheggio in retromarcia, un biglietto al volo ed una corsa per il sottopassaggio: via sull’intercity, destinazione Piazza Principe! Tra un cruciverba e l’altro, le mamme si affrettano a dispensare le previsioni per la giornata: “Vedrai che oggi a Genova ci sarà il sole” (mamma di Silvia, per gli amici CP); “Oggi lì al nord è previsto un tempo catastrofico!” (mia madre, per gli amici gatto nero). Manco a dirlo, ci becchiamo il diluvio universale per quasi tutto il pomeriggio, mentre tentiamo di scansare le pozzanghere e di non perdere gli ombrelli per strada, quando non siamo impegnate a “cavalcare leoni di pietra” (cit. Fiorella)! Nella galleria di negozi sotto ai pesci, mi trattengo a malapena dal comprare una fantastica rete da pesca ornamentale, un telefono peloso fucsia e una maglia con su scritto battitene u belin, e così si va, parlando ininterrottamente. Silvia ha i polsi piccoli e gli occhi grandi, molti gatti, molte timidezze; ha un ciuffo di capelli sulla fronte e tutta quella pazienza, con me e col suo ginocchio sifulo. Silvia è stata in tanti posti, sa due parole in ogni lingua ed ha conosciuto gente che ha avuto mille cose, ha delle passioni che non diresti mai, e delle debolezze che mai le scopriresti. Le manca l’ultimo libro della Cornwell. Qualche altro affetto che non so come procurarle. Silvia tra una giornata di lavoro e l’altra mi ha comprato dei pasticcini, e se io servissi a qualcosa mi saprei sdebitare.
Genova, pur con tutti i negozi chiusi e il suo tempo inospitale, è sempre la mia preferita: camminiamo senza una meta e senza un pensiero, per me rivederla con qualcuno accanto ne raddoppia l’intensità. Silvia la conosce già, ma che importa? E’ la mia città che sta guardando, non quella in cui è già stata. Cerchiamo di catturare l’unico raggio di sole su una panchina, scappiamo poi dall’ondeggiare della chiatta, e non ci si crede a come va via un pomeriggio. Le mie dita piccole che sono utili a intrufolarsi nelle fessure del pavimento, le sue poco più lunghe che reggono un sacchetto di plastica per togliermi qualche peso. Ci sarebbero ancora due vite da raccontare, si potrebbe fare un giro sull’autoscontro, o sparare alle lattine col fucile ad aria compressa... ma siamo di nuovo sedute alla stazione, e vorrei solo chiederle di restare. Oggi che era ieri, tutto sembra già irreale.
Mi sono ritrovata sul treno del ritorno senza essermene accorta, stordita perché non ho ancora realizzato di aver trovato una persona da poter abbracciare, con cui ridere tantissimo e passare un sacco di tempo in una libreria. Una persona nuova, gentile, così rara. Che non sa molte cose di me, di cui non conosco molte cose a mia volta, a cui non posso spiegare come mi sento. E che alla fine di due giorni come questi mi lascia un sapore dolceamaro di sorpresa.
E adesso, ci si rivede presto, Silvia? Non lo so, prudenzialmente mi sono fatta un infinito pianto in treno. Non lo so, se i momenti così belli hanno il potere di ripetersi. Non mi è successo mai. Ma come un’ingenua, come la piccola sciocca che sono, con le ultime due lacrime, io lo spero tanto.
… sper!
"Ma ogni volta che vedo il mare
sono abbagliata mi devo fermare,
non capisco e mi metto a pensare
a chi di notte non riesco a vedere
Ed ogni volta che vedo il mare
è impossibile bluffare
con questo straccio d'anima dentro
è molto strano che io sia contenta adesso
Ogni volta che vedo il mare..."
sabato 31 maggio 2008
Piano. Forte.
Dove sarai adesso, ragazza della foto? Con quegli occhi così grandi, cosa starai guardando? Una città non troppo lontana, forse, di là dalle montagne o da una ferrovia. Quasi non posso ricordare il tuo viso. Come va piano, lo vedi?, il tempo. Come i treni regionali.
E’ tutto un miraggio, è quello che mi sembra, ragazza della foto, mentre cammino a piedi scalzi sul pavimento freddo come facevo da bambina. Che se fosse una stanza grande si potrebbe ballare, da matte e senza ritmo, senza lezioni né coordinazione, così per gioco. Basterebbe una musica allegra e forte. Mica sappiamo ballare, noi due!
Lo sai, anche col tuo fantasma si parlava. Anche di te si sognava, in modo strano, di una stretta di mano e della luce sul comodino spenta, senza sapere come sono fatte le tue mani, solo per ridere. Sei un miraggio persino tu, ragazza della foto? – mi chiedo. Perché forse, come questo tempo indeciso, passerai anche tu. Sempre solo addosso a me, come l’ennesima punizione, passerai anche tu. Sei un miraggio? Me lo dirai domani, o forse un’altra volta, chi lo sa. Se me lo dirai piano. Per ora c’è la lamina lucida di questa fotografia, che ho paura di rovinare, a fare da testimone al mio ennesimo pomeriggio di studio, mentre fuori ancora piove, e smette, e piove, forte.
Non si sogna più da domani, ragazza della foto, o meglio da stanotte stessa: con giornate intere da gettare in pasto all’immaginazione, ed ore che a volte non accennano ad arrivare, tutto quel tempo sprecato a non stringere e non toccare niente, senza neanche che mi ricordi più un abbraccio, com’è fatto un abbraccio. E’ proprio una condanna nascere così, lo sai meglio di me, ogni cosa che si sfiora è sempre tanto fragile. Ogni cosa che ci sfiora è sempre tanto forte.
Promettimi, se puoi, promettimi che mi dirai sempre quello che pensi. Conosco già troppi silenzi difficili da tradurre, ragazza della foto, non darmene anche tu. Promettimi che se un giorno sparirai, e di te non farai sapere più nulla, mi darai un buon motivo per cui lo fai. Ma se puoi, non farlo.
Avevamo fatto un gioco, chissà se ti ricordi, su questa musica. Il suo andare e venire che per me era un abbraccio, e per te un addio. Piano. Forte. Tanto che vorrei portarla qui da quel tempo lontano, quella stretta, e potermela tenere in un cassetto per giornate come oggi. E avrei voluto. Ora non conta.
Non si sogna più da domani, se i sogni si controllano, ragazza della foto. Ma per stanotte, non ancora.
[Ludovico Einaudi - Le onde]
E’ tutto un miraggio, è quello che mi sembra, ragazza della foto, mentre cammino a piedi scalzi sul pavimento freddo come facevo da bambina. Che se fosse una stanza grande si potrebbe ballare, da matte e senza ritmo, senza lezioni né coordinazione, così per gioco. Basterebbe una musica allegra e forte. Mica sappiamo ballare, noi due!
Lo sai, anche col tuo fantasma si parlava. Anche di te si sognava, in modo strano, di una stretta di mano e della luce sul comodino spenta, senza sapere come sono fatte le tue mani, solo per ridere. Sei un miraggio persino tu, ragazza della foto? – mi chiedo. Perché forse, come questo tempo indeciso, passerai anche tu. Sempre solo addosso a me, come l’ennesima punizione, passerai anche tu. Sei un miraggio? Me lo dirai domani, o forse un’altra volta, chi lo sa. Se me lo dirai piano. Per ora c’è la lamina lucida di questa fotografia, che ho paura di rovinare, a fare da testimone al mio ennesimo pomeriggio di studio, mentre fuori ancora piove, e smette, e piove, forte.
Non si sogna più da domani, ragazza della foto, o meglio da stanotte stessa: con giornate intere da gettare in pasto all’immaginazione, ed ore che a volte non accennano ad arrivare, tutto quel tempo sprecato a non stringere e non toccare niente, senza neanche che mi ricordi più un abbraccio, com’è fatto un abbraccio. E’ proprio una condanna nascere così, lo sai meglio di me, ogni cosa che si sfiora è sempre tanto fragile. Ogni cosa che ci sfiora è sempre tanto forte.
Promettimi, se puoi, promettimi che mi dirai sempre quello che pensi. Conosco già troppi silenzi difficili da tradurre, ragazza della foto, non darmene anche tu. Promettimi che se un giorno sparirai, e di te non farai sapere più nulla, mi darai un buon motivo per cui lo fai. Ma se puoi, non farlo.
Avevamo fatto un gioco, chissà se ti ricordi, su questa musica. Il suo andare e venire che per me era un abbraccio, e per te un addio. Piano. Forte. Tanto che vorrei portarla qui da quel tempo lontano, quella stretta, e potermela tenere in un cassetto per giornate come oggi. E avrei voluto. Ora non conta.
Non si sogna più da domani, se i sogni si controllano, ragazza della foto. Ma per stanotte, non ancora.
[Ludovico Einaudi - Le onde]
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