Ti vedo, ogni sera, arrivare ed andar via. Ci sono moltissime cose che avrei voluto dirti, in tutte le occasioni, invece mi accontento di immaginare la tua vita in un posto che non conosco, quasi mi sembra di guardarti, e basta questo. Riconoscerti mentre scendi di corsa a prendere un autobus. Fingere di vedere i bicchieri e il tavolo della tua cucina, dove ogni tanto dimentichi qualcosa. La sedia e uno o due jeans, qualche maglione blu. Io non ci sono mai.
Volevo dire a Pier che ogni tanto metto un paio di suoi calzini neri, li ha lasciati a casa mia chissà quando; ormai li ho consumati, ma vengono con me come il guscio delle chiocciole, un segnale di casa. Metto anche una sua maglietta, d’estate, quella col 46 pieno di brillantini. Che trovo bello avere qualcosa di suo. E' bello avere una lettera di Silvia, anche se è “stringata”, perché me l’ha scritta con la sua penna ed è la prima cosa che ricevo qui. La prima in assoluto, qui.
Era tanto tempo che qualcuno non mi teneva la mano, che non mi si chiedeva a cosa stessi pensando, ho perso le risposte su un marciapiede mentre camminavo, le ho lasciate cadere. Ho lasciato che mi frugassero nelle tasche e se le portassero. Chi se ne importa, sai? Chi se ne importa di spiegare.
Sono qui che ti vedo, ogni sera, arrivare ed andar via. Ed è triste, certe sere.
mercoledì 22 ottobre 2008
mercoledì 8 ottobre 2008
Siccità
Ho paura per te. Hai risvegliato per un attimo il mio istinto infantile, per cui appena ti ho sentito avrei voluto prenderti tra le braccia e poterti stringere finché tutto non fosse passato. E dire che tu non ci resteresti neanche un minuto intero. Ti rifugeresti tra le tue commissioni, mentre se potessi allungarti una mano o farti scudo in qualche modo, io lo farei. Così come, quando la vidi, avrei voluto proteggere la tua felpa bianca bellissima. Avevo aspettato troppo per vederti così, in mezzo alla strada, sapere che non era scontato. Avrei voluto salvare il senso di te. E no.
Un pomeriggio che ero sola in camera, una donna giovane mi ha chiamata dalla finestra mentre cantavo ad alta voce. Mi chiedeva aiuto perché una signora nell’appartamento di fronte era caduta e non riusciva a rialzarsi, così mi sono precipitata da lei e l’abbiamo tirata su a viva forza, messa a sedere sulla poltrona. La donna giovane continuava a rimproverarla per la caduta con una tale insolenza che l’avrei zittita io stessa se avessi potuto, gridando più di lei; la signora, al contrario, era una di quelle persone anziane con una certa nobiltà nei modi, che mentre la aiutavo mi chiedeva cosa studiavo, dove abitavo, di tornare a trovarla, “sono la madre del dottor Remo, lo conosce?”. Mi commuove la gentilezza buona di certe persone, e gli anziani, tante di quelle volte.
Invece io non riesco più a guardare i film, quando c’è un bacio. Non posso più sentire moltissime canzoni perché non mi basta la tranquillità. Non riesco ad essere ottimista con me stessa la metà di quanto lo sono con gli altri. Sono l’unica a ricordare quasi tutte le cose più importanti della mia vita, quando magari neanche vorrei averle vissute.
Non ho passato mesi d’inferno per sentirmi dire ancora ‘piccola’. Neanche per ricaricare le batterie ed essere pronta per un’altra storia o un’altra persona. (Né per credermi grande). La sola cosa che desidero è diventare immobile e seria, il più possibile impermeabile, non aver più bisogno di essere abbracciata e consolata, mai. Non chiedere niente, andare dritta per la mia strada e togliermi dalla testa quelle possibilità intraviste, fuori dalla mia portata. E prendere il sole come la terra quando non piove per tre mesi, restando solida.
Oggi sono molto nervosa. Forse non rispondo.
"Non sempre rispondo, dipende dai giorni,
dall'aria che tira tra me e i miei ricordi
Per cui se succede che qualche argomento
rimane silente, o qualche risposta sia un poco sfuggente
Sappi che a volte nella mia testa
cade una grandine molto violenta
Forse è passeggera, ma poi ritornerà
tu non aspettarmi, preparati pure un sandwich
E non c'è logica per la mia testa quando
cade una grandine troppo violenta
So che è passeggera, ma poi ritornerà
e se faccio tardi regalami dei confetti
Forse è passeggera e quando tornerà
tu non aspettarmi, ricordati di pagare il gas"
Un pomeriggio che ero sola in camera, una donna giovane mi ha chiamata dalla finestra mentre cantavo ad alta voce. Mi chiedeva aiuto perché una signora nell’appartamento di fronte era caduta e non riusciva a rialzarsi, così mi sono precipitata da lei e l’abbiamo tirata su a viva forza, messa a sedere sulla poltrona. La donna giovane continuava a rimproverarla per la caduta con una tale insolenza che l’avrei zittita io stessa se avessi potuto, gridando più di lei; la signora, al contrario, era una di quelle persone anziane con una certa nobiltà nei modi, che mentre la aiutavo mi chiedeva cosa studiavo, dove abitavo, di tornare a trovarla, “sono la madre del dottor Remo, lo conosce?”. Mi commuove la gentilezza buona di certe persone, e gli anziani, tante di quelle volte.
Invece io non riesco più a guardare i film, quando c’è un bacio. Non posso più sentire moltissime canzoni perché non mi basta la tranquillità. Non riesco ad essere ottimista con me stessa la metà di quanto lo sono con gli altri. Sono l’unica a ricordare quasi tutte le cose più importanti della mia vita, quando magari neanche vorrei averle vissute.
Non ho passato mesi d’inferno per sentirmi dire ancora ‘piccola’. Neanche per ricaricare le batterie ed essere pronta per un’altra storia o un’altra persona. (Né per credermi grande). La sola cosa che desidero è diventare immobile e seria, il più possibile impermeabile, non aver più bisogno di essere abbracciata e consolata, mai. Non chiedere niente, andare dritta per la mia strada e togliermi dalla testa quelle possibilità intraviste, fuori dalla mia portata. E prendere il sole come la terra quando non piove per tre mesi, restando solida.
Oggi sono molto nervosa. Forse non rispondo.
"Non sempre rispondo, dipende dai giorni,
dall'aria che tira tra me e i miei ricordi
Per cui se succede che qualche argomento
rimane silente, o qualche risposta sia un poco sfuggente
Sappi che a volte nella mia testa
cade una grandine molto violenta
Forse è passeggera, ma poi ritornerà
tu non aspettarmi, preparati pure un sandwich
E non c'è logica per la mia testa quando
cade una grandine troppo violenta
So che è passeggera, ma poi ritornerà
e se faccio tardi regalami dei confetti
Forse è passeggera e quando tornerà
tu non aspettarmi, ricordati di pagare il gas"
martedì 23 settembre 2008
A la recherche du temps perdu
Mi piacerebbe poterti pregare. Sì, come quando avevo 13 anni e ti venivo a cercare ogni sera, mi piacerebbe unire le mani e usare un po’ di quelle parole formali, per iniziare a parlarti. Mi piacerebbe tantissimo chiudere gli occhi e affidarmi a te, come quando da piccola mi sentivo in pericolo per aver perso un giocattolo o aver rotto un soprammobile, e non riuscivo a fare altro se non chiederti per favore, per questa volta, pensaci tu. Vorrei tanto sentire che riempi il vuoto, il silenzio innaturale di ore come queste, in cui ancora non ho sonno, avvertire la tua sorveglianza continua e non sentirmi indifesa. Vorrei non sentirmi disarmata.
Invece un giorno mio padre stava per cadere in un pozzo. Era sera e faceva freddo, uscii con la vestaglia da notte rossa e correndo a chiedere aiuto dai vicini stavo per rompere le pantofole, e non arrivavo mai, e i sassi della strada facevano male ai piedi. Era una corsa troppo piccola la mia, di otto o nove anni, che strascicava e non sapeva spiegare bene le cose. Mio padre fu tirato su, poco dopo.
Mi sono allenata tanto in ogni senso. Ero forte, correvo come un ragazzo e nuotavo sfiorando la sabbia del fondo, mi lanciavo con la bicicletta, o sul campo di pallavolo, mi piaceva. Sono uscita da quel reparto e ci sono rientrata, un pomeriggio ho camminato dal day hospital all’alloggio senza fermarmi, perché c’era il primo sole di primavera, e volevo vedere se contavo ancora qualcosa per le mie gambe. Ed ero esausta e dolorante ma ho vinto io, ero forte.
Come hai potuto lasciare che mi abbattessero le parole? Perché quando qualunque appiglio sarebbe servito, non ti sei affacciato un attimo a tirarmi su da quel letto, da quel cuscino bagnato? Ma non è colpa tua: sono stata io a lasciarmi andare. Non è neanche colpa tua se è tanto tempo che non so cercarti più. Sono stata piena, vuota, ma sono stati pochi gli istanti in cui ho pensato di riuscire a dirti grazie o chiederti aiutami, e credimi avrei voluto, voluto, voluto sentirti. Voluto urlarti la mia gioia quando l’ho provata, voluto chiudere gli occhi e pensare che avrei lasciato fare a te, che avresti sistemato tutto e non dovevo che sperare, doveva pur esserci una giustizia, me l’avresti resa. Perdonami, ma non ci sono riuscita.
Sistemando un cassetto dello studio ho trovato una cannuccia inutilizzata, oggi. Una cannuccia verde del Mc Donald’s della stazione, di quando non è servita perché ne bastava una sola. L’ho scartata, ho gettato l’involucro nella raccolta carta, l’ho piegata, stretta in mano e buttata, nella plastica, accuratamente. Mi sono detta che non è il primo piccolo omicidio che commetto. Mi ha fatto effetto, sì, non sono caduta in ginocchio, neanche ho pianto, no. Allora forse, dopo tanto tempo, penso che hai voluto tu che non facesse male: hai capito che bastava ed hai mostrato misericordia. Non dirò niente neanche adesso, in mezzo a tanto disordine, non ancora. Mi rimetterò in piedi, magari, piano. Ho un anno intero davanti. Intanto, per quello che vale, buonanotte caro Dio.
"O Capitano mio Capitano anche se il viaggio è finito
sento ancora tempesta annunciare
e le donne esultare, le campane suonare
e altre inutili parole d'amore
Capitano mio Capitano è che non posso lasciare
che nemmeno un sogno scivoli via
Sotto nuove bandiere ancora giorni e sere
per il tempo che ha l'anima mia
... e per me"
Invece un giorno mio padre stava per cadere in un pozzo. Era sera e faceva freddo, uscii con la vestaglia da notte rossa e correndo a chiedere aiuto dai vicini stavo per rompere le pantofole, e non arrivavo mai, e i sassi della strada facevano male ai piedi. Era una corsa troppo piccola la mia, di otto o nove anni, che strascicava e non sapeva spiegare bene le cose. Mio padre fu tirato su, poco dopo.
Mi sono allenata tanto in ogni senso. Ero forte, correvo come un ragazzo e nuotavo sfiorando la sabbia del fondo, mi lanciavo con la bicicletta, o sul campo di pallavolo, mi piaceva. Sono uscita da quel reparto e ci sono rientrata, un pomeriggio ho camminato dal day hospital all’alloggio senza fermarmi, perché c’era il primo sole di primavera, e volevo vedere se contavo ancora qualcosa per le mie gambe. Ed ero esausta e dolorante ma ho vinto io, ero forte.
Come hai potuto lasciare che mi abbattessero le parole? Perché quando qualunque appiglio sarebbe servito, non ti sei affacciato un attimo a tirarmi su da quel letto, da quel cuscino bagnato? Ma non è colpa tua: sono stata io a lasciarmi andare. Non è neanche colpa tua se è tanto tempo che non so cercarti più. Sono stata piena, vuota, ma sono stati pochi gli istanti in cui ho pensato di riuscire a dirti grazie o chiederti aiutami, e credimi avrei voluto, voluto, voluto sentirti. Voluto urlarti la mia gioia quando l’ho provata, voluto chiudere gli occhi e pensare che avrei lasciato fare a te, che avresti sistemato tutto e non dovevo che sperare, doveva pur esserci una giustizia, me l’avresti resa. Perdonami, ma non ci sono riuscita.
Sistemando un cassetto dello studio ho trovato una cannuccia inutilizzata, oggi. Una cannuccia verde del Mc Donald’s della stazione, di quando non è servita perché ne bastava una sola. L’ho scartata, ho gettato l’involucro nella raccolta carta, l’ho piegata, stretta in mano e buttata, nella plastica, accuratamente. Mi sono detta che non è il primo piccolo omicidio che commetto. Mi ha fatto effetto, sì, non sono caduta in ginocchio, neanche ho pianto, no. Allora forse, dopo tanto tempo, penso che hai voluto tu che non facesse male: hai capito che bastava ed hai mostrato misericordia. Non dirò niente neanche adesso, in mezzo a tanto disordine, non ancora. Mi rimetterò in piedi, magari, piano. Ho un anno intero davanti. Intanto, per quello che vale, buonanotte caro Dio.
"O Capitano mio Capitano anche se il viaggio è finito
sento ancora tempesta annunciare
e le donne esultare, le campane suonare
e altre inutili parole d'amore
Capitano mio Capitano è che non posso lasciare
che nemmeno un sogno scivoli via
Sotto nuove bandiere ancora giorni e sere
per il tempo che ha l'anima mia
... e per me"
domenica 14 settembre 2008
Post scriptum (-grazie-)
Se fossi stata zucchero, ieri sera, mi sarei sciolta ai tuoi piedi senza remore, Signora. Sotto le nuvole grigie che ci hanno fatto preoccupare, sarebbe stato un inchino a mio modo. Hai un potere, tu, incantevole Signora, di cui non ti rendi conto o che dispensi con tale generosità da non approfittarne mai, ed il mio petto così vuoto si è inondato di tutto ciò che arrivava dal tuo palco. Non credo che riuscirò mai a spiegarmi cosa possiedi, come puoi ancora farmi credere, dopo un anno così, semplicemente allargando le braccia e sollevando un po’ le spalle, con le mani schiuse, come puoi farmi credere ancora che il dolore passerà. Eppure te lo urlo e me ne convinco, senza ragione, come se tu mi ubriacassi.
Signora, giù il cappello al tuo cospetto, quando mi fai riascoltare quella canzone cercando di non farmi piangere, quando ti metti in ginocchio e diventi romantica, quando fai crescere le ali e spalanchi un volo leggerissimo. Sorridi. A testa bassa e con le gambe piegate, giù il cappello, Signora, in segno di gratitudine e di pentimento per non averti più creduta capace dei tuoi miracoli. Per averti resistito con ostinazione, dalla scorsa estate in poi.
Grazie per quello sguardo che non era per me, grazie per i salti di gioia, per i pochi singhiozzi, per Endrigo, Battisti e De Andrè. Grazie, umilmente, per la Musica, mia Signora gentilissima.
Signora, giù il cappello al tuo cospetto, quando mi fai riascoltare quella canzone cercando di non farmi piangere, quando ti metti in ginocchio e diventi romantica, quando fai crescere le ali e spalanchi un volo leggerissimo. Sorridi. A testa bassa e con le gambe piegate, giù il cappello, Signora, in segno di gratitudine e di pentimento per non averti più creduta capace dei tuoi miracoli. Per averti resistito con ostinazione, dalla scorsa estate in poi.
Grazie per quello sguardo che non era per me, grazie per i salti di gioia, per i pochi singhiozzi, per Endrigo, Battisti e De Andrè. Grazie, umilmente, per la Musica, mia Signora gentilissima.
sabato 13 settembre 2008
Un poco di zucchero
"Scendi lentamente, portale i miei saluti più sinceri,
batti piano sui vetri e sciogli i dispiaceri
Scendi piano piano, che ti senta arrivare da lontano,
che abbia tempo per riparare, rifiatare"
Vorrei essere di zucchero, bianca ed utile, polverizzata. Non ci sarebbe niente di male. Vorrei essere di zucchero ed uscire sotto la pioggia, per sciogliermi velocemente e senza rumore sotto il battere incessante delle gocce. Sarebbe liberatorio vedere disfarsi ogni singolo atomo delle mie spalle, dei capelli, vedere i piedi già malfermi abbandonarmi del tutto. Persino i miei ricordi, questo sì sarebbe bello, si allontanerebbero assorbiti dall’acqua. Scorrendo fuori dalla mia vista. Alla fine del temporale, sotto un semicerchio a colori, magari arriverebbero i gatti di mia zia a portarmi via per sempre, bevendomi sorso a sorso. Magari sì, ecco: a loro risulterei gradevole. Giù pezzo a pezzo sulla lingua ruvida di un gatto, saltellando senza farmi male sui muscoli della sua bocca.
Allora di me non resterebbero che pochi granelli, qualche minuscola parte del corpo, e se così fosse, vorrei restassero le mani. Quelle che battono sui tasti in tre lingue diverse, e che una volta ti sono affondate nei capelli, le mie piccole mani mai protette dai guanti. Sui mattoncini del piazzale di casa, con le mie dita di zucchero, afferrerei le scarpe sportive di mio padre, i tacchi di mia madre, me ne andrei con loro a scuola o a fare la spesa; mi aggrapperei alla ruota della bici di mia sorella, e il vento mi disperderebbe prima ancora di uscire sulla strada grande. Non saprei comunque darmi l’affetto, lo so già, quel briciolo di tenerezza semplicissima che vado così maldestramente elemosinando. Neanche essendo zucchero saprei essere meno angosciante. Ma mi si potrebbe portare – basterebbe una goccia di me – in un angolo deserto e inutilizzato, dove resterei a guardare le foglie d’ulivo asciugarsi. Ad aspettare una formica che mi scambierebbe per la sua riserva dell’inverno.
Se di me restassero le mani, non potrei più arrivarti in nessun modo. Se mi facessi zucchero, neppure avrei il privilegio di addolcirti il cappuccino. Pensarti da lontano sarebbe più pacifico, del tutto normale aver smesso di conoscerti. Non pensarmi più sarebbe finalmente lecito. Stesa lì sul pavimento, a compiacermi di soddisfare i gatti. A sorridere di essermi sgretolata. Non pensando, in effetti, che a quell’ora potrei essere zucchero filato nelle mani entusiaste di una bambina, e chissà se anche lei lo direbbe, di avere una nuvola in mano… o zucchero a velo su una torta alle mele. Vedi, io mi fermo a molto meno, ma potrebbe diventare una cosa proprio concreta, essere zucchero.
Se di me restassero le mani, senza poter parlare né più scrivere, con sollievo mio prima di tutto, mi piacerebbe chiedere a gesti a un qualcuno là in alto: come si compensa un dolore così onesto? Come ci si salva da un amore? E dalla pioggia?
"Scendi lentamente, portale i miei saluti gentilmente,
lascia che si riposi e non le manchi niente
Scendi piano piano, gocciolando sul viso e sulla mano,
vai dovunque per rinfrescare, dissetare"
batti piano sui vetri e sciogli i dispiaceri
Scendi piano piano, che ti senta arrivare da lontano,
che abbia tempo per riparare, rifiatare"
Vorrei essere di zucchero, bianca ed utile, polverizzata. Non ci sarebbe niente di male. Vorrei essere di zucchero ed uscire sotto la pioggia, per sciogliermi velocemente e senza rumore sotto il battere incessante delle gocce. Sarebbe liberatorio vedere disfarsi ogni singolo atomo delle mie spalle, dei capelli, vedere i piedi già malfermi abbandonarmi del tutto. Persino i miei ricordi, questo sì sarebbe bello, si allontanerebbero assorbiti dall’acqua. Scorrendo fuori dalla mia vista. Alla fine del temporale, sotto un semicerchio a colori, magari arriverebbero i gatti di mia zia a portarmi via per sempre, bevendomi sorso a sorso. Magari sì, ecco: a loro risulterei gradevole. Giù pezzo a pezzo sulla lingua ruvida di un gatto, saltellando senza farmi male sui muscoli della sua bocca.
Allora di me non resterebbero che pochi granelli, qualche minuscola parte del corpo, e se così fosse, vorrei restassero le mani. Quelle che battono sui tasti in tre lingue diverse, e che una volta ti sono affondate nei capelli, le mie piccole mani mai protette dai guanti. Sui mattoncini del piazzale di casa, con le mie dita di zucchero, afferrerei le scarpe sportive di mio padre, i tacchi di mia madre, me ne andrei con loro a scuola o a fare la spesa; mi aggrapperei alla ruota della bici di mia sorella, e il vento mi disperderebbe prima ancora di uscire sulla strada grande. Non saprei comunque darmi l’affetto, lo so già, quel briciolo di tenerezza semplicissima che vado così maldestramente elemosinando. Neanche essendo zucchero saprei essere meno angosciante. Ma mi si potrebbe portare – basterebbe una goccia di me – in un angolo deserto e inutilizzato, dove resterei a guardare le foglie d’ulivo asciugarsi. Ad aspettare una formica che mi scambierebbe per la sua riserva dell’inverno.
Se di me restassero le mani, non potrei più arrivarti in nessun modo. Se mi facessi zucchero, neppure avrei il privilegio di addolcirti il cappuccino. Pensarti da lontano sarebbe più pacifico, del tutto normale aver smesso di conoscerti. Non pensarmi più sarebbe finalmente lecito. Stesa lì sul pavimento, a compiacermi di soddisfare i gatti. A sorridere di essermi sgretolata. Non pensando, in effetti, che a quell’ora potrei essere zucchero filato nelle mani entusiaste di una bambina, e chissà se anche lei lo direbbe, di avere una nuvola in mano… o zucchero a velo su una torta alle mele. Vedi, io mi fermo a molto meno, ma potrebbe diventare una cosa proprio concreta, essere zucchero.
Se di me restassero le mani, senza poter parlare né più scrivere, con sollievo mio prima di tutto, mi piacerebbe chiedere a gesti a un qualcuno là in alto: come si compensa un dolore così onesto? Come ci si salva da un amore? E dalla pioggia?
"Scendi lentamente, portale i miei saluti gentilmente,
lascia che si riposi e non le manchi niente
Scendi piano piano, gocciolando sul viso e sulla mano,
vai dovunque per rinfrescare, dissetare"
mercoledì 6 agosto 2008
Una notte di mezza estate
Mi addormento con la voglia di parlarti, come ogni sera ultimamente. Mi pare di ospitare nella gola una corrente indistinta di parole, un garbuglio di fatti, di idee, senza un soggetto e un verbo, che trattengo a fatica. Sogno spesso ad occhi aperti di me che ti parlo e ti racconto tutto, senza i veli dell’imbarazzo e della distanza, senza i freni della gelosia. A volte ti stringo a me, mentre dico qualcosa di molto intimo, oppure mi volto dall’altra parte, se descriverti un ricordo doloroso (proprio quello, il più nero che ho) mi fa tremare la voce o piangere. Mi vergogno di piangere. Eppure di spalle e chiusa a tutto con le frasi che mi si spezzano, spero comunque di sentire il tuo calore; un abbraccio magari, sì, un abbraccio tenero come quello che desideravo nel sonno, quando mi svegliavo con le braccia attorno al corpo. Quando mi cadevano le lacrime già nel caffè della colazione.
Sogno ad occhi aperti che mi ascolti e rispondi con frasi semplicissime, a voce bassa, ed accetti le mie verità senza scandalizzartene. Non ho paura di svelartele, persino quelle che mi vedono infantile e sciocca, quelle che ti portano a capire le mie viltà più radicate, so che non ci sarà freddezza nel tuo giudizio. Ho stranamente superato il mio terrore costante di perderti, è una libertà che non mi sono mai presa con nessuno; ma non c’è nulla di coraggioso nel silenzio, nulla di eroico, io voglio che tu lo sappia. Naturalmente non pretendo che ti esponga con me allo stesso modo, conosco le tue confidenze altalenanti, la difficoltà che a volte hai (ancora?) a lasciarti andare: non è mancanza di fiducia in me, non credo, piuttosto è di te che ti fidi poco. Nonostante tutto capita che inizi a parlare, poche parole all’inizio e veri aneddoti lunghi e circostanziati poi, ti vedo schiuderti lentamente e me ne accorgo, io mi accorgo: è qualcosa di così effimero e fragile che trattengo il respiro. E’ quello che mi ha attratto subito in te, quella piccola luce bianca che tieni così ben nascosta con le tue risate. Un regalo per me, il tuo, di lasciarla uscire: so già di non saper rispondere, non poter renderti giustizia. Un attimo soltanto, dimmi ancora di te, lasciati accogliere. E più tardi il sonno, che ci trova così, quasi dispiaciuto di disturbare cerca di posarsi silenziosamente, si offre da riposo.
Quanto sogno ancora, lo vedi? Ad occhi aperti addirittura. Una delle due cose che non ti ho detto è che questa è l’unica vera consolazione che ho, anche se lo vedi già da te. Riguardo alle cose che tu non mi hai detto... adesso ridi pure, ho già capito.
«Sì, hai visto giusto: un bambino piccolo e magrissimo, con il volto amareggiato. Un bambino sempre teso, insofferente come un vecchio, e irrequieto, terribilmente agitato. Come se dovesse sempre dimostrare qualcosa e lottare per la vita. Come facevi a saperlo? Come può una persona conoscerne un’altra? Un cospiratore, hai scritto. Ma uno di quelli che agiscono in casa, in famiglia. Sì, sì! Persino la cosa tremenda che hai detto sulla solitudine, diversa da quella degli altri bambini. Ogni tua parola è caduta esattamente dove era attesa da anni. Non la solitudine di un bambino, ma quella che prova una persona affetta da una malattia infamante (come mai non hai avuto paura di scrivere questa parola?). E’ vero, è vero, un bambino che sta attento a non indebolirsi, a non cullarsi nell’illusione che sia possibile concedersi, che esiste, da qualche parte, la possibilità di lasciarsi andare...»
[David Grossman]
Sogno ad occhi aperti che mi ascolti e rispondi con frasi semplicissime, a voce bassa, ed accetti le mie verità senza scandalizzartene. Non ho paura di svelartele, persino quelle che mi vedono infantile e sciocca, quelle che ti portano a capire le mie viltà più radicate, so che non ci sarà freddezza nel tuo giudizio. Ho stranamente superato il mio terrore costante di perderti, è una libertà che non mi sono mai presa con nessuno; ma non c’è nulla di coraggioso nel silenzio, nulla di eroico, io voglio che tu lo sappia. Naturalmente non pretendo che ti esponga con me allo stesso modo, conosco le tue confidenze altalenanti, la difficoltà che a volte hai (ancora?) a lasciarti andare: non è mancanza di fiducia in me, non credo, piuttosto è di te che ti fidi poco. Nonostante tutto capita che inizi a parlare, poche parole all’inizio e veri aneddoti lunghi e circostanziati poi, ti vedo schiuderti lentamente e me ne accorgo, io mi accorgo: è qualcosa di così effimero e fragile che trattengo il respiro. E’ quello che mi ha attratto subito in te, quella piccola luce bianca che tieni così ben nascosta con le tue risate. Un regalo per me, il tuo, di lasciarla uscire: so già di non saper rispondere, non poter renderti giustizia. Un attimo soltanto, dimmi ancora di te, lasciati accogliere. E più tardi il sonno, che ci trova così, quasi dispiaciuto di disturbare cerca di posarsi silenziosamente, si offre da riposo.
Quanto sogno ancora, lo vedi? Ad occhi aperti addirittura. Una delle due cose che non ti ho detto è che questa è l’unica vera consolazione che ho, anche se lo vedi già da te. Riguardo alle cose che tu non mi hai detto... adesso ridi pure, ho già capito.
«Sì, hai visto giusto: un bambino piccolo e magrissimo, con il volto amareggiato. Un bambino sempre teso, insofferente come un vecchio, e irrequieto, terribilmente agitato. Come se dovesse sempre dimostrare qualcosa e lottare per la vita. Come facevi a saperlo? Come può una persona conoscerne un’altra? Un cospiratore, hai scritto. Ma uno di quelli che agiscono in casa, in famiglia. Sì, sì! Persino la cosa tremenda che hai detto sulla solitudine, diversa da quella degli altri bambini. Ogni tua parola è caduta esattamente dove era attesa da anni. Non la solitudine di un bambino, ma quella che prova una persona affetta da una malattia infamante (come mai non hai avuto paura di scrivere questa parola?). E’ vero, è vero, un bambino che sta attento a non indebolirsi, a non cullarsi nell’illusione che sia possibile concedersi, che esiste, da qualche parte, la possibilità di lasciarsi andare...»
[David Grossman]
mercoledì 9 luglio 2008
Pensieri nascosti
Fa più freddo, quando il termometro supera i trenta. A volte riesce ancora a fare più freddo.
Non faccio che andare al mare, nuotare cercando di ridere di quella paura stupida di pestare un qualche animale strano, leggere all’ombra tra le racchette e il pallone. Mi si è bruciata la pelle sulle spalle, quasi un rito, mi lamento del troppo caldo, quasi un obbligo. Mi innervosisce lo scirocco, un classico.
Eppure succede che fa freddo, di nascosto, all’inizio della notte o mentre gli altri parlano. La sensazione di sorpresa dolorosa di quando ho riconosciuto la tua sagoma seduta, solo dalla schiena. E ricordare che la prova più difficile che l’inverno mi abbia chiesto è stata quella di rispettare il suo silenzio, rispettare il suo disamore. Il tentativo patetico di imporre il mio tacere era simile a lanciare di traverso la tavoletta contro le onde, leggerissima, per vedere quanto si può resistere alla furia del mare. Vorrei tanto mi s’indurisse il cuore. Non dovrebbe volerci chissà cosa.
Non sono diventata più alta, né più tollerante, non mi si sono imbelliti gli occhi, non sono neanche un poco meno irritante. Ma i miei capelli sono così castani, e arresi, che spero tu possa perdonarmi per sempre.
O almeno fino a quando non ti finisce la dolcezza. Non ti sfinisco io.
"E un giorno io saprò
d'essere un piccolo pensiero
nella più grande immensità
di quel cielo"
Non faccio che andare al mare, nuotare cercando di ridere di quella paura stupida di pestare un qualche animale strano, leggere all’ombra tra le racchette e il pallone. Mi si è bruciata la pelle sulle spalle, quasi un rito, mi lamento del troppo caldo, quasi un obbligo. Mi innervosisce lo scirocco, un classico.
Eppure succede che fa freddo, di nascosto, all’inizio della notte o mentre gli altri parlano. La sensazione di sorpresa dolorosa di quando ho riconosciuto la tua sagoma seduta, solo dalla schiena. E ricordare che la prova più difficile che l’inverno mi abbia chiesto è stata quella di rispettare il suo silenzio, rispettare il suo disamore. Il tentativo patetico di imporre il mio tacere era simile a lanciare di traverso la tavoletta contro le onde, leggerissima, per vedere quanto si può resistere alla furia del mare. Vorrei tanto mi s’indurisse il cuore. Non dovrebbe volerci chissà cosa.
Non sono diventata più alta, né più tollerante, non mi si sono imbelliti gli occhi, non sono neanche un poco meno irritante. Ma i miei capelli sono così castani, e arresi, che spero tu possa perdonarmi per sempre.
O almeno fino a quando non ti finisce la dolcezza. Non ti sfinisco io.
"E un giorno io saprò
d'essere un piccolo pensiero
nella più grande immensità
di quel cielo"
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