mercoledì 21 novembre 2007

Nostalgie uno e due

Fa un freddo che non ci si crede, e tutti torniamo ad avere nostalgia. Come se ci fossimo messi d’accordo. Chi sogna la Puglia, chi la Basilicata, la costa sarda, la campagna laziale o toscana, senza eccezioni ad uno ad uno riviaggiamo verso le nostre terre e sentiamo sotto le scarpe il viale di casa, il tiepido intorno. Arriviamo davanti al portoncino di legno scuro, e annusiamo il nostro autunno di foglie secche e di sole sbiadito, di oro rosso, e se anche l’aria punge un po’ sul viso non ci gela i sogni. Muoviamo decisi il piede destro in avanti, per mettere il primo passo oltre la soglia, e già ci sorprende la lieve onda di calore a riceverci accogliente, già ci si gonfia un attimo il petto. La bocca, quella che si sforza di pronunciare bene una sillaba o di non scoppiare in pianto e in riso, quella stessa bocca, allargata per un secondo a salutare. Non pensiamo a nient’altro, nessuno di noi. Un caminetto e una risata, la sento già salire. Le foglie che al vento fanno rumore di pioggia.
Salvo poi aprire gli occhi, e vedere che fuori dalla classe della lezione di spagnolo quasi nevica.

Sabato scorso sono rimasta al caldo, sotto le coperte, dimentica degli impegni. Ma non è colpa di nessuno se tra le mie nostalgie, che sono cento e sono tre, è tornato a farsi vivo l’odore caro di salsedine e ardesia, è passato per un secondo un soffio di buone cose. Il vento di Genova.

Finestra grande, nessuno con me, mi metto in piedi un po’ a fatica ma sto bene. Il pigiama rosa leggero. Mi affaccio respirando verso uno dei meravigliosi tramonti di questa stagione, e vedo qui sotto case verdi e rosa e gialle, auto ferme al semaforo, una ringhiera, il 31 per Brignole. La luce arancione accarezza tutto, non posso sapere quanto è inverno fuori di qui, sembra un marzo perenne, meraviglioso. Ed è così che anch’io lo vedo: a ripetersi sempre diverso, il mare, a impegnarsi, a costruire, il mare ad andare e venire orgoglioso e superbo, messo lì perché mi ricordi che non tutto cambia mentre io sono bloccata in questo limbo per un tempo immisurabile. Non tutto cambia. Il mare a placare il dolore.
Tengo i libri di scuola in un armadietto, insieme alla fisiologica e all’eparina, per essere libera di non preoccuparmene, come se già sapessi che ciò che ho lasciato ormai è perso, ma non volessi ancora avvisare gli altri. I peluche voglio averli un po’ ovunque, anche se imbustati perché non facciano polvere, ma va bene, per una volta che me ne regalano a dozzine, a manciate, in quantità! Sono le sette di sera e dio mio, non ci si crede ai colori che regala questa finestra. Poggio il palmo della mano sul vetro: il freddo di dicembre, non quello della mia febbre ma quello che sentono gli altri (ecco perché portano i cappotti), è incredibile, il freddo di dicembre è ancora freddo come prima...
Ho quattordici anni, nella stanza 5 del tmo. Sono piccola e leggera, non peso a nessuno, gli occhi mi si fanno grandi sulla faccia da quando non ho capelli ma non me ne curo, le ragazze mi guardano come fossi una creatura stupenda. Sono le ultime ore di un giorno che finisce, simile a ieri e spero uguale a domani; si sta così bene adesso, cala la luce a bagnare la polvere sul libro abbandonato sul comodino e sulla porta che – ci scommetto – tra pochissimo qualcuno spalancherà. Come fanno sempre loro, le ragazze, in tuta verde a maniche corte, dopo aver scalato i viali su un motorino sgangherato, con quella faccia un po’ così che abbiamo noi che abbiamo visto Genova... verranno a parlare della cena e a raccontarmi del tempo, a descrivermi come si vive ancora e bene, scese le scale di questo piano rialzato. Sento il fresco della corrente che mi passa sotto la pelle.
Non piove da giorni e la stomatite sta passando, so che è uno stato di grazia e so, respirando così bene, che domattina arriverà come sempre, col suo giro delle otto, con il letto da rifare, Daniela che combinerà un altro casino, Elda Manrica e Sonia, poi Cri Fulvia e Marco, e le visite dei medici a cui spiegare. Domattina arriverà come sempre. Ma quella spiacevole sensazione di cose da fare non mi appartiene ora, alle sette di sera, davanti a questa finestra, poco prima che qualcuno entri a parlare con me di qualunque cosa.
Perché tutto è così limpido, e nulla potrebbe andar meglio.

Il vento di Genova.
Qui che siamo a mezza Italia invece, ci dispiace quasi sempre tornare alle nostre stanze da soli, infagottati nei giubbotti, e un po’ per tutti ogni scusa è buona per fermarsi in giro e continuare a camminarsi dietro, a chiacchierare. Un pomeriggio alla fine passa piacevolmente, e non dovrebbe mai finire, se per una volta ad una lezione di spagnolo si preferisce coltivare una passione.
Ci prenderanno per matte. Ma restiamo qui sedute a ridere, due studentesse, una poesia di Góngora, e una cioccolata calda.





“Finirà questa neve
questo inverno sarà breve
e il coraggio
magari verrà”



PS: 16 novembre, sei anni. Grazie, amico mio.

venerdì 9 novembre 2007

Novembre

"Cominciai a sognare anch’io insieme a loro
poi l’anima d’improvviso prese il volo"



Hai uno sguardo, tu, fresco e bambino come l’odore del bucato appena lavato. Un maglione verde morbido, che non si smetterebbe mai di abbracciare. Hai sospiri leggeri di tristezza o desiderio, note alte nella voce e prolungati silenzi, alternati a moti improvvisi di dolcezza. E corrughi un po’ la fronte se non capisci, già sapendo che ciò che non ti è chiaro non ti piace; la distendi poi un istante se non ti sfiorano i ricordi, fai un respiro limpido e tiri fuori il migliore di quei sorrisi immensi, regalandolo, regalandolo, gentile.
A volte invece hai un sorriso spento, adulto e maturo, e gli occhi dilatati di chi ha così sofferto che non ce la fa più, e sa già come viene, e non ha voglia di spiegare. Davanti a questo sguardo io torno a distanze siderali e mi ritrovo accanto a te la ragazzina che sono, ingenua e presa dal dispiacere, che nulla può né forse deve dire. Davanti a questo sguardo, mentre camminiamo, mi vedo d’intralcio, mi strisciano le scarpe, e si moltiplica senza ragione la mia voglia di esserci, forse perché mi ritrovi alla fine di quel pensiero (ed ha una qualche importanza, poi?)
Hai movimenti veloci delle mani, quando racconti le cose, la capacità di sussurrare e farmi saltare il cuore in gola. Una bellezza così semplice e disarmata che sembra nessuno la noti, che sono certa al contrario tutti vedono, anche se non lo ammetti. Così che ti guardo, spesso, senza saperti dire esattamente perché nel tuo viso annegherei.

A me che ti ripenso stasera, immersa nel torpore delle coperte, credo resteranno per sempre molte fotografie. Una piega della pelle, al lato degli occhi, quando li apri. La misura inconfondibile di quello sguardo a labbra chiuse. Mille piccoli dettagli che forse neanche tu sai, e neanche io so.

Ho avuto la febbre, l’altra notte, sono andata a letto stordita e mi sono svegliata a metà con un rimbombo vuoto in testa e le gambe che non mi reggevano. Una febbre silenziosa, a me sconosciuta, una febbre di stanchezza e di esasperazione. Ci ha messo dieci ore per andar via, da sola com’era arrivata, ma portandosi dietro sudore e mal di testa sembra che sia riuscita a rimettermi i piedi in terra. Da quella mattina, e lo sento, è scomparso l’urlare represso di ogni giorno, le ossessioni non mi mordono più la gola, gli occhi si sono asciugati.
Ero semplicemente esausta. Di essere triste, di essere per forza e di volere, di cercare. Così mi sono svegliata, fresca e leggera, come sollevata da pesi insostenibili, ed ho messo la solita strada sotto le scarpe per andare all’università. Tutto intorno è diventato quasi familiare, conosciuto, accogliente. Mi sfiora un piacere così silenzioso da somigliare al pianto - ma senza più lacrime. Ci sei sempre, questo sì, per fortuna, a camminarmi a fianco con una nostalgia sottile ma non più ansiosa.

Non voglio che finiamo per avere tristezze diverse con le stesse canzoni. Non voglio che la storia sia la stessa che conosci e che prevedevi già; per una volta, non voglio che abbia ragione tu.
E siccome c’è di nuovo freddo e ho sonno, per una giornata come questa va bene un qualunque finale. Anche quello che dopo cent’anni di solitudine non ammette una seconda possibilità.


“Poi parliamo delle distanze e del cielo
e di dove va a dormire la luna quando esce il sole
di come era la terra prima che ci fosse l’amore
e sotto quale stella fra mille anni
se ci sarà una stella… ci si potrà abbracciare”

giovedì 1 novembre 2007

Sentimento del tempo (impazienza)

Vedo, ho avuto vent’anni per lo più fatti di attese.
Il tempo per partire, il tempo di restare, il tempo di lasciare, il tempo di abbracciare...
Aspettare l’autobus alle sette di mattina sotto la pioggia di gennaio, una mano a stringere il lettore mp3 in tasca, l’altra gelida a tenere l’ombrello; aspettare fuori dal bar, fuori dal cinema, fuori dalla porta l’amica ritardataria che mi ha fatto scapicollare per poi lasciarmi lì decine di minuti. Uscire dall’aula al suono della campanella dell’ultima ora e fermarmi nell’atrio, aspettare che Mari esca per viaggiare con lei parlando fino a casa, fantasticando di settimane in Brasile e infervorandoci nelle critiche dei rispettivi prof. Restare in attesa di quella chiamata o di quel messaggio che – lo sento – può salvarmi la vita ma non accenna ad arrivare. Aspettare un giorno. Un mese. Cinque anni. Aspettare paziente che finisca la lezione di storia. Che passi la pioggia, il singhiozzo, i cinquanta minuti di treno, la fitta lancinante allo stomaco, la stanchezza e l’Inverno.
Nell’attesa mi ritrovo ferma in un equilibrio stabile, ogni minuto di spazio libero diventa un fermarmi, in silenzio, a guardare la mia vita che continua a scorrere all’esterno di me. Ho creduto quindi per molto tempo di aver imparato ad aspettare, almeno questo, di aver sviluppato una sorta di capacità a riempire le pause forzate... di conseguenza a non aver fretta: mi sbagliavo, ovviamente :)
Al contrario, ultimamente mi accorgo di avere una mia incoscienza patologica di cui non so liberarmi, quasi che ogni cosa fosse la più normale e non ci fosse mai di che stupirsi, mai nulla di esagerato. Impaziente, precipitosa, mi sembra spesso che nessuno si accorga di quanto poco tempo ci han dato per fare ciò che più vogliamo, e che nessuno veda come me quanto poco basti per perdere ogni cosa (ed è così poco, credimi, che non preoccuparmi di cosa vedono gli altri è il minimo, a pensare che domani magari non ci sei).
So perfettamente, al contempo, che questa visione non porta lontano, che la stragrande maggioranza delle persone vive senza sentire l’acqua alla gola, sa aspettare senza ansie e non pretende, si scandalizza per gli eccessi in nome dell’essere opportuni. Sto cercando per questo di guarirne, ma è così forte il desiderio e così veloce il tempo, così beffardo, pronto a riprendersi in fretta quello che regala, che mi è difficilissimo e spesso non sono certa di volerlo.
Ahimè, credo di aver dimenticato mio malgrado cosa voglia dire essere opportuna, controllata, conveniente, adeguata, senza pretese. Adesso mi lancerei in corse a perdifiato e prenderei ogni cosa subito, e non mi negherei nulla, perché so cosa vuol dire avere un istante e poi perdere. Saper camminare e un mese dopo non reggersi in piedi, avere un appiglio e vederlo svanire, conoscere una voce o un volto e poco dopo non ritrovarli, scrivere miliardi di lettere e non sapere più - d’improvviso - se ai destinatari fa piacere riceverle. E allora affrettata, precipitosa, pur sapendo quanto sia sbagliato.
Perché è questo volere disperato, questa enorme impazienza, che mi porta alla mia esagerazione. Di cui spesso sì, mi pento. A cui devo il pianto dirotto e il mal di testa persistente.
E pazienza... aspetterò che mi passi!




Post scriptum – delirio di mezzanotte

C’è un tempo perfetto per fare silenzio. Esiste davvero un tempo “giusto” per fare qualcosa? - mi chiedo. Non è forse un costringersi, un inutile trattenersi, il nostro continuo aspettare il momento adatto per dire, sentire, agire? La verità è che, cara Lù, non controlliamo niente di quanto ci succede, e quello che a noi sembra il momento perfetto ed unico ed inimitabile può non esserlo per chi ci sta di fronte. Potessimo avercelo tutti, l’orologio degli dèi.
Come si fa – spiegatemi – a capire se la frase che ci pulsa in gola farebbe meglio ad uscire subito o a restare lì rinchiusa? Come si può stabilire la canzone che faremmo meglio ad ascoltare, il libro che dovremmo leggere, il bacio che dovremmo dare in un preciso istante tra milioni? Credo alla fine che il solo modo di comportarsi sia lasciar sgorgare. Ché preoccuparsi del resto non serve.
Tanto quando succede, quando non si è soli a sentire qualcosa, quando si desidera in due o tre o quattro esattamente lo stesso, quando si è a un passo e si ha la certezza che nulla potrà fermarci, allora si capisce che per una volta, una volta almeno, quello era il momento. E non si dimentica più.

mercoledì 17 ottobre 2007

Cartoline forlivesi

Forlì è a misura di bicicletta, sapete? Ci è voluto un po’ per adattarmi a tutte queste ruote a raggi che mi girano intorno ad ogni ora, e soprattutto a rassegnarmi al fatto che i miei piedi non vanno così veloci: per quanto allunghi il passo arrivo sempre puntuale al secondo, mai in anticipo, una volta anche con due minuti di ritardo (con semi-incenerimento visivo da parte della prof, altro che quarto d’ora accademico!). Ci sono piste ciclabili da e per ovunque, i divieti di sosta per le auto si accompagnano ai divieti di parcheggiare le bici, e avvengono fenomeni inesplicabili ai quali una pugliese come me non arriverà mai a credere: automobili che non solo si fermano sempre davanti alle strisce pedonali, ma che senza fare una piega ad ogni incrocio danno precedenza alle BICICLETTE!
La verità è che nel petto di ogni forlivese che si rispetti batte un cuore da ciclista, e che Forlì sta al velocipede come Bologna al tortellino; ho scoperto qui che i semafori per le bici esistono davvero (cosa che si vede sui manuali di scuola guida e a cui non avrei mai creduto se non ne avessi avuto le prove) e noto che tra gli annunci di compravendita di libri sulla bacheca della scuola campeggiano le richieste di studenti che cercano city bike. Ciliegina sulla torta: ieri mattina di buon’ora, appena uscita di casa ho visto venire verso di me un signore di mezza età, vestito di tutto punto, su una bici giallo taxi; perplessa, poco dopo l’ho visto fermarsi davanti al cancello di una villetta, e solo lì ho guardato il cappello e ho realizzato: era il postino! ...Va bene, ma una moto no?! Sembrava una puntata di “C’è posta per te”!

Alla SSLiMIT ci sono orari strani, che a volte diresti comodi e altre volte ti condannano ad infinite passeggiate da mattina a sera. “Organizzarsi” è un verbo bandito dal vocabolario e basta distrarsi mezzo secondo che si perdono lezioni o si cambiano aule e professori senza preavviso; ci sono più stranieri che italiani, un sito sempre aggiornato a cui non posso accedere, e una ragazza cieca bellissima con cui vorrei tanto parlare, bassina e bionda, che muove le labbra in curve inusuali senza che questo alteri la precisione della sua pronuncia. Frequento ore di materie per le quali mi sveno e che farei durare all’infinito, ed altre che temo come la peste o che mi annoiano ancor prima di cominciare: per dirne una, metterei volentieri un bavaglio al prof di Linguistica, alla sua voce monotona e alla sua ridondanza, capace di prosciugarmi ogni energia in pochissimi minuti e farmi sprofondare nel "sonno della ragione".
Mi spaventa molto, questa scuola... sì. Nessuno si trova qui per caso, sono pochi quelli che vedo spaesati quanto me (che con la disinvoltura ho sempre fatto a pugni, peraltro) e quanto al fatto di essere realmente capace di raggiungere livelli così alti come quelli che si richiedono, bè, ci provo ma non garantisco. Non voglio più garantire niente, se poi mi basta fermarmi a pensare un secondo ed ecco che subito ho paura, una morsa di angoscia stretta sul petto, da far fatica a camminare. Ironico e provvidenziale, a cercare di distogliermi, su diversi muri di marmo di questa città geometrica campeggia il Che sovrastato dalla scritta “chi si ferma è perduto”: avanti, dunque, sia pure.

I colori si facevano nitidi, il pomeriggio in cui la luce colpiva gli alberi di striscio, con misurata grazia: guardavo incredula il verde chiaro delle foglie, spalancando gli occhi perché non ricordavo come arrivasse a brillare. Taglio sempre per quel parco, rientrando a casa, per lo sconfinato silenzio che mi concede la musica e per la forma tonda di quel verde a cui non sono abituata. I vialetti sono a metà coperti da foglie secche, ma gli strani alberi alti sembra abbiano mantenuto intatta la loro chioma, quasi ridendo di me che li osservo da terra, come una bambina. Appena messo piede oltre il cancello di questa piccola oasi rallento visibilmente l’andatura e a volte, se qualche canzone arriva al momento giusto, resto immobile col naso in su, a respirare. E’ in effetti uno strano angolo di pace messo lì quasi per sbaglio, a due passi dalla trafficata strada principale; ma è così accogliente e caldo che non posso negarmi il piacere di passarci, come fosse una terapia al malumore.
Una mattina, seduta su una delle sue panchine di pietra, guardando il pavimento e le foglie accartocciate piangevo... per chi è ferito e non cade ma continua ad andare. La corteccia dei tronchi, confrontata con le pareti spoglie di una stanza, mi consolava come un abbraccio tiepido, tanto da farmi rialzare. E se uno di voi lo vedesse adesso, si chiederebbe che cos’ha di speciale quel piccolo ciuffo d’alberi all’angolo di Via Zanchini, senza capire.

A volte davvero penso che non mi interessa più niente, mi chiedo cosa ci faccio in questo posto e perché fossi così certa di volerci venire... e un istante dopo mi accorgo che non vorrei essere da nessun’altra parte, non adesso. C’e abbastanza arancione nella mia stanza perché io resti, è così vicino il treno, la barista a colazione è sempre gentilissima e finora non ha piovuto mai. Ultimo dettaglio, non trascurabile: domattina, che è sabato, posso dormire fino a tardi senza il terrore della sveglia... e sotto il piumino leggero si sta un gran bene.
Quindi, tutto incluso, credo di fermarmi qui a Forlì ancora per molto, e piacevolmente. Ma comprerò una bicicletta :)

“Se tornasse da queste parti
il mio indirizzo la gente lo sa
tu dille che può cercarmi
se trova il tempo mi troverà”

giovedì 11 ottobre 2007

I giorni

Un giorno inizia con fatica. A volte quando apri gli occhi di colpo, rendendotene conto solo un istante dopo; altre volte quando si affacciano pensieri senza avvisare e non riesci a capire quando il sonno sia finito.

Quel giorno lì, non potevi credere di saperti rialzare da sola. Ti brillava la fronte e alzavi la voce perché lo sentissero, cosa ti era successo. Avresti voluto piangere se fosse servito a farglielo capire (ma non piangevi ancora, era troppo difficile). E ti stupisci adesso di ricordare mille ore prima e dopo. Prima e dopo.
C’era il giorno in cui bastava infilarsi in bocca un pezzo di cioccolata e star zitta, col viso disteso dal sapore buono, magari da dividere con qualcuno. La volta in cui invece sul palato si sentiva solo veleno, che non si riusciva a scacciare a furia di inghiottire saliva, e si stava zitti lo stesso ad aspettare che passasse quella devastazione e tornasse un minimo, un minimo di pace.
C’era anche la sera in cui la tranquillità era scoramento, e non si voleva null’altro se non che scoppiasse un temporale, che accadesse un cambiamento qualunque, una caduta, una lettera, un graffio. Tanti, tanti di questi silenzi infiniti e vuoti, senza sapere come si sopportavano. E i piedi così freddi di notte da confondere il gelo col dolore, metterci troppo ad accorgersi che non passava. Metterci sempre troppo.
Lo ricordi? C’è stato il giorno in cui la musica invadeva tutto, e socchiudevi gli occhi per aver paura di tanta bellezza che rimbalzava nel petto violenta, e nulla sarebbe bastato a contenerla o a spiegarla ma il desiderio di regalarla era irrefrenabile, così vivo! Dividere moltiplica, ti sei detta.
E ricordi ancora quel giorno, in cui il sorriso è stato così aperto che non vedevi quasi più da quanto gli occhi erano stretti, e non riuscivi a dire niente per lasciare spazio a quella gioia esplosa sul viso. Sperando che chi ti veniva incontro lo sentisse come te.
E’ venuto persino il giorno, che non è passato da tanto, in cui amore era una parola che esisteva e non faceva più paura, così che ogni cosa sembrava uno stupore incontenibile. Il momento di quello che hai immaginato per così tanto tempo da non credere più seriamente che possa succedere, e che vedi lì davanti a te disarmato, pronto a restare per sempre.
Cambiano altri giorni ogni mattina, da quando sono qui. Alzarsi e rabbrividire, per il freddo che c’è nel pigiama leggero, e anche non credendo all’orologio dover prendere la strada e andare di nuovo, a passo svelto, con decisione. Accettare che l’aria ti prenda a schiaffi perché poi essa stessa ti sollevi.
Viene, certo, anche un giorno come questo, in cui ti sembra di aver vissuto in modo ineccepibile, di aver fatto davvero tutto quello che potevi, di esserti impegnata, di aver trovato gli spazi giusti per le cose giuste, sofferto il dovuto e sorriso quanto bastava; viene un giorno come questo, e tu non desideri altro che distruggere tutto. E non tornare più.

Credo che non imparerò mai cosa fare. Continuerò per molto tempo ancora a stare qui ferma, guarendo, morendo, guardando i giorni che vanno... a scivolare.

martedì 9 ottobre 2007

Monopoli, 15 settembre 2007

Si chiama Antonella ed è la barista che ogni cliente ha sempre sognato: una ragazza bruna e sorridente, attenta, allegra, è una di quelle bariste a cui (come nei film) si può dire la parola magica “il solito” e ti portano esattamente ciò che volevi. Ha cambiato bar ma non è cambiata lei, Antonella, che si ricorda ancora di avermi vista due volte sul giornale, mi riconosce mentre passo davanti alla vetrina e mi chiede cosa ho fatto questa estate. Non resisto ad un sorriso così, stamattina, e per quanto non abbia fame mi butto su un inedito cornetto ed espressino, che si sostituisce al mio “solito” muffin e caffè macchiato. Sì, è cambiato anche il mio “solito”, Antonella, così come cambierò scuola, cuore, mani e città. Ma tornerò a trovarti, sai? Tu non allontanarti troppo, perchè la prossima volta porterò con me anche Mariangela, in nome di quelli che saranno i vecchi tempi :)

“Lucrezia cara, raccontami tutto”
E cosa vuole che le racconti, professoressa? E’ strano tornare in questo posto. Tornarci adesso che non ne sono ancora fuori né più dentro… Ho una specie di tentazione che mi suggerisce di andare in classe perché la ricreazione sta finendo, e volti nuovi tutt’intorno che mi impongono di andar via. Duncan scende le scale con il suo solito passo sconnesso, due sandali da spiaggia che fanno ridere, mi riconosce subito e mi chiede sorridendo “How was the test in Forlì?”, col fare sarcastico di chi mi ha scoraggiata da morire e adesso magari mi vorrebbe consolare. “Good, I passed it” “YOU DID?!” Visto? Sorpresa! Sì, lo è stata anche per me, l’ho saputo ieri eccetera eccetera. Hai visto però Duncan, che ti ricordi come mi chiamo? Grazie, per questo.
Sono così oltre tutto quello che ero qui, che mi ritrovo a fare la gentile persino con la Simone, sottolineando però che è stata la Allende a portare bene, mentre lei preferisce la Esquivel e non spiega nessuna delle due. E ripenso con un briciolo di rimpianto a quanto, quanto avrebbe potuto darci! In ogni senso, come avremmo potuto essere più ricchi di quanto non lo siamo già, se solo il gelo di quegli occhi azzurri si fosse sciolto appena un po’. Chi lo sa, magari lo capirà, Chicas. Io, per me, credo di averglielo detto.
Sembra che tutto sia cambiato in questo primo piano, ma sono mancata così tanto? Non ho più un mio posto, mi sento quasi persa. Pratiche burocratiche da sbrigare e scale che percorro in ogni senso, per stancarmi e per guardare chi arriva. Ma alla fine preferisco così, preferisco non sentirmi più pienamente parte di questo luogo, preferisco che la nostalgia mi si allontani a poco a poco ma presto, così sarà un motivo in meno perché mi manchi casa, quando sarò via.
“Are you happy?” mi chiedi, professoressa... “Yes, of course” ti rispondo, perché il test di ammissione l’ho passato ed era quello a cui miravo finora; poi, visto che un po’ mi conosci, mi chiedi di non dimenticarmi di voi. Me lo chiedi come già sapendo che potrei farlo, effettivamente, guardandomi un secondo seria e scappando via tra la massa di gente vociante davanti alla porta. Hai ragione a ricordarmelo: porterò qualcosa con me, per questo, un libro o una foto che sia inequivocabile, che sia qui e prima, da guardare e da tenere fra le dita quando compirò gli anni.
Ma vado via comunque, da sola, più leggera che mai. E’ una sensazione bella, quella di uscire, che non sentivo da tanto. Vado a scoprire cos’altro c’è fuori, più tardi, quando la notte finisce; vado a prendere appunti altrove, a conoscere nuove voci; vado, perché questo devo fare. Questo voglio.

E chissà se lo sa, Antonella, impegnata com’è a servire cappuccini sorridendo.

mercoledì 26 settembre 2007

E così sia

Adesso, adesso che hai un po’ di tempo, fa’ un respiro profondo, chiudi gli occhi… e immagina.
Immagina un amore rotondo, completo, tutto da costruire. Un amore che ti invada d’improvviso senza lasciarti dubbi, che abbia la vivacità e l’intensità di un temporale che aspetti da tempo (o che non ti aspetti affatto). Che sia sicuro di sé, ma non troppo, tanto che tu debba rassicurarlo ma mai ripetere le cose allo sfinimento; che sappia come fare a non deluderti, e ti regali magliette colorate, che non dimentichi niente di quanto ti riguarda e sia speciale, solo tuo.
Immagina un amore la cui bellezza sia indiscutibile e rara, o per lo meno, che ti lasci pochi difetti da perdonare, e ti faccia disimparare del tutto i tuoi; forte, giovane e maturo, divertente, con lunghi riccioli scuri (o con i capelli corti, o lisci, o comunque tu voglia). Cerca di sentire le sue mani delicate a inondarti di attenzioni, a riscaldarti di mattina presto quando ti scontri con la nebbia azzurra e fredda della notte non ancora finita, e il suo sorriso meraviglioso a proteggerti. Prova a sognare un amore che non abbassi lo sguardo di fronte al tuo, che non sia mai neanche sfiorato dal pensiero di tradirti, che abbia timidezze comuni e arrossisca, ma senza dire sciocchezze solo perché è imbarazzato; e sappia far finta di niente, quando serve, e canti, canti con la voce più bella che ha, davanti a te.
Guardalo correre dietro al vento e abbracciarti di sorpresa, prenderti alle spalle e sollevarti in aria, farti scoppiare il cuore! Sorridigli quando ti guarda con gli occhi del desiderio, o quando non ti guarda affatto e sei tu ad averlo in mente, sorridi; immagina questo amore a riempirti di passione con un bacio, questo amore indiscusso e leggero, senza sensi di colpa e senza alcun rimorso, che sa cosa fare e cosa dire, e resta in silenzio se non vuoi sentirlo.
Dolce, magnifico, semplice e sorprendente, ad aumentare ogni minuto.
Lo vedi, riesci ad averne un’idea? Lo vedi, tu? questo amore pieno.

Ecco: questo è l’amore che vorrei per te.
Quello che io non sono.

“Buonanotte, anima mia
adesso spengo la luce
e così sia”