"Non pretendo più di aver ragione
se parlo di vestiti e di carezze
le braccia lungo i fianchi farò cadere
pregare no, che non vorrei pregare
pregare no, che non vorrei pregare"
Caro Pinko,
oggi cercavo una figura maschile a cui scrivere una lettera, e mi sono divertita a pensare di mandarla a te, visto che noi due abbiamo sempre parlato e non ci vediamo da diverso tempo.
Ti penso sotto al tuo albero, quando sogno di casa mia, con i tuoi occhi buoni e quell’invadenza da giocherellone. Scrivo a te con parole mute, che non usciranno di qui, che non sapresti leggere. Per dirti di me, per chiederti scusa, perché sei passato anche tu nei miei anni e sei andato via. Per nessuna ragione precisa, come vedi, ma questo non ti importerà: fa’ come se ti stessi parlando, tieni la testa sulle mie gambe, lasciati accarezzare e addormentati pure... io non me la prendo!
Ti sembrerà strano, Pinko, ma ho sentito tante volte la tua mancanza, non credere che ora non pensi a te solo perché le mie attenzioni erano così rare. Quando ti slacciavo il collare, combattendo con gli scossoni del tuo scodinzolare, immediatamente ti davi ad una corsa sfrenata, a perdifiato per i campi. Esploravi, annusavi, abbaiavi per l’eccitazione e ti si perdeva lo sguardo per quanto ancora c’era da scoprire. Amavo vederti correre così, era quasi liberare qualcosa anche di me, sentire che ti stavo regalando delle ore bellissime sapendo che poi, sempre, saresti tornato. Assetato, affamato, sporco, stanco, pieno di gratitudine. Se fossi stata più grande, Pinko, se avessi saputo...
Se avessi saputo quanto so ora, avrei capito che quella corsa impetuosa valeva più di tutto il resto, dei piccoli divieti e delle tue impronte sul pavimento. E ti avrei lasciato correre. Se avessi saputo quando so ora, mi sarei lanciata con te ridendo, e senza limitazioni, avremmo giocato! Sì, ho sbagliato, come in tanti altri casi, perché non ero matura abbastanza e troppe cose mi sfuggivano. Ho fatto errori a iosa, e lo sai, mi brucia ammetterlo; ma credo che capire di averli commessi sia già sintomo di un miglioramento che, con dolore o di nascosto, lentamente avviene. O forse, dovrei dire di un cambiamento: migliorare con gli anni è proprio del vino e non sono sicura di poter dire lo stesso di me e del mio carattere.
Sono stata spesso, negli ultimi tempi, quanto non ho mai amato. Se ricordi un po’ la bambina che ero, avrai presente quella piccola combattente convinta di saper affrontare ogni imprevisto, poter sollevare ogni peso, arrivare correndo ovunque desiderasse. Contavo molto su di me e sulla mia impenetrabilità, sul controllo che esercitavo in ogni situazione: pensavo che mi avrebbe portato a fare scelte giuste, come succede nei film, come Lady Oscar. Credo invece di aver paura della fragilità che mi riconosco ultimamente. Vorrei ricostruire il mio bel muro di cinta, sentirmi superiore ad ogni debolezza e andare per la mia strada, come se nulla fosse. Ma non è così semplice. Nel momento in cui mi sono detta che tutto era cambiato, che volevo cambiare anch’io, il mondo ha fatto retromarcia; ed ora sono quella che il sabato mattina resta nel letto fino a mezzogiorno. Dopo dieci ore di sonno, capisci bene, è un rifugio da vigliacchi, come una sigaretta. Non credevo che il tempo potesse portarmi tanto lontano da ciò che volevo essere, ora avrò bisogno di altro tempo per recuperare, ma sarebbe opportuno che mi dessi una mossa perché non mi aspetta nessuno.
Li riconosci? I miei pugni chiusi sul muretto. Non farei male a una mosca, anche se anni fa i maschi mi temevano perché sapevo fare a botte. Forse mi hai anche vista qualche volta, mi hai vista che cadevo e non dicevo niente, che mi vergognavo, che mi incazzavo con tutto. Mi vedi adesso: negli occhi, le stesse rigidità e morbidezze, le fissazioni, le mie esagerazioni. Me lo chiedo e me lo chiedono, “Perché devi sempre esagerare?”, ma io non ne ho idea. Mi piacerebbe trovare un equilibrio che non sia messo in discussione, non a tempo indeterminato, questo no, ma almeno un poco. Mi piacerebbe non girare così tanto attorno a pensieri semplici fino a renderli distruttivi, poi sono esausta e stufa e insofferente. E ciò di cui ho paura accade sempre, precipitevolissimevolmente.
E’ capitato in altri casi che fossi stanca di una condizione, te ne ricordi, e per scuotermi pensavo che bastasse trasformare in pochi gesti e pochi giorni un’immagine di me diventata polverosa. Adesso mi sono tagliata i capelli, per nausea della mia faccia, e seppure mi sento più a mio agio il corso delle cose prosegue identico a prima. Cosa c’era da aspettarsi, Pinko? I miracoli sono persone e non accadono mai troppo spesso.
Vorrei che mi arrivasse qualcosa di buono. Niente di bello, di nobile, di sorprendente, ma un qualunque evento spoglio, che abbia la consistenza e l’accoglienza del pane caldo, la tangibilità, la solidità. Vorrei del buono, nulla più. Alla fine, come recita il buon Salinas nella poesia che sappiamo bene, “io non sono che quello che sono”.
Ho mal di testa dal tanto piangere, Pinko, ma non voglio più scriverti niente di triste. E l’unico modo per riuscirci, tu non me ne vorrai, è smettere di scrivere.
Ancora una carezza amico mio, corri quanto desideri, non farti frenare da nulla. Ciao piccolo!
"Sarà il destino che splende e poi riscende
tutto questo rumore che si sente
acqua libera che sempre si spande..."
domenica 9 marzo 2008
domenica 2 marzo 2008
Dedicato
"A chi ha cercato la maniera
e non l'ha trovata mai
alla faccia che ho stasera
dedicato a chi ha paura
e a chi sta nei guai..."
A quelli che si presentano con mezzora di ritardo agli appuntamenti, a quelli che “veramente non lo so, può darsi”, a chi ha fatto le volte di questa casa così alte. Alle lettere mai scritte, a quelle che avrebbero fatto meglio a restare nei cassetti, a quelle che invece dovevano partire. Ai collant troppo piccoli, ai maglioni che non hanno la XS, a tutta la roba che non faccio che mettere a posto per poi ritrovarla sparsa per la stanza. Agli ultimi tre mesi e mezzo che non sono ancora finiti. A quelli che ti urtano per strada senza mai chiedere scusa, come se non ti vedessero; alle biciclette che ti tagliano il percorso, al bar che ha aumentato il prezzo delle brioche, ai tacchi alti e alle scarpe strette. Ai termosifoni spenti, alle parole cattive e immeritate che sono e saranno dette, alla volontà e all’emozione che distorce le cose e impedisce di vedere. Al pavimento della cucina, che ci si mette un’ora per lavarlo ogni volta e non sembra mai pulito. Al nervosismo da sindrome premestruale. A tutte le volte che ho camminato per strada a testa bassa, alla nebbia che mi è penetrata nei vestiti, nei capelli e nei pensieri, ad ogni singolo momento in cui ho pensato che non valevo niente, che non volevo dare niente a nessuno, che non dovevo alcuna spiegazione. All’odore di candeggina sulle mani, ai messaggi senza risposta, al colore rosa antico e alla pasta che non si cuoce. A coloro che sono convinti di possedere la verità sulla vita e sull’amore, poiché non gli si darà mai torto, ma a volte si avrebbe un moto orgoglioso di rivolta. E si farebbe bene, a volte. Al silenzio che non posso gridare. A tutti i paletti che mi sono sempre stati imposti. Agli occhi gonfi, alle pretese, al mio letto nuovo che non arriva, a quello vecchio troppo scomodo.
E soprattutto: al mio stramaledetto ininterrotto pensare.
A tutto questo, il mio più cordiale e sincero VAFFANCULO.
"Ai miei pensieri
a com'ero ieri
e anche per me"
e non l'ha trovata mai
alla faccia che ho stasera
dedicato a chi ha paura
e a chi sta nei guai..."
A quelli che si presentano con mezzora di ritardo agli appuntamenti, a quelli che “veramente non lo so, può darsi”, a chi ha fatto le volte di questa casa così alte. Alle lettere mai scritte, a quelle che avrebbero fatto meglio a restare nei cassetti, a quelle che invece dovevano partire. Ai collant troppo piccoli, ai maglioni che non hanno la XS, a tutta la roba che non faccio che mettere a posto per poi ritrovarla sparsa per la stanza. Agli ultimi tre mesi e mezzo che non sono ancora finiti. A quelli che ti urtano per strada senza mai chiedere scusa, come se non ti vedessero; alle biciclette che ti tagliano il percorso, al bar che ha aumentato il prezzo delle brioche, ai tacchi alti e alle scarpe strette. Ai termosifoni spenti, alle parole cattive e immeritate che sono e saranno dette, alla volontà e all’emozione che distorce le cose e impedisce di vedere. Al pavimento della cucina, che ci si mette un’ora per lavarlo ogni volta e non sembra mai pulito. Al nervosismo da sindrome premestruale. A tutte le volte che ho camminato per strada a testa bassa, alla nebbia che mi è penetrata nei vestiti, nei capelli e nei pensieri, ad ogni singolo momento in cui ho pensato che non valevo niente, che non volevo dare niente a nessuno, che non dovevo alcuna spiegazione. All’odore di candeggina sulle mani, ai messaggi senza risposta, al colore rosa antico e alla pasta che non si cuoce. A coloro che sono convinti di possedere la verità sulla vita e sull’amore, poiché non gli si darà mai torto, ma a volte si avrebbe un moto orgoglioso di rivolta. E si farebbe bene, a volte. Al silenzio che non posso gridare. A tutti i paletti che mi sono sempre stati imposti. Agli occhi gonfi, alle pretese, al mio letto nuovo che non arriva, a quello vecchio troppo scomodo.
E soprattutto: al mio stramaledetto ininterrotto pensare.
A tutto questo, il mio più cordiale e sincero VAFFANCULO.
"Ai miei pensieri
a com'ero ieri
e anche per me"
lunedì 25 febbraio 2008
"In te brasse d'unna möæ" (tra le braccia di una madre)
«Aveva la bellezza di cui solo i vinti sono capaci. E la limpidezza delle cose deboli. E la solitudine, perfetta, di ciò che si è perduto.»
Stazione di Forlì, mercoledì 20 febbraio
Sono ripartita senza voler capire troppo. Non mi sono guardata intorno, ma col borsone in spalla sono ripartita, chiedendomi in gran segreto perché non può salvarmi un treno? Un treno. E’ un rischio, ho pensato, un azzardo davvero, tante ore in subbuglio tra un posto e l’altro senza dover camminare e con una tale libertà di guardarmi in faccia. E comunque, mi toccava andare: sono andata, tirandomi dietro la capacità di parlare come ci si tira dietro quei giocattoli con le cordicelle.
Day Hospital di Pediatria IV, Padiglione 16 o corridoio rosa, Istutito Giannina Gaslini
In sala d’attesa, mentre la dottoressa tarda a venire, sento una bimba che piagnucola stretta a sua madre, perché non sa ancora quanto sia innocua una radiografia. Non riesco a spiegarle niente, mi chiamano nell’altra stanza, così provo a lanciarle un sorriso timido, prima di chiudermi la porta alle spalle. E lei mi risponde, dall’alto dei suoi novanta centimetri, con una simpatia irrefrenabile negli occhi: l’ho vista poco dopo che sorrideva ancora entrando dal radiologo.
Hanno capito tutto, i bambini, prima di iniziare a non capire niente. Ho raccolto negli anni mille delle loro storie, a volte me le hanno raccontate al posto loro, altre volte si sono fatti capire con molto meno di una parola. A volte li ho ritrovati a distanza di tempo, altre volte non ci si è incrociati più. I genitori hanno bisogno che tu descriva, che spieghi loro cosa succede e quando, che riduca alla normalità cose che sembrano inaffrontabili, per rassicurarsi; ti danno tutti i dettagli, dall’emocromo in poi, senza sapere che presto li dimenticheranno tutti perché saranno troppi, troppi miliardi di dettagli. Ma da quegli adulti preoccupati, per quanto siano precisi nei particolari e per quante cose ti chiedano, non ricevi mai la storia vera e completa: quella ce l’hanno i bambini. Devono solo guardarti bene in viso, magari vedere se ti va di fare un gioco... e sanno benissimo chi sei, lasciandoti vedere cos’hanno (mica hanno paura, tzè). Un passo sghembo, un capriccio più del dovuto, una domanda troppo silenziosa, un leggero gonfiore, sono quello da cui li riconosci (altre cose sono fin troppo evidenti), e non devi star lì a convincerli di quanto sono bravi i medici, accoglienti i reparti, all’avanguardia la struttura: sanno perfettamente se stanno bene o male. Sono capaci persino di consolarti, loro, che li prenderesti uno per uno e li terresti a dormire tra le braccia sperando ingenuamente di guarirli. E invece ti accontenti di lasciarti stringere la mano dai più piccoli, di aiutarli a prendere un giocattolo dallo scaffale alto, e di posare di tanto in tanto un sorriso qua e là. Ma vai via con la tranquillità di chi ha dato loro il possibile, perché hanno capito tutto, i bambini. Quel sorriso lo trovano, ovunque tu lo nasconda.
Spiaggia di Boccadasse, venerdì pomeriggio
Se vivessi qui, sai? sarebbe tutto passato. Starei bene adesso, domani, altri giorni ancora. «Questo, davvero, sarebbe meraviglioso. Sarebbe dolce la vita, qualunque vita. E le cose non farebbero male, ma si avvicinerebbero portate dalla corrente, si potrebbe prima sfiorarle e poi toccarle e solo alla fine farsi toccare. Farsi ferire, anche. Morirne. Non importa. Ma tutto sarebbe, finalmente, umano.»
C’è tutto questo mare, tanto mare, un confine adatto ad ogni cosa, una fine non definitiva ma morbida, sfumata, una possibilità. Si parte dal mare. Al mare si finisce. Qui entrambe le cose, non c’è chiarezza né disorientamento, non c’è continuità ma una confusione precisissima.
Se sfili le scarpe arrivi a toccarlo, freddo ancora nonostante la primavera intorno. E se ti addentri per i vicoli non lo vedi nemmeno, sembra scomparso col suo sollievo, come non ci fosse mai stato, eppure lo senti – tu lo senti – che c’è il mare. Non il rumore né la forma né l’odore: l’aria. C’è il mare qui, e c’è perennemente, non riposa, non si nega, resta. Aggredisce e si offre da spettacolo, ma mai esisterebbe questo posto senza le sue rive. Giurerei che questa terra non finisce mai, mentre il mio tempo qui è così ridotto. Finalmente si placano anche loro, quei pensieri insistenti e senza scopo, stanno zitti. Riesco a non ricordare più, a non immaginare. Persino, non rimpiango: sto zitta anch’io, e guardo. E se scegliessi di non partire più?
No. Non lo faccio comunque. Ciò che mi resta da sperare è che l’aria – questa precisa incomprensibile aria – me la porti dietro. Accanto. Che me la porti dentro. E che sia lei, come già è stata in un tempo antico, la mia salvezza.
«Il pazzo continuò a correre, ma verso il largo, finché non lo si vide più, reperto scientifico sfuggito alle statistiche dell’accademia medica e consegnatosi spontaneamente al ventre dell’oceano mare»
Stazione di Forlì, mercoledì 20 febbraio
Sono ripartita senza voler capire troppo. Non mi sono guardata intorno, ma col borsone in spalla sono ripartita, chiedendomi in gran segreto perché non può salvarmi un treno? Un treno. E’ un rischio, ho pensato, un azzardo davvero, tante ore in subbuglio tra un posto e l’altro senza dover camminare e con una tale libertà di guardarmi in faccia. E comunque, mi toccava andare: sono andata, tirandomi dietro la capacità di parlare come ci si tira dietro quei giocattoli con le cordicelle.
Day Hospital di Pediatria IV, Padiglione 16 o corridoio rosa, Istutito Giannina Gaslini
In sala d’attesa, mentre la dottoressa tarda a venire, sento una bimba che piagnucola stretta a sua madre, perché non sa ancora quanto sia innocua una radiografia. Non riesco a spiegarle niente, mi chiamano nell’altra stanza, così provo a lanciarle un sorriso timido, prima di chiudermi la porta alle spalle. E lei mi risponde, dall’alto dei suoi novanta centimetri, con una simpatia irrefrenabile negli occhi: l’ho vista poco dopo che sorrideva ancora entrando dal radiologo.
Hanno capito tutto, i bambini, prima di iniziare a non capire niente. Ho raccolto negli anni mille delle loro storie, a volte me le hanno raccontate al posto loro, altre volte si sono fatti capire con molto meno di una parola. A volte li ho ritrovati a distanza di tempo, altre volte non ci si è incrociati più. I genitori hanno bisogno che tu descriva, che spieghi loro cosa succede e quando, che riduca alla normalità cose che sembrano inaffrontabili, per rassicurarsi; ti danno tutti i dettagli, dall’emocromo in poi, senza sapere che presto li dimenticheranno tutti perché saranno troppi, troppi miliardi di dettagli. Ma da quegli adulti preoccupati, per quanto siano precisi nei particolari e per quante cose ti chiedano, non ricevi mai la storia vera e completa: quella ce l’hanno i bambini. Devono solo guardarti bene in viso, magari vedere se ti va di fare un gioco... e sanno benissimo chi sei, lasciandoti vedere cos’hanno (mica hanno paura, tzè). Un passo sghembo, un capriccio più del dovuto, una domanda troppo silenziosa, un leggero gonfiore, sono quello da cui li riconosci (altre cose sono fin troppo evidenti), e non devi star lì a convincerli di quanto sono bravi i medici, accoglienti i reparti, all’avanguardia la struttura: sanno perfettamente se stanno bene o male. Sono capaci persino di consolarti, loro, che li prenderesti uno per uno e li terresti a dormire tra le braccia sperando ingenuamente di guarirli. E invece ti accontenti di lasciarti stringere la mano dai più piccoli, di aiutarli a prendere un giocattolo dallo scaffale alto, e di posare di tanto in tanto un sorriso qua e là. Ma vai via con la tranquillità di chi ha dato loro il possibile, perché hanno capito tutto, i bambini. Quel sorriso lo trovano, ovunque tu lo nasconda.
Spiaggia di Boccadasse, venerdì pomeriggio
Se vivessi qui, sai? sarebbe tutto passato. Starei bene adesso, domani, altri giorni ancora. «Questo, davvero, sarebbe meraviglioso. Sarebbe dolce la vita, qualunque vita. E le cose non farebbero male, ma si avvicinerebbero portate dalla corrente, si potrebbe prima sfiorarle e poi toccarle e solo alla fine farsi toccare. Farsi ferire, anche. Morirne. Non importa. Ma tutto sarebbe, finalmente, umano.»
C’è tutto questo mare, tanto mare, un confine adatto ad ogni cosa, una fine non definitiva ma morbida, sfumata, una possibilità. Si parte dal mare. Al mare si finisce. Qui entrambe le cose, non c’è chiarezza né disorientamento, non c’è continuità ma una confusione precisissima.
Se sfili le scarpe arrivi a toccarlo, freddo ancora nonostante la primavera intorno. E se ti addentri per i vicoli non lo vedi nemmeno, sembra scomparso col suo sollievo, come non ci fosse mai stato, eppure lo senti – tu lo senti – che c’è il mare. Non il rumore né la forma né l’odore: l’aria. C’è il mare qui, e c’è perennemente, non riposa, non si nega, resta. Aggredisce e si offre da spettacolo, ma mai esisterebbe questo posto senza le sue rive. Giurerei che questa terra non finisce mai, mentre il mio tempo qui è così ridotto. Finalmente si placano anche loro, quei pensieri insistenti e senza scopo, stanno zitti. Riesco a non ricordare più, a non immaginare. Persino, non rimpiango: sto zitta anch’io, e guardo. E se scegliessi di non partire più?
No. Non lo faccio comunque. Ciò che mi resta da sperare è che l’aria – questa precisa incomprensibile aria – me la porti dietro. Accanto. Che me la porti dentro. E che sia lei, come già è stata in un tempo antico, la mia salvezza.
«Il pazzo continuò a correre, ma verso il largo, finché non lo si vide più, reperto scientifico sfuggito alle statistiche dell’accademia medica e consegnatosi spontaneamente al ventre dell’oceano mare»
martedì 29 gennaio 2008
Playing love (-eri tu-)
Era un minuto che non finiva mai. Le mani strette, una sensazione liquida e prepotente, calda, un’invasione. La scomparsa delle domande, il buio e un leggero brivido veloce, ovunque. Non chiedermi cos’era, perché io lo ricordo così bene che userei parole a milioni, come sai. Invece non era niente. Eri tu.
Erano tue le parole non tue della tua grafia, nera, aperta, accogliente. Eri tu un passo piccolo, un abbraccio lunghissimo alla luce del sole, un pugno sulla testa perché sono ostinata e non capisco, ma ridendo. Ridere col naso arricciato, come un timido solletico su tutta la pelle.
Eri tu una corsa. Cento corse senza fiato, senza avere realmente paura di non fare in tempo, perché non contava fare in tempo dopo averti lasciato. E ancora eri una corsa per le scale, e un salto di gioia, e musica. Eri tutta la musica, che ti giocava addosso portandoti lontano o lasciandoti tra le mie braccia. Sulle tue dita svelte, sui capelli, eri la musica che “impazzisce di bellezza”. A cui non osavo avvicinarmi cantandola io.
Che non eri solo allegria, questo sì, questo lo so. Ma per me eri un unico pianto, uno solo, senza parole. Eri il pianto che la mia spalla ha provato ad arginare, che ancora mi commuove per la tenerezza di averlo potuto racchiudere intero, un pomeriggio presto, che ti avrei portato via subito, adesso, con me. (Ma come dirtelo?). E poi tutto il tempo tu sorridi. Io ti guardo spaesata, e non penso. Non ho le parole giuste.
Eri tu se ho avuto paura. Eri la parola che mi ha fatto sentire viva, d'improvviso, eri “resta, resta qui”. Ed eri quello che ho trovato, per caso, una sera, mentre già pensavo di andare a letto. Mentre capivo qualcosa di colpo per poi accorgermene mesi dopo. Ma chissà se lo sai.
Tu eri quando guardavamo in alto, senza sapere esattamente come stavamo, cosa eravamo, se stesse per nevicare. Avevo il tempo contato, pur sapendolo con anticipo. Ed alla fine di quel tempo, tu eri avvicinarsi ancora un secondo, per un bacio sulla guancia, prima di andare via l’ultima volta.
Perché non sono riuscita a fermarti un attimo di più? E se eri veramente tutto questo (e lo eri, e tantissimo altro), dove sei? Così altrove che temo di avere immaginato. Dove sei?
Non importa. Perché in ogni caso, alla fine di quel tempo troppo breve, hai scelto di andare via. Ed è una solitudine priva di senso continuare a pensare a quando eri tu. A quando ti guardavo, semplice, impazzire di bellezza.
Erano tue le parole non tue della tua grafia, nera, aperta, accogliente. Eri tu un passo piccolo, un abbraccio lunghissimo alla luce del sole, un pugno sulla testa perché sono ostinata e non capisco, ma ridendo. Ridere col naso arricciato, come un timido solletico su tutta la pelle.
Eri tu una corsa. Cento corse senza fiato, senza avere realmente paura di non fare in tempo, perché non contava fare in tempo dopo averti lasciato. E ancora eri una corsa per le scale, e un salto di gioia, e musica. Eri tutta la musica, che ti giocava addosso portandoti lontano o lasciandoti tra le mie braccia. Sulle tue dita svelte, sui capelli, eri la musica che “impazzisce di bellezza”. A cui non osavo avvicinarmi cantandola io.
Che non eri solo allegria, questo sì, questo lo so. Ma per me eri un unico pianto, uno solo, senza parole. Eri il pianto che la mia spalla ha provato ad arginare, che ancora mi commuove per la tenerezza di averlo potuto racchiudere intero, un pomeriggio presto, che ti avrei portato via subito, adesso, con me. (Ma come dirtelo?). E poi tutto il tempo tu sorridi. Io ti guardo spaesata, e non penso. Non ho le parole giuste.
Eri tu se ho avuto paura. Eri la parola che mi ha fatto sentire viva, d'improvviso, eri “resta, resta qui”. Ed eri quello che ho trovato, per caso, una sera, mentre già pensavo di andare a letto. Mentre capivo qualcosa di colpo per poi accorgermene mesi dopo. Ma chissà se lo sai.
Tu eri quando guardavamo in alto, senza sapere esattamente come stavamo, cosa eravamo, se stesse per nevicare. Avevo il tempo contato, pur sapendolo con anticipo. Ed alla fine di quel tempo, tu eri avvicinarsi ancora un secondo, per un bacio sulla guancia, prima di andare via l’ultima volta.
Perché non sono riuscita a fermarti un attimo di più? E se eri veramente tutto questo (e lo eri, e tantissimo altro), dove sei? Così altrove che temo di avere immaginato. Dove sei?
Non importa. Perché in ogni caso, alla fine di quel tempo troppo breve, hai scelto di andare via. Ed è una solitudine priva di senso continuare a pensare a quando eri tu. A quando ti guardavo, semplice, impazzire di bellezza.
martedì 22 gennaio 2008
Vittimismo: effetti collaterali
“Tristezza” è una parola che non ce la fa ad uscire intera. Arriva verso la “e” e si chiude in gola, si ripiega e rotola giù, si fa inghiottire. Amara.
Tristezza è l’unica cosa che mi stia cucita addosso. E’ la soluzione a qualunque domanda che abbia a che fare con un – Come stai? – anche chiesto per caso. Non ansia, né paura, desiderio, non più: tristezza desolata. E voglia di non volere niente.
Non ho ancora appeso il calendario nella stanza di Forlì. Le sue pareti sono rimaste semivuote, come fosse per me uno sforzo enorme attaccarci qualunque cosa. Era un venerdì pomeriggio, quando ho tirato tutto a lucido e messo su qualche cartolina, poi non ho avuto più il tempo, la voglia, o forse... la motivazione. Come se non fossi degna neanche di avere del colore sulle pareti. Come se questa tristezza mi rendesse colpevole, e chiunque per strada si rendesse ora conto che non sono più che uno spostamento d’aria. Niente di più di ieri.
Mi trascino dietro, camminando, una vita sgualcita e maltrattata, che non ha conosciuto tanto male, certo, ma ha saputo perfettamente come illudersi, prima di schiantarsi contro la verità. L’ho tenuta così ferma, così inquadrata e attenta ai doveri, timorosa di far male, indecisa e preoccupata di aver detto una parola di più. L’ho tenuta così salda nelle mie mani da dover scoprire solo adesso di non conoscerla bene, di non aver mai capito di cosa avesse bisogno. Un bisogno disperato. Sono stata troppo cieca, per questo tutto mi è sembrato una luce fortissima, un improvviso chiarimento. La spiegazione che stavo aspettando, da una voce che non aspettavo tanto bella. La voce migliore che esistesse.
Eppure adesso, poiché la voce tace, io non vedo l’ora di tornare alla mia cecità stropicciata. Sono vuota di luce per tutti, e vorrei non chiedere amore, non saper amare. E non leggere, e non pensare. Vorrei farmi piccola sotto le coperte e svegliarmi tra due mesi, due anni, due decenni. Non avere altri esami su cui dovermi concentrare, sono tutti così difficili, ho già fatto un miracolo per i precedenti, non ho più niente, basta per favore. Basta, fermate tutto, continuo dopo. Per favore.
Ma non posso. E mi regalo soltanto, per qualche istante almeno, la libertà di essere inadeguata, di lamentarmi, di sentirmi dimenticata da tutti e sola, debole. Voglio che il mio tempo sia debole dichiaratamente. Insignificante. Che si immerga senza freni nella tristezza che ha, perché far finta che non ci sia non serve, non viverla fino in fondo sarebbe un’occasione persa. O almeno, questa è una buona scusa. Per tutte quelle pieghe. Per essere finita vittima di me stessa.
Molte persone mi parlano, a molte io parlo, ormai priva di argini. Da ognuna di queste vorrei precipitarmi, a tutte vorrei chiedere un abbraccio, lungo, caldo, senza fretta. Qualcuna poi usa le parole giuste, so che capisce tutto, e perfettamente.
Nessuno però sa che abbaglio ho preso. Nessuno sa quanto sia stato forte. E quanto non sia esistito mai. Se non. Tutto. Dentro di me.
E lei cos’ha da guardare, signora? Non ha mai visto una persona piangere all’uscita del supermercato?
Le storie credute importanti
si sbriciolano in pochi istanti:
figure e impressioni passate
si fanno lontane e lontana così è la tua estate
E vesti la notte incombente
lasciando vagare la mente
al niente temuto e aspettato
sapendo che questo è il tuo autunno
che adesso è arrivato.
Tristezza è l’unica cosa che mi stia cucita addosso. E’ la soluzione a qualunque domanda che abbia a che fare con un – Come stai? – anche chiesto per caso. Non ansia, né paura, desiderio, non più: tristezza desolata. E voglia di non volere niente.
Non ho ancora appeso il calendario nella stanza di Forlì. Le sue pareti sono rimaste semivuote, come fosse per me uno sforzo enorme attaccarci qualunque cosa. Era un venerdì pomeriggio, quando ho tirato tutto a lucido e messo su qualche cartolina, poi non ho avuto più il tempo, la voglia, o forse... la motivazione. Come se non fossi degna neanche di avere del colore sulle pareti. Come se questa tristezza mi rendesse colpevole, e chiunque per strada si rendesse ora conto che non sono più che uno spostamento d’aria. Niente di più di ieri.
Mi trascino dietro, camminando, una vita sgualcita e maltrattata, che non ha conosciuto tanto male, certo, ma ha saputo perfettamente come illudersi, prima di schiantarsi contro la verità. L’ho tenuta così ferma, così inquadrata e attenta ai doveri, timorosa di far male, indecisa e preoccupata di aver detto una parola di più. L’ho tenuta così salda nelle mie mani da dover scoprire solo adesso di non conoscerla bene, di non aver mai capito di cosa avesse bisogno. Un bisogno disperato. Sono stata troppo cieca, per questo tutto mi è sembrato una luce fortissima, un improvviso chiarimento. La spiegazione che stavo aspettando, da una voce che non aspettavo tanto bella. La voce migliore che esistesse.
Eppure adesso, poiché la voce tace, io non vedo l’ora di tornare alla mia cecità stropicciata. Sono vuota di luce per tutti, e vorrei non chiedere amore, non saper amare. E non leggere, e non pensare. Vorrei farmi piccola sotto le coperte e svegliarmi tra due mesi, due anni, due decenni. Non avere altri esami su cui dovermi concentrare, sono tutti così difficili, ho già fatto un miracolo per i precedenti, non ho più niente, basta per favore. Basta, fermate tutto, continuo dopo. Per favore.
Ma non posso. E mi regalo soltanto, per qualche istante almeno, la libertà di essere inadeguata, di lamentarmi, di sentirmi dimenticata da tutti e sola, debole. Voglio che il mio tempo sia debole dichiaratamente. Insignificante. Che si immerga senza freni nella tristezza che ha, perché far finta che non ci sia non serve, non viverla fino in fondo sarebbe un’occasione persa. O almeno, questa è una buona scusa. Per tutte quelle pieghe. Per essere finita vittima di me stessa.
Molte persone mi parlano, a molte io parlo, ormai priva di argini. Da ognuna di queste vorrei precipitarmi, a tutte vorrei chiedere un abbraccio, lungo, caldo, senza fretta. Qualcuna poi usa le parole giuste, so che capisce tutto, e perfettamente.
Nessuno però sa che abbaglio ho preso. Nessuno sa quanto sia stato forte. E quanto non sia esistito mai. Se non. Tutto. Dentro di me.
E lei cos’ha da guardare, signora? Non ha mai visto una persona piangere all’uscita del supermercato?
Le storie credute importanti
si sbriciolano in pochi istanti:
figure e impressioni passate
si fanno lontane e lontana così è la tua estate
E vesti la notte incombente
lasciando vagare la mente
al niente temuto e aspettato
sapendo che questo è il tuo autunno
che adesso è arrivato.
sabato 19 gennaio 2008
Dal silenzio la tua voce (Paola Turci)
“Non esitare, vieni ed abbracciami
nonostante i miei silenzi
abbracciami”
Come se avessimo un’intesa segreta, io e questa voce, che non si racconta a nessuno e non si iscrive in un fan club. Smuove qualcosa che non so di avere, al fondo del petto, solleva. Come se stesse parlandomi all’orecchio, per quanto atroci siano le parole che usa (ti aspetterò, ti prenderò come un sorriso...) le sopporto senza singhiozzare, per una volta, quasi cullata amorevolmente da chi mi dice aspetta, da chi mi dice sta’ calma, passerà.
E’ stata una giornata così. Che poteva andare meglio ma ha preferito buttarsi sul letto e pensare troppo, com’è abituata. Si è tormentata di nuovo, da sola, come sempre. E questa voce adesso, che è tardissimo e dovrei dormire da ore, viene a tendermi la sua mano estranea a tutto, delicata e violenta. Viene a dirmi che non sa niente di quello che è successo, che non le importa. Mi racconta di mesi passati, quando si cantava insieme a casa mia, io e lei, quando le ho divorato dischi e ho passato pomeriggi interi con la stessa canzone. “Non avveleniamo la dolcezza che ci resta” mi dice, non preoccuparti, lo vedi che hai ancora qualcosa che non appartiene a nessun altro? Non sa, questa voce, che è stata spedita un giorno di sorpresa perché non fosse più solo mia, perché andasse a conoscere un’altra storia e la consolasse, perché l’avvolgesse e le rimanesse in mano, come qualcosa di nostro. E non so io cos’ha fatto, questa voce con il suo tocco, quando è arrivata lì, né se ha preso la forma di quel viso e di quella storia come un giorno ha preso la mia. Se almeno una volta li ha accarezzati.
Ma oggi ci riconosciamo, noi due, senza esserci mai viste. E lei mi riporta da me, dandomi del tu, con un sorriso confidenziale. Mi parla da donna fissandomi come negli occhi, sale e lentamente discende, usa cautela e timidezza, fa piano, m’invita. Dallo scaffale e dalla scrivania, dal cioccolato con la carta rossa. Da tutte le pagine che ho lasciato bianche per non saper più scrivere. Ruvida e tenera, mi parla. Mi chiede di non pensare, di ascoltarla soltanto, non mi chiede niente e mi dà ciò che non merito. Mi cancella dalla mente un viaggio a Genova, uno a Londra, a Parigi e in giro per la Francia, vent’anni di inesistenza, gli scogli.
Viene di nascosto un giorno che non me lo aspettavo, un giorno di ascensori e pianti, che ero sicura di non meritare niente. E resto rapita dalla stessa voce che mesi fa volava come un pensiero di strada. Che adesso viene ad abbracciarmi, unica al mondo, prima che chiuda gli occhi, sperando in cuor mio che domani ci sia ancora lei a darmi la buonanotte. Sperando, in cuor mio, di dimenticare tutto, per questa notte almeno.
"Ricordami di quel profumo che tu amavi
di arance e di rose, di amore eterno
Ricordami l’ingenuità disarmante
la dolce illusione di una promessa...
Non siamo qui, noi siamo altrove
è più facile dimenticare"
nonostante i miei silenzi
abbracciami”
Come se avessimo un’intesa segreta, io e questa voce, che non si racconta a nessuno e non si iscrive in un fan club. Smuove qualcosa che non so di avere, al fondo del petto, solleva. Come se stesse parlandomi all’orecchio, per quanto atroci siano le parole che usa (ti aspetterò, ti prenderò come un sorriso...) le sopporto senza singhiozzare, per una volta, quasi cullata amorevolmente da chi mi dice aspetta, da chi mi dice sta’ calma, passerà.
E’ stata una giornata così. Che poteva andare meglio ma ha preferito buttarsi sul letto e pensare troppo, com’è abituata. Si è tormentata di nuovo, da sola, come sempre. E questa voce adesso, che è tardissimo e dovrei dormire da ore, viene a tendermi la sua mano estranea a tutto, delicata e violenta. Viene a dirmi che non sa niente di quello che è successo, che non le importa. Mi racconta di mesi passati, quando si cantava insieme a casa mia, io e lei, quando le ho divorato dischi e ho passato pomeriggi interi con la stessa canzone. “Non avveleniamo la dolcezza che ci resta” mi dice, non preoccuparti, lo vedi che hai ancora qualcosa che non appartiene a nessun altro? Non sa, questa voce, che è stata spedita un giorno di sorpresa perché non fosse più solo mia, perché andasse a conoscere un’altra storia e la consolasse, perché l’avvolgesse e le rimanesse in mano, come qualcosa di nostro. E non so io cos’ha fatto, questa voce con il suo tocco, quando è arrivata lì, né se ha preso la forma di quel viso e di quella storia come un giorno ha preso la mia. Se almeno una volta li ha accarezzati.
Ma oggi ci riconosciamo, noi due, senza esserci mai viste. E lei mi riporta da me, dandomi del tu, con un sorriso confidenziale. Mi parla da donna fissandomi come negli occhi, sale e lentamente discende, usa cautela e timidezza, fa piano, m’invita. Dallo scaffale e dalla scrivania, dal cioccolato con la carta rossa. Da tutte le pagine che ho lasciato bianche per non saper più scrivere. Ruvida e tenera, mi parla. Mi chiede di non pensare, di ascoltarla soltanto, non mi chiede niente e mi dà ciò che non merito. Mi cancella dalla mente un viaggio a Genova, uno a Londra, a Parigi e in giro per la Francia, vent’anni di inesistenza, gli scogli.
Viene di nascosto un giorno che non me lo aspettavo, un giorno di ascensori e pianti, che ero sicura di non meritare niente. E resto rapita dalla stessa voce che mesi fa volava come un pensiero di strada. Che adesso viene ad abbracciarmi, unica al mondo, prima che chiuda gli occhi, sperando in cuor mio che domani ci sia ancora lei a darmi la buonanotte. Sperando, in cuor mio, di dimenticare tutto, per questa notte almeno.
"Ricordami di quel profumo che tu amavi
di arance e di rose, di amore eterno
Ricordami l’ingenuità disarmante
la dolce illusione di una promessa...
Non siamo qui, noi siamo altrove
è più facile dimenticare"
domenica 13 gennaio 2008
Stelle cadenti e stelle polari (-a Dawson-)
L’ultima volta che ho scritto su di te facevo il secondo superiore, e presi otto e mezzo. Credo di aver messo nel tema una serie di stupidaggini romantiche, al mio solito, e pochi giorni dopo al telefono non sapevo neanche raccontartele (perché io al telefono non sapevo parlare, ricordi?), ma evidentemente alla prof andavano bene anche quelle.
Avrei voluto scriverti, in questi giorni, una lettera bellissima, di quelle che si rileggono mille volte e si sgualciscono a furia di portarle con sé, di aprirle e richiuderle. Avrei voluto tirar fuori la grafia migliore e la carta arancione, non far cadere neanche una frase nella banalità, regalartela con un bacio perché la tenessi in valigia, sull’aereo del 18 gennaio. Se bastasse l’intenzione, quella lettera ce l’avrei pronta in mano da tempo, ma io non sono capace di una cosa così bella. Butto solo giù qualche pensiero, che è il mio saluto per te fino a nuovo ordine.
La mia migliore amica non è mai esistita, non ho avuto questa fortuna. Ne ho avuta una molto più grande, in una pineta di Castellaneta Marina a luglio di dieci anni fa: uno scambio di indirizzi per gioco, perché ti era presa la fissa degli “amici di penna”, e cosa potevo saperne io? Che dopo quel telescopio c'era altro...
Non mi metto a raccontare tutto né a definirti nella mia vita, non renderei mai quello che è il nostro rapporto, quello che è stato, quello che è tornato ad essere, quello che era anche quando sembrava mancare. Sapresti farlo, tu, attore dei miei stivali? Linguaccia
Dawson, è stato difficile averti vicino. Ci siamo “scritti” crescere (vedere ci vediamo sempre poco, troppo poco!), ci siamo spaventati: non ho neanche bisogno di rileggere le lettere per rendermi conto di quanto ci siamo scambiati, spiegati, offesi, preoccupati. Quanto spesso ci siamo mancati. E per questo poco tempo fa, quando ho pensato di non conoscerti più e vedevo in te uno sconosciuto, ho avuto paura... non sopportavo di averti seduto accanto e non sapere più a cosa stessi pensando, cosa volessi fare e come ti sentissi. Peggio: c’era una sorta di continua sfida nello sguardo, e rabbia, per non capire, per non riuscire a tirare il fiato e parlare. Quanto devo averti irritato, quanto ero arrabbiata io! E quanto sollevata poi, e quanto tempo ci è voluto, per tornare sulle stesse corde!
Abbiamo parlato delle più svariate cose (te lo ricordi il periodo Carmen?) e ovviamente abbiamo dimenticato le più importanti. Ma anche a distanza di tempo le parole sono tornate, così che non c’è stato bisogno dei riassunti delle puntate precedenti, per quanto straordinari fossero i cambiamenti delle nostre vite: la stessa cosa è capitata ad entrambi nello stesso momento, abbiamo potuto solo restare lì sorpresi e perderci nei dettagli, svuotare i segreti, darci entusiasmo a vicenda. Quando non ne ho avuta più, di energia positiva, il pensiero di averti a due passi è stato una sorta di paracadute. E credimi, questo mi mancherà, adesso più che mai.
Mi hai giudicato raramente e capito quasi sempre, mi hai lasciata piangere a volte e fatto smettere altre, mostrato maschere, aspettata. Mi hai presa in giro, anche, sei stato insopportabile, hai ripreso a fumare e mi hai lasciata da parte. L’unico a cui ho detto delle cose, il primo per alcune, capace di ignorarmi o di darmi un’importanza che non spero mai. E poi hai avuto pazienza, molta. Quando non ti parlavo, quando una lettera si faceva aspettare mesi, da Genova; quando hai sopportato i complessi adolescenziali più paranoici della storia, le gelosie mie ed altrui; quando mi hai accompagnata alla fermata di un pullman che mi portava da qualcun altro.
Siamo legati da fili di parole, a inchiostro nero sul primo foglio trovato in giro oppure regalate a profusione dalla voce raccontando, commentando, ridendo della qualunque: il nostro parlare è parlare per dire, che non cerca niente e raramente chiede, è solo scambiarsi le rispettive vite e vedere cosa ne vien fuori. Come sul terrazzo di casa mia, in estati diverse, cercando sempre per finta una stella cadente: “Cosa sai tu? Cos’hai capito?” “Non so niente, ma vedo che c’è qualcosa e non me ne parli”. Non hai dato consigli se non sapevi darli, né li hai chiesti, e se si può definire ricchezza la conoscenza di una persona, la mia lo è sempre quando ho a che fare con te.
Molto di quanto vedo in te, vorrei averlo io. Perché ammiro la persona che sei.
A questo punto tu diresti: “Mena Lù, non è che sto partendo in guerra!”… ahò, ma volevi andartene così impunito? Fammele fà ‘ste cose ogni tanto, sennò mi sento inutile! ... Non riesco a scrivere niente di meglio, non adesso, e tu come sempre avrai pazienza e aspetterai il ritorno delle parole. Ma credo che il messaggio sia chiaro: Dawson Leery, con la presente ti ordino di restare nella mia vita e non azzardarti a sparire non appena diventi famoso! Ché io, sappilo, ho ancora delle lettere assurde in buste assurde (stelle polari e via dicendo!) con cui posso agevolmente ricattarti!
Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene.
Buon viaggio, ci vediamo a Barça! Bacio.
“Era un uomo così
ma con delle possibilità
… lo so, io”
Avrei voluto scriverti, in questi giorni, una lettera bellissima, di quelle che si rileggono mille volte e si sgualciscono a furia di portarle con sé, di aprirle e richiuderle. Avrei voluto tirar fuori la grafia migliore e la carta arancione, non far cadere neanche una frase nella banalità, regalartela con un bacio perché la tenessi in valigia, sull’aereo del 18 gennaio. Se bastasse l’intenzione, quella lettera ce l’avrei pronta in mano da tempo, ma io non sono capace di una cosa così bella. Butto solo giù qualche pensiero, che è il mio saluto per te fino a nuovo ordine.
La mia migliore amica non è mai esistita, non ho avuto questa fortuna. Ne ho avuta una molto più grande, in una pineta di Castellaneta Marina a luglio di dieci anni fa: uno scambio di indirizzi per gioco, perché ti era presa la fissa degli “amici di penna”, e cosa potevo saperne io? Che dopo quel telescopio c'era altro...
Non mi metto a raccontare tutto né a definirti nella mia vita, non renderei mai quello che è il nostro rapporto, quello che è stato, quello che è tornato ad essere, quello che era anche quando sembrava mancare. Sapresti farlo, tu, attore dei miei stivali? Linguaccia
Dawson, è stato difficile averti vicino. Ci siamo “scritti” crescere (vedere ci vediamo sempre poco, troppo poco!), ci siamo spaventati: non ho neanche bisogno di rileggere le lettere per rendermi conto di quanto ci siamo scambiati, spiegati, offesi, preoccupati. Quanto spesso ci siamo mancati. E per questo poco tempo fa, quando ho pensato di non conoscerti più e vedevo in te uno sconosciuto, ho avuto paura... non sopportavo di averti seduto accanto e non sapere più a cosa stessi pensando, cosa volessi fare e come ti sentissi. Peggio: c’era una sorta di continua sfida nello sguardo, e rabbia, per non capire, per non riuscire a tirare il fiato e parlare. Quanto devo averti irritato, quanto ero arrabbiata io! E quanto sollevata poi, e quanto tempo ci è voluto, per tornare sulle stesse corde!
Abbiamo parlato delle più svariate cose (te lo ricordi il periodo Carmen?) e ovviamente abbiamo dimenticato le più importanti. Ma anche a distanza di tempo le parole sono tornate, così che non c’è stato bisogno dei riassunti delle puntate precedenti, per quanto straordinari fossero i cambiamenti delle nostre vite: la stessa cosa è capitata ad entrambi nello stesso momento, abbiamo potuto solo restare lì sorpresi e perderci nei dettagli, svuotare i segreti, darci entusiasmo a vicenda. Quando non ne ho avuta più, di energia positiva, il pensiero di averti a due passi è stato una sorta di paracadute. E credimi, questo mi mancherà, adesso più che mai.
Mi hai giudicato raramente e capito quasi sempre, mi hai lasciata piangere a volte e fatto smettere altre, mostrato maschere, aspettata. Mi hai presa in giro, anche, sei stato insopportabile, hai ripreso a fumare e mi hai lasciata da parte. L’unico a cui ho detto delle cose, il primo per alcune, capace di ignorarmi o di darmi un’importanza che non spero mai. E poi hai avuto pazienza, molta. Quando non ti parlavo, quando una lettera si faceva aspettare mesi, da Genova; quando hai sopportato i complessi adolescenziali più paranoici della storia, le gelosie mie ed altrui; quando mi hai accompagnata alla fermata di un pullman che mi portava da qualcun altro.
Siamo legati da fili di parole, a inchiostro nero sul primo foglio trovato in giro oppure regalate a profusione dalla voce raccontando, commentando, ridendo della qualunque: il nostro parlare è parlare per dire, che non cerca niente e raramente chiede, è solo scambiarsi le rispettive vite e vedere cosa ne vien fuori. Come sul terrazzo di casa mia, in estati diverse, cercando sempre per finta una stella cadente: “Cosa sai tu? Cos’hai capito?” “Non so niente, ma vedo che c’è qualcosa e non me ne parli”. Non hai dato consigli se non sapevi darli, né li hai chiesti, e se si può definire ricchezza la conoscenza di una persona, la mia lo è sempre quando ho a che fare con te.
Molto di quanto vedo in te, vorrei averlo io. Perché ammiro la persona che sei.
A questo punto tu diresti: “Mena Lù, non è che sto partendo in guerra!”… ahò, ma volevi andartene così impunito? Fammele fà ‘ste cose ogni tanto, sennò mi sento inutile! ... Non riesco a scrivere niente di meglio, non adesso, e tu come sempre avrai pazienza e aspetterai il ritorno delle parole. Ma credo che il messaggio sia chiaro: Dawson Leery, con la presente ti ordino di restare nella mia vita e non azzardarti a sparire non appena diventi famoso! Ché io, sappilo, ho ancora delle lettere assurde in buste assurde (stelle polari e via dicendo!) con cui posso agevolmente ricattarti!
Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene.
Buon viaggio, ci vediamo a Barça! Bacio.
“Era un uomo così
ma con delle possibilità
… lo so, io”
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