Ci siamo conosciute un pomeriggio alle cinque e mezza e forse neanche ci siamo chieste i nomi. Poi è capitato che l’ho cercata con gli occhi e ritrovata centinaia di volte, tra le file di sedie delle aule, al settimo piano di una palazzina, tra i messaggi durante un viaggio. Grazie alla fortuna. Sono stati i mesi delle hit parade, in cui si parlava davanti al portone, i mesi in cui lei ha preso una decisione difficile e ci siamo barcamenate insieme tra le novità della vita universitaria. Invidio la sua pazienza che non mi ha mai lasciata sola.
Quando costruisci qualcosa a volte non te ne accorgi. Ti impegni per due anni a mandare avanti il gioco, saltando, ridendo o dando spallate, perché non usciamo?, ti fermi a dormire da me?... poi ad un certo punto ti volti, perplessa, e ti ritrovi un’amicizia in mano. Non lo so se me la sono meritata.
Ma so che con lei non mi vergogno, perché non mi ha mai giudicato, né gettato addosso le mie giornate nere o i miei vuoti: i difetti che mi riconosce, sono gli stessi che vedo anch’io, anche se fa sempre una gran fatica a farli notare; forse è l’unica che mi ha accettata senza fare nessuno sforzo. So che abbiamo un’ironia in comune, la necessità di sdrammatizzare in modo anche stupido, pur vedendo tutte e due l’aspetto serio di ogni cosa. So riconoscere una persona forte, nelle battute, nei silenzi, negli sguardi pieni di parole. A volte le è toccato esserlo per sé e per me. So che è stanca dei doveri, degli impegni, delle scadenze e dei miei alti e bassi, conosco il suo modo di (non) lamentarsi. Eppure tutto quello che è riuscita a fare, nel suo andare perseverante che continua senza far chiasso, supera esami, trova spazio per chiunque, mi rende enormemente fiera di lei. Cerco di imparare, di carpirle il segreto di tutta quella tolleranza, perché mi renderebbe migliore sapermi mettere da parte, somigliarle almeno un po’ .
Dividiamo film, peluche e qualche segreto importante, dividiamo ore ed ore ogni volta che una delle due lo propone: è di quelle persone generose che fanno eccezione, e che trovi sempre quando le cerchi, ha quella specie di dono senza cui ora mi sentirei smarrita. Perché quando penso a tutto questo tempo e mi chiedo cosa ho costruito, cosa mi rimane anche quando mi allontano, penso a lei. Ai suoi mille orecchini colorati, alla scrivania disorganizzata, al computer ribelle e alla sua risata. Penso ad ogni dettaglio che di me si ricorda e che conserva, attenta, al posto che ha nella mia vita e che malgrado le apparenze nessun altro può riempire.
Non ho nulla di buono da darle, ma un pomeriggio, alle cinque e mezza, l’ho fatta ridere di gusto. Non pensavo, in quel momento, di essere capace di fare una qualunque cosa, una qualunque piccola cosa, che fosse buona. Ma non mi sono trovata davanti regole o convenzioni, obblighi, tensioni: ho trovato una risata e una disponibilità infinita, un’autentica rarità. Ho trovato Fede.
Oh, mi è sfuggito un dettaglio!
Ti voglio bene chicaaaaaa :)
PS: In realtà questo post ha una maledizione voodoo...
mercoledì 22 luglio 2009
sabato 18 luglio 2009
Soluzione
Vorrei essere stronza, così non mi farei prendere per culo. Vedrei solo una strada, la mia, e sarei bravissima a tagliare i rami che mi intralciano il cammino: le strade laterali neanche le prenderei in considerazione. Ci penserei due volte prima di farmi avvicinare da qualcuno, comunque non mi fiderei mai della prima impressione.
Vorrei essere stronza almeno ogni tanto, quando inizio a sentire male dentro, in modo da girare la testa dall’altra parte e restare brillante, sorridente, ordinata, senza sentire più nulla che non sia l'indifferenza. E per iniziare direi che metto un legaccio all’emotività eccessiva e mi preparo uno scudo davanti al cervello, un’armatura intorno al petto, e una bella faccia di circostanza.
Vorrei essere stronza almeno in parte, per fare una scelta selettiva dei pensieri, controllare i mal di testa quando sono tesa e lo stomaco che si contorce. Dovrei poter decidere cosa e chi voglio sognare, quale immagine può apparirmi davanti quando mi distraggo, cosa va lasciato da parte e possibilmente dimenticato. Ecco, dovrei imparare a dimenticare, da un giorno all’altro.
Perché in fondo uno si può accettare così com’è, con tutte le crepe e le storture della sua personalità, con gli eccessi che è costretto a tollerarsi, convivere con sé stesso. Ma sono poche le persone disposte a fare altrettanto. Quindi.
Vorrei essere stronza per stare più comoda agli altri. Quando gli altri non si meritano niente di meglio, o quando io non mi merito di star male per gli altri.
Vorrei essere stronza almeno ogni tanto, quando inizio a sentire male dentro, in modo da girare la testa dall’altra parte e restare brillante, sorridente, ordinata, senza sentire più nulla che non sia l'indifferenza. E per iniziare direi che metto un legaccio all’emotività eccessiva e mi preparo uno scudo davanti al cervello, un’armatura intorno al petto, e una bella faccia di circostanza.
Vorrei essere stronza almeno in parte, per fare una scelta selettiva dei pensieri, controllare i mal di testa quando sono tesa e lo stomaco che si contorce. Dovrei poter decidere cosa e chi voglio sognare, quale immagine può apparirmi davanti quando mi distraggo, cosa va lasciato da parte e possibilmente dimenticato. Ecco, dovrei imparare a dimenticare, da un giorno all’altro.
Perché in fondo uno si può accettare così com’è, con tutte le crepe e le storture della sua personalità, con gli eccessi che è costretto a tollerarsi, convivere con sé stesso. Ma sono poche le persone disposte a fare altrettanto. Quindi.
Vorrei essere stronza per stare più comoda agli altri. Quando gli altri non si meritano niente di meglio, o quando io non mi merito di star male per gli altri.
sabato 13 giugno 2009
Muovere le mani
La verità è che io non ho abbastanza per essere amata. Per favore, non statemi a consolare, non venite a farmi le prediche, tutte le giustificazioni possibili sulla sfortuna il destino e vedrai che basta aspettare e non ti fasciare la testa e non dire scemenze. So già tutto ma tutto non ha cambiato niente.
Forse mi dovrei far crescere i capelli, dovrei lasciar stare le smagliature sulle gambe e buttarmi sulle gonne corte, o dimagrire tanto che mi si veda il seno, magari aggiungere qualche paio di orecchini. E mi dovrei certo somigliare di meno, lasciar perdere tutta la strada che ho fatto per unire il fuori e il dentro, e cedere ai compromessi. Ma la cosa buffa è che so che non basta, perché io ho qualcosa, oppure ho qualcosa che mi manca, e non sarò mai a posto.
Ho aspettato che venisse il tempo con più pazienza di altre persone, ho aspettato che passasse il cortisone e la pelle delle radiazioni, che tornasse il mio passato dalla terra di nessuno in cui si era nascosto e che si riattaccasse ai miei vent’anni. Ho visto diciotto ragazzi guardarmi straniti, a tutti ho regalato le mie spiegazioni, per accorgermi alla fine che mi piaceva qualcosa di diverso, che i pezzi di quel mondo emotivo così ruvido che contengo si stavano sconvolgendo in modo sempre più evidente. Ed ho cercato, incuriosita, le mie risposte, abbattendo i miei limiti, senza che nessuno sapesse. Ho visto ogni cosa trovare una forma in qualcuno e illuminarsi ed esplodere, come impazzita, e infine ho visto quella forma schiantarsi, perché non bastava ancora, aver messo tutta me stessa in quell’altare di sabbia.
La verità è che io non ho abbastanza per essere amata, perché quando mi avvicino, l’amore si accorge che mi manca qualcosa. Non ho forse sufficiente passione, non sono così colta o curiosa, non ascolto le canzoni giuste, e qualunque cosa io possa inventare – perché ne invento, di cose – avrà sempre quel decimo di millesimo mancante per vincere la partita. Pensavo che fosse un regalo, sapere come si ama, pensavo che bastassero due o tre ingredienti per farsi brillare gli occhi, invece mi vanto di poter dire che io, signori, non ho capito niente, e che riprendo le mie quattro magliette e i miei poster alle pareti e me ne vado. Stasera scrivere è solo muovere le mani, ed era tanto che non lo facevo, da aver quasi dimenticato la sensazione.
Segreteria telefonica. Io sono stanca, non riesco a far più niente, e non rispondo più.
"Che si gioca per vincere e chi vince è perduto"
Forse mi dovrei far crescere i capelli, dovrei lasciar stare le smagliature sulle gambe e buttarmi sulle gonne corte, o dimagrire tanto che mi si veda il seno, magari aggiungere qualche paio di orecchini. E mi dovrei certo somigliare di meno, lasciar perdere tutta la strada che ho fatto per unire il fuori e il dentro, e cedere ai compromessi. Ma la cosa buffa è che so che non basta, perché io ho qualcosa, oppure ho qualcosa che mi manca, e non sarò mai a posto.
Ho aspettato che venisse il tempo con più pazienza di altre persone, ho aspettato che passasse il cortisone e la pelle delle radiazioni, che tornasse il mio passato dalla terra di nessuno in cui si era nascosto e che si riattaccasse ai miei vent’anni. Ho visto diciotto ragazzi guardarmi straniti, a tutti ho regalato le mie spiegazioni, per accorgermi alla fine che mi piaceva qualcosa di diverso, che i pezzi di quel mondo emotivo così ruvido che contengo si stavano sconvolgendo in modo sempre più evidente. Ed ho cercato, incuriosita, le mie risposte, abbattendo i miei limiti, senza che nessuno sapesse. Ho visto ogni cosa trovare una forma in qualcuno e illuminarsi ed esplodere, come impazzita, e infine ho visto quella forma schiantarsi, perché non bastava ancora, aver messo tutta me stessa in quell’altare di sabbia.
La verità è che io non ho abbastanza per essere amata, perché quando mi avvicino, l’amore si accorge che mi manca qualcosa. Non ho forse sufficiente passione, non sono così colta o curiosa, non ascolto le canzoni giuste, e qualunque cosa io possa inventare – perché ne invento, di cose – avrà sempre quel decimo di millesimo mancante per vincere la partita. Pensavo che fosse un regalo, sapere come si ama, pensavo che bastassero due o tre ingredienti per farsi brillare gli occhi, invece mi vanto di poter dire che io, signori, non ho capito niente, e che riprendo le mie quattro magliette e i miei poster alle pareti e me ne vado. Stasera scrivere è solo muovere le mani, ed era tanto che non lo facevo, da aver quasi dimenticato la sensazione.
Segreteria telefonica. Io sono stanca, non riesco a far più niente, e non rispondo più.
"Che si gioca per vincere e chi vince è perduto"
lunedì 4 maggio 2009
Barcellona in un sottopassaggio
"Teresa ha gli occhi secchi, guarda verso il mare
per lei, figlia di pirati, penso che sia normale
Teresa parla poco, ha labbra screpolate
mi indica un amore perso, a Rimini d'estate
Lei dice bruciato in piazza dalla Santa Inquisizione
forse perduto a Cuba nella rivoluzione
o nel porto di New York, nella caccia alle streghe
oppure in nessun posto ma nessuno... le crede"
Di te si raccontano molte cose. Dicono che sei andato in Spagna a combattere contro i tuoi mostri, hai inseguito la paura fino al centro della piazza e sotto quel sole, solo, l’hai guardata negli occhi. Dicono che hai avuto molte donne, forse a qualcuna hai spezzato il cuore. So che hai amato tutte, febbricitante e onesto come ti conosco, corridore instancabile, che hai nelle pupille per ognuna una forma, un polso o un ricciolo scuro, che è quanto di lei ti ha rapito. Quanto ti resta di lei, ora che rifai la valigia e non senti cosa mi dicono di te.
Ho sempre saputo quanto erano grandi le nostre differenze, quasi quanto sono diverse le dimensioni dei nostri corpi. Alto ma gentile, muscoli che non oppongono resistenza, sei sempre stato quello che rompeva il ghiaccio. Ti inserisci tra la gente in un momento, lasci che accettino la tua invadenza viva, ti fai padrone delle situazioni... come un fuoco d’artificio, reciti: sai quello che vogliono da te, non hai problemi a dispensarlo. Hai fascino, e mi ricordo quanto era difficile arrivarti al fondo e costringerti a gettare quegli orpelli, quelle vesti multicolori sotto cui neanche tu guardavi. Dicono che adesso non hai più veli, che tutto in te viene da quel fondo, so che è vero. Ed io?
Ti sono amico da un tempo lunghissimo. Avanzo con lentezza sperando ancora e davvero che tu non guardi i modi sciocchi in cui sono caduto, le mediocrità della mia vita. Eppure le avrai contate, le passioni che mi hanno avvolto e consumato, sapevi che tornavo quando tutto era andato a rotoli. Vergognoso, con la mia finta superiorità, a chiedere asilo alle tue parole benevole, mentre sentivi gli stessi nomi ripetersi all’infinito, fino a capire, fino a vedere anche tu il divario fra noi due, senza neanche sapere quanti milioni di volte e sempre ad una persona, ho detto amore. Mi sono proibito parole d’affetto, le ho tirate fuori da poco, come le lenzuola impolverate dai bauli. Non fanno più lo stesso effetto, non potrebbero mai: ho solo il ricordo di come erano, che ogni tanto si impiglia nel cuore con piccoli uncini. Ma so cosa intendo quando le do a qualcun altro. Sono l’unico a saperlo.
"E due errori ho commesso, due errori di saggezza
abortire l'America e poi guardarla con dolcezza
Ma voi che siete uomini, sotto il vento e le vele
non regalate terre promesse a chi... non le mantiene"
Dicono che sono sempre in giro, che sono lontano. Non è poi difficile vedere che non mi muovo: fa sorridere che ogni mattina, pensando a raggiungerti, mi accontenti di una Barcellona per scherzo, nel sottopasso della piazza. Mentre ordinatamente risistemo i miei fogli, spingo la vita a calci, mi chiudo nel mutismo di chi ogni tanto, ogni tanto, vorrebbe essere come te. Che ti fai prendere dalla strada come un piccolo impertinente, fai sembrare tutto possibile, ogni città vicina con due passi. Alto ma gentile, come ricordo dai tuoi abbracci, mentre il mio corpo mi prende in giro e mi ridicolizza, resta anonimo, puerile. Un giorno potrò dirti che andava bene lo stesso. Che la dolcezza prende sempre di sorpresa, che la felicità entra dalla porta lasciata aperta per sbaglio. Dicono che quel tempo viene per tutti, sono stanco di aspettare, entro ed esco dalla mia stanza.
Come spiegare cosa sappiamo insieme? Il senso di reciproca completa accettazione, il privato tra me e te? Come nella canzone di quel giorno strano, quando ci siamo ritrovati allo stesso angolo della vita e ci siamo incastrati di nuovo, finalmente sicuri di non perderci ancora (cosa importa se sono caduto, se sono lontano…). Come qualche giorno di tristezza nei mesi che sono passati, in cui sei ricomparso come da un sogno a consolare. Vorrei avere mani di ragazzo piene come le tue.
"Ma voi che siete a Rimini, tra i gelati e le bandiere
non fate più scommesse sulla figlia del droghiere"
È bello pensarti adesso, nell’odore umido dell’aurora. Pensare che resti, tra le altre, la mia persona.
Dicono che torni presto. Ripartiremo insieme.
per lei, figlia di pirati, penso che sia normale
Teresa parla poco, ha labbra screpolate
mi indica un amore perso, a Rimini d'estate
Lei dice bruciato in piazza dalla Santa Inquisizione
forse perduto a Cuba nella rivoluzione
o nel porto di New York, nella caccia alle streghe
oppure in nessun posto ma nessuno... le crede"
Di te si raccontano molte cose. Dicono che sei andato in Spagna a combattere contro i tuoi mostri, hai inseguito la paura fino al centro della piazza e sotto quel sole, solo, l’hai guardata negli occhi. Dicono che hai avuto molte donne, forse a qualcuna hai spezzato il cuore. So che hai amato tutte, febbricitante e onesto come ti conosco, corridore instancabile, che hai nelle pupille per ognuna una forma, un polso o un ricciolo scuro, che è quanto di lei ti ha rapito. Quanto ti resta di lei, ora che rifai la valigia e non senti cosa mi dicono di te.
Ho sempre saputo quanto erano grandi le nostre differenze, quasi quanto sono diverse le dimensioni dei nostri corpi. Alto ma gentile, muscoli che non oppongono resistenza, sei sempre stato quello che rompeva il ghiaccio. Ti inserisci tra la gente in un momento, lasci che accettino la tua invadenza viva, ti fai padrone delle situazioni... come un fuoco d’artificio, reciti: sai quello che vogliono da te, non hai problemi a dispensarlo. Hai fascino, e mi ricordo quanto era difficile arrivarti al fondo e costringerti a gettare quegli orpelli, quelle vesti multicolori sotto cui neanche tu guardavi. Dicono che adesso non hai più veli, che tutto in te viene da quel fondo, so che è vero. Ed io?
Ti sono amico da un tempo lunghissimo. Avanzo con lentezza sperando ancora e davvero che tu non guardi i modi sciocchi in cui sono caduto, le mediocrità della mia vita. Eppure le avrai contate, le passioni che mi hanno avvolto e consumato, sapevi che tornavo quando tutto era andato a rotoli. Vergognoso, con la mia finta superiorità, a chiedere asilo alle tue parole benevole, mentre sentivi gli stessi nomi ripetersi all’infinito, fino a capire, fino a vedere anche tu il divario fra noi due, senza neanche sapere quanti milioni di volte e sempre ad una persona, ho detto amore. Mi sono proibito parole d’affetto, le ho tirate fuori da poco, come le lenzuola impolverate dai bauli. Non fanno più lo stesso effetto, non potrebbero mai: ho solo il ricordo di come erano, che ogni tanto si impiglia nel cuore con piccoli uncini. Ma so cosa intendo quando le do a qualcun altro. Sono l’unico a saperlo.
"E due errori ho commesso, due errori di saggezza
abortire l'America e poi guardarla con dolcezza
Ma voi che siete uomini, sotto il vento e le vele
non regalate terre promesse a chi... non le mantiene"
Dicono che sono sempre in giro, che sono lontano. Non è poi difficile vedere che non mi muovo: fa sorridere che ogni mattina, pensando a raggiungerti, mi accontenti di una Barcellona per scherzo, nel sottopasso della piazza. Mentre ordinatamente risistemo i miei fogli, spingo la vita a calci, mi chiudo nel mutismo di chi ogni tanto, ogni tanto, vorrebbe essere come te. Che ti fai prendere dalla strada come un piccolo impertinente, fai sembrare tutto possibile, ogni città vicina con due passi. Alto ma gentile, come ricordo dai tuoi abbracci, mentre il mio corpo mi prende in giro e mi ridicolizza, resta anonimo, puerile. Un giorno potrò dirti che andava bene lo stesso. Che la dolcezza prende sempre di sorpresa, che la felicità entra dalla porta lasciata aperta per sbaglio. Dicono che quel tempo viene per tutti, sono stanco di aspettare, entro ed esco dalla mia stanza.
Come spiegare cosa sappiamo insieme? Il senso di reciproca completa accettazione, il privato tra me e te? Come nella canzone di quel giorno strano, quando ci siamo ritrovati allo stesso angolo della vita e ci siamo incastrati di nuovo, finalmente sicuri di non perderci ancora (cosa importa se sono caduto, se sono lontano…). Come qualche giorno di tristezza nei mesi che sono passati, in cui sei ricomparso come da un sogno a consolare. Vorrei avere mani di ragazzo piene come le tue.
"Ma voi che siete a Rimini, tra i gelati e le bandiere
non fate più scommesse sulla figlia del droghiere"
È bello pensarti adesso, nell’odore umido dell’aurora. Pensare che resti, tra le altre, la mia persona.
Dicono che torni presto. Ripartiremo insieme.
giovedì 16 aprile 2009
Stasera (-quale allegria-)
"Quale allegria
se ti ho cercato per una vita senza trovarti
senza nemmeno avere la soddisfazione di averti
per vederti andare via... quale allegria"
Ti ho salutato molte volte, più di quanto abbia mai fatto con chiunque altro. Molte volte ti ho visto andare via, mi sono girata e ho ripreso a camminare. Ho una vita piena, sai? Casa mia scoppia di film in compagnia e libri a cui dare il tempo, ha milioni di angoli comodi e pavimenti diversi. Ho imparato a portarmene dietro delle parti, per controllare la nostalgia, ora che ci ho fatto il callo andare e venire non è più ogni volta una separazione. Sono abituata a salutare.
Anche adesso, per quanto possa parlare e tirar fuori altri argomenti, per quanto ancora ci sia luce e sembri pomeriggio, so che devi salire le tue scale, allontanarti. Ma non è come è stato molte volte. Stasera ti vedo salutarmi, e con te mi voltano le spalle tutte le persone che se ne sono andate, tutte quelle che nel tempo ho perso. Come se il tuo saluto fosse tutti i saluti, tutti gli addii, tutti gli abbandoni del mondo, e te ne andassi senza fermarti insieme a tutta la gioia di questa giornata bellissima. E’ una sensazione sconosciuta, che mi spaventa, con cui non so confrontarmi. Ho rivissuto i miei distacchi parlandone a te, che hai saputo contenermi come forse nessuno finora, ti ho affidato parole e segreti imbarazzanti. Te ne vai anche tu, adesso.
Vorrei chiederti di restare, di venire con me una sera di più. Di smettere di guardare il portone di legno come avessi fretta e non sapessi come congedarmi. Vorrei chiedertelo tanto che le frasi mi salgono dal basso fino al petto, alle spalle, alla gola. Dirti di non lasciarmi sola, non mettermi di fronte la strada di casa, non fingere che tanto ci vediamo domani. Resto zitta.
Me lo ricordo, sai? Lo so perché non posso chiederti di restare. Potrei farlo anche solo per sentirmi dire di no, non sarebbe strano da me, neanche faticoso. Ma mi sono promessa, ti ho promesso che non l’avrei più chiesto: non ne ho la dignità né riuscirei a rivedere la faccia che fai, quando ti è difficile spiegarmi che non puoi. Hai ragione, tutte le ragioni: non puoi, a causa mia. Tu le vedi, le parole dentro la mia gola, le vedi sconfinarmi nello sguardo e non sai come reagire. Vorrei aiutarti e dirti che non è niente, di girarti e non starci a pensare, vorrei che passassi una bella serata facendo le cose ai tuoi ritmi. Resto zitta. Non so essere bugiarda fino a quel punto.
Ti stringerei tanto da non ricordarmi più il mio nome, continuerei a parlarti di tutto, ti permetterei qualunque domanda. Ma ti guardo andare via, come molte altre volte. E sei tutte le schiene voltate che ho visto in tanti anni, anche se cerchi, generosamente, di guardarmi finché non giri l’angolo. Combatto con la mia sensazione sconosciuta, con la bolla vuota che mi è rimasta.
Mi fermo dopo pochi passi. Non torni. Torno io allora. A casa mia.
se ti ho cercato per una vita senza trovarti
senza nemmeno avere la soddisfazione di averti
per vederti andare via... quale allegria"
Ti ho salutato molte volte, più di quanto abbia mai fatto con chiunque altro. Molte volte ti ho visto andare via, mi sono girata e ho ripreso a camminare. Ho una vita piena, sai? Casa mia scoppia di film in compagnia e libri a cui dare il tempo, ha milioni di angoli comodi e pavimenti diversi. Ho imparato a portarmene dietro delle parti, per controllare la nostalgia, ora che ci ho fatto il callo andare e venire non è più ogni volta una separazione. Sono abituata a salutare.
Anche adesso, per quanto possa parlare e tirar fuori altri argomenti, per quanto ancora ci sia luce e sembri pomeriggio, so che devi salire le tue scale, allontanarti. Ma non è come è stato molte volte. Stasera ti vedo salutarmi, e con te mi voltano le spalle tutte le persone che se ne sono andate, tutte quelle che nel tempo ho perso. Come se il tuo saluto fosse tutti i saluti, tutti gli addii, tutti gli abbandoni del mondo, e te ne andassi senza fermarti insieme a tutta la gioia di questa giornata bellissima. E’ una sensazione sconosciuta, che mi spaventa, con cui non so confrontarmi. Ho rivissuto i miei distacchi parlandone a te, che hai saputo contenermi come forse nessuno finora, ti ho affidato parole e segreti imbarazzanti. Te ne vai anche tu, adesso.
Vorrei chiederti di restare, di venire con me una sera di più. Di smettere di guardare il portone di legno come avessi fretta e non sapessi come congedarmi. Vorrei chiedertelo tanto che le frasi mi salgono dal basso fino al petto, alle spalle, alla gola. Dirti di non lasciarmi sola, non mettermi di fronte la strada di casa, non fingere che tanto ci vediamo domani. Resto zitta.
Me lo ricordo, sai? Lo so perché non posso chiederti di restare. Potrei farlo anche solo per sentirmi dire di no, non sarebbe strano da me, neanche faticoso. Ma mi sono promessa, ti ho promesso che non l’avrei più chiesto: non ne ho la dignità né riuscirei a rivedere la faccia che fai, quando ti è difficile spiegarmi che non puoi. Hai ragione, tutte le ragioni: non puoi, a causa mia. Tu le vedi, le parole dentro la mia gola, le vedi sconfinarmi nello sguardo e non sai come reagire. Vorrei aiutarti e dirti che non è niente, di girarti e non starci a pensare, vorrei che passassi una bella serata facendo le cose ai tuoi ritmi. Resto zitta. Non so essere bugiarda fino a quel punto.
Ti stringerei tanto da non ricordarmi più il mio nome, continuerei a parlarti di tutto, ti permetterei qualunque domanda. Ma ti guardo andare via, come molte altre volte. E sei tutte le schiene voltate che ho visto in tanti anni, anche se cerchi, generosamente, di guardarmi finché non giri l’angolo. Combatto con la mia sensazione sconosciuta, con la bolla vuota che mi è rimasta.
Mi fermo dopo pochi passi. Non torni. Torno io allora. A casa mia.
domenica 22 febbraio 2009
Propositi
"So, so you think you can tell
Heaven from Hell
blue skies from pain
can you tell a green field
from a cold steel rail?
A smile from a veil?
Do you think you can tell?"
Si cammina a grandi passi in questi giorni. Per cui pensa velocemente senza per forza guardarti intorno e magari - magari! - cerca di parlare meno. Nessuno ha bisogno di troppi colori forti, le parole in eccesso diventano pesanti come segni di pastelli a cera. Quindi tienile per te.
Una volta che sei ben sveglia, vestiti in fretta ed esci, non serve a niente restare a indugiare sui sogni. Certe volte non si va per amore del vento, ma solo perché si hanno le scarpe, anche con piedi piccoli come i tuoi. Ché il futuro è uomo e non ha pazienza. Uomo come lo sguardo in cui ti tufferai, prima o poi, sentendoti annegare. Adesso no.
C’è un vasto deserto di rabbia che mi sento addosso, che vorrei prendere a calci come facevo anni fa col cuscino vecchio del divano. Non posso più mettere a tacere i rumori, né quelli degli altri quando fanno chiasso per nulla, né quelli della mia testa, ultimamente tanto affezionata ad un’idea. Così arriva sempre il punto in cui sono irritata abbastanza da mettermi in riga e rimproverarmi, e capisco a cosa sono servite le distese di terra arata in mezzo a cui passavo in bicicletta, il loro odore di polvere ed erba, quella silenziosa ed efficiente produttività. A farmi smettere con questa indulgenza ridicola verso me stessa, a farmi venire in faccia la concretezza spicciola delle cose. Muoversi, studiare, organizzare. Tanto non ci sei lo stesso.
Cos’è la bellezza. Non sono mai stata d’accordo con nessuno, non conosco regole uniformi, so solo che la vedo come qualcosa che brucia, scoppia, si sprigiona nel centro di qualche parte di te e che qualche volta, più o meno spesso, ti impregna come di un colore o di un odore inconfondibile. Che da lì irradia, arriva fino all'esterno, e la avverto sotto la pelle come avessi un’antenna segreta per sentirti. La bellezza è quando passi la mano sul tavolo e non pensi che ti stia guardando, quando vedi qualcosa che ti apre un universo intero. È persino la sera che saltavi di gioia e che non ci potevo fare niente, non ci posso fare niente. Chissà se ogni tanto ti è capitato di ripensarci, o se hai preso una scorciatoia in modo da dimenticartene. Come la vedo, la bellezza. Non è importante.
C’è freddo e domattina si cambiano le lenzuola. Ci si esercita nella pronuncia e si fa ordine tra le carte, si toglie la polvere dalla scrivania e magari - magari! - si cerca di parlare meno. Muoversi, studiare, organizzare. Tanto non ci sei lo stesso.
"How I wish, how I wish you were here
We're just two lost souls swimming in a fish bowl
year after year
running over the same old ground
what have we found?
The same old fears
... wish you were here"
Heaven from Hell
blue skies from pain
can you tell a green field
from a cold steel rail?
A smile from a veil?
Do you think you can tell?"
Si cammina a grandi passi in questi giorni. Per cui pensa velocemente senza per forza guardarti intorno e magari - magari! - cerca di parlare meno. Nessuno ha bisogno di troppi colori forti, le parole in eccesso diventano pesanti come segni di pastelli a cera. Quindi tienile per te.
Una volta che sei ben sveglia, vestiti in fretta ed esci, non serve a niente restare a indugiare sui sogni. Certe volte non si va per amore del vento, ma solo perché si hanno le scarpe, anche con piedi piccoli come i tuoi. Ché il futuro è uomo e non ha pazienza. Uomo come lo sguardo in cui ti tufferai, prima o poi, sentendoti annegare. Adesso no.
C’è un vasto deserto di rabbia che mi sento addosso, che vorrei prendere a calci come facevo anni fa col cuscino vecchio del divano. Non posso più mettere a tacere i rumori, né quelli degli altri quando fanno chiasso per nulla, né quelli della mia testa, ultimamente tanto affezionata ad un’idea. Così arriva sempre il punto in cui sono irritata abbastanza da mettermi in riga e rimproverarmi, e capisco a cosa sono servite le distese di terra arata in mezzo a cui passavo in bicicletta, il loro odore di polvere ed erba, quella silenziosa ed efficiente produttività. A farmi smettere con questa indulgenza ridicola verso me stessa, a farmi venire in faccia la concretezza spicciola delle cose. Muoversi, studiare, organizzare. Tanto non ci sei lo stesso.
Cos’è la bellezza. Non sono mai stata d’accordo con nessuno, non conosco regole uniformi, so solo che la vedo come qualcosa che brucia, scoppia, si sprigiona nel centro di qualche parte di te e che qualche volta, più o meno spesso, ti impregna come di un colore o di un odore inconfondibile. Che da lì irradia, arriva fino all'esterno, e la avverto sotto la pelle come avessi un’antenna segreta per sentirti. La bellezza è quando passi la mano sul tavolo e non pensi che ti stia guardando, quando vedi qualcosa che ti apre un universo intero. È persino la sera che saltavi di gioia e che non ci potevo fare niente, non ci posso fare niente. Chissà se ogni tanto ti è capitato di ripensarci, o se hai preso una scorciatoia in modo da dimenticartene. Come la vedo, la bellezza. Non è importante.
C’è freddo e domattina si cambiano le lenzuola. Ci si esercita nella pronuncia e si fa ordine tra le carte, si toglie la polvere dalla scrivania e magari - magari! - si cerca di parlare meno. Muoversi, studiare, organizzare. Tanto non ci sei lo stesso.
"How I wish, how I wish you were here
We're just two lost souls swimming in a fish bowl
year after year
running over the same old ground
what have we found?
The same old fears
... wish you were here"
domenica 1 febbraio 2009
Le strade di lei
Guardati mentre sorridi nel tuo maglione a righe, in uno dei pochi momenti in cui non ti fai giudice di te stessa. Guardati quelle volte che te ne freghi se stai alzando un po’ la voce o stai parlando di cose imbarazzanti: è allora che penso di averti capita. Ti vedo come in un dipinto, sei un’aggraziata farfalla indaco e rosso: fragile e veloce, sbatti le ali in un cielo confuso muovendoti sicura, appena più a destra una rosa schiusa. E tu libera. Ma un solo secondo più tardi nel mio cervello le distanze si ristabiliscono secondo la norma, misurate nello spazio lungo tra casa mia e casa tua, due ore e mezzo di treno.
Adesso sarei curiosa di sapere cosa fai e cosa hai in testa, mentre tento di concentrarmi nello studio, provando a dimenticare che in me è iniziato un piccolo disgelo. E penso invece a com’è strano aver scoperto solo adesso la rara capacità che hai di risvegliare l’entusiasmo, di farmi dire questa è la mia canzone preferita, senti!, di farmi sostituire subito una bugia comoda con la verità. Di offrire quell’ascolto pieno di cui è persino difficile capacitarsi, di farmi credere nel modo più sincero che tutti meritano il meglio, ma più degli altri tu. Che ti intimidisci per un complimento e ti ostini a vederti inadeguata, ma senti ogni cosa come se ti travolgesse, e raramente abbassi lo sguardo. Che non ti vergogni di quello che pensi. Che ritorni.
Mi hai dato il privilegio di sollevare un velo e mi hai guidata mentre ci passavo sotto la mano, perché potessi capire. Sai meglio di me che, anche se il più pesante, è solo il primo di un cumulo di veli opachi, posati uno sull’altro, pronti a ribellarsi a qualunque intruso.
Sono una sconosciuta e lo so. Ma vengo con le intenzioni migliori, ho tolto anelli e bracciali con cui avrei potuto graffiare quella che tu chiami una corazza. Non mi interessa avere fretta né ho date di scadenza; in compenso mi conosco bene, già intuisco che mi mancheresti.
Ho forse i pregi più ridicoli e i difetti più gravi, eppure non riuscirei ad accontentarmi delle parole di cortesia. Puoi dirmele, se vuoi, me le prenderò lo stesso: ma per ora lascia che mi culli in questo senso di protezione, nella rete azzurra di poter pensare che partiremo, usciremo, ci fideremo. Per quello che era un pomeriggio in un bar, che mi ha portato a prenderti le mani, che ti ha fatto intravedere uno spiraglio. Come suggerendo una strada possibile, di cui potresti stancarti presto... o che forse sceglierai di continuare, con santa pazienza e molto stupore. Una delle tante strade che hanno svincoli e bivi e sentieri laterali, ma di cui non si vede la fine. Stringi gli occhi, guarda lontano. Dove guardo anch'io.
"Per questo avrai baci per regalo ogni Natale
e vino allungato con l’acqua delle rose
Ti daranno amore, amore, amore
e non filo spinato…”
Ti voglio bene!
Adesso sarei curiosa di sapere cosa fai e cosa hai in testa, mentre tento di concentrarmi nello studio, provando a dimenticare che in me è iniziato un piccolo disgelo. E penso invece a com’è strano aver scoperto solo adesso la rara capacità che hai di risvegliare l’entusiasmo, di farmi dire questa è la mia canzone preferita, senti!, di farmi sostituire subito una bugia comoda con la verità. Di offrire quell’ascolto pieno di cui è persino difficile capacitarsi, di farmi credere nel modo più sincero che tutti meritano il meglio, ma più degli altri tu. Che ti intimidisci per un complimento e ti ostini a vederti inadeguata, ma senti ogni cosa come se ti travolgesse, e raramente abbassi lo sguardo. Che non ti vergogni di quello che pensi. Che ritorni.
Mi hai dato il privilegio di sollevare un velo e mi hai guidata mentre ci passavo sotto la mano, perché potessi capire. Sai meglio di me che, anche se il più pesante, è solo il primo di un cumulo di veli opachi, posati uno sull’altro, pronti a ribellarsi a qualunque intruso.
Sono una sconosciuta e lo so. Ma vengo con le intenzioni migliori, ho tolto anelli e bracciali con cui avrei potuto graffiare quella che tu chiami una corazza. Non mi interessa avere fretta né ho date di scadenza; in compenso mi conosco bene, già intuisco che mi mancheresti.
Ho forse i pregi più ridicoli e i difetti più gravi, eppure non riuscirei ad accontentarmi delle parole di cortesia. Puoi dirmele, se vuoi, me le prenderò lo stesso: ma per ora lascia che mi culli in questo senso di protezione, nella rete azzurra di poter pensare che partiremo, usciremo, ci fideremo. Per quello che era un pomeriggio in un bar, che mi ha portato a prenderti le mani, che ti ha fatto intravedere uno spiraglio. Come suggerendo una strada possibile, di cui potresti stancarti presto... o che forse sceglierai di continuare, con santa pazienza e molto stupore. Una delle tante strade che hanno svincoli e bivi e sentieri laterali, ma di cui non si vede la fine. Stringi gli occhi, guarda lontano. Dove guardo anch'io.
"Per questo avrai baci per regalo ogni Natale
e vino allungato con l’acqua delle rose
Ti daranno amore, amore, amore
e non filo spinato…”
Ti voglio bene!
Iscriviti a:
Post (Atom)