"Conosco un posto nel mio cuore
dove tira sempre il vento
per i tuoi pochi anni e per i miei che sono cento
non c'è niente da capire, basta sedersi ed ascoltare
Perché ho scritto una canzone per ogni pentimento
e devo stare attento a non cadere nel vino
o finir dentro ai tuoi occhi, se mi vieni più vicino
La notte ha il suo profumo e puoi cascarci dentro
che non ti vede nessuno
ma per uno come me, poveretto, che voleva
prenderti per mano e cascare dentro un letto
che pena... che nostalgia
non guardarti negli occhi e dirti un'altra bugia
Ah, almeno non ti avessi incontrato
io che qui sto morendo e tu che mangi il gelato"
Il tempo di Forlì è inospitale. È ostinatamente nuvoloso, e se accoglie qualcuno con un po’ di luce l’illusione dura poco. Piove per giorni interi e non ci si asciuga mai del tutto, anche se alla fine ci si abitua e si vedono persino i colori. Anch’io devo essere una persona inospitale. Per di più, credo di avere moltissime porte dentro di me, da cui la gente si affretta a scappare. C’è di buono, comunque, che io non trattengo nessuno se decide di non restare.
Scrivo in uno di quei rarissimi momenti di silenzio, in cui non bisogna parlare con nessuno. E non mi devo preoccupare di sembrare calma, non devo temere domande: scrivo in un miracoloso minuto di pace in questo andirivieni continuo. Solo tornando qui mi accorgo di quanto davvero mi mancasse il cielo dei miei posti, così inspiegabilmente più vicino ed umano. Mi mancava poter guardare dritto al confine del mare e sentirmi sollevata all’idea di vederne la fine: ecco, lì, su quella linea, dove le chiazze di rosso e viola di colpo si interrompono, in quel punto tutto inizia e va a morire. E poi il cielo qui è così buono e leggero, che se anche non avesse argini sarebbe un privilegio, perché il suo lasciarsi toccare è casa mia.
Alcuni ricordi che conservo di te sono come ferite sulle dita. Si mettono lì, minuscoli in un punto nascosto, e tornano a pungere mentre faccio la cosa più semplice, la più quotidiana. Molti sono già guariti, con la saliva e in mezzo al bruciore, altri lo faranno presto; sono di quei tagli per cui non esistono cicatrici. Io non voglio che mai più niente, mai più niente mi ferisca così. Che niente e nessuno arrivi a prendermi allo stesso modo, perché senza le mie armi sono perduta. Io non voglio più fidarmi così.
Sei la persona con cui ho commesso gli errori più sciocchi, a cui ho mostrato tutte le ingenuità e tutte le paure, con te ho pensato che bastasse abbandonarsi, con te sono stata cieca ed ostinata, spaventata, presuntuosa. Ed ho difeso il mio amore tanto debolmente, credendolo insignificante, da farlo sembrare anche a te poco più di niente. Ho avuto bisogno che 102 messaggi cancellati fossero testimoni del fatto che non avevo sognato, che per quanto fervida la mia fantasia non sarebbe stata capace di tanto. Perché per te ho pregato e pianto, per te ho desiderato con tutte le forze di essere un’altra persona, di avere le sue sembianze e la sua voce, perché per un istante solo mi amassi. Ho desiderato di aver fatto tutto il contrario di quanto in realtà ho fatto, anche quando si trattava di perderti con un po’ più di dignità. E tenere a bada tanti pentimenti finora mi ha preso un tempo enorme... non riuscirei a spiegarlo, né tu ad immaginare.
Ora che ti vedo entusiasmarti e ridere per altre persone ogni tanto mi chiedo, ma con leggerezza, se sarebbe stato mai possibile vederti ridere così, per me. Con lo stesso brillare del viso. E ogni volta mi rispondo di no. Per punire qualche impulso di immodestia, sicuramente, ma soprattutto perché è la mia conquista poter dire che adesso non mi importa più. Così quel no definitivo resta bloccato nel suo angolo di stanza e non osa fiatare dal momento che io, finalmente io sono più forte.
Sono gli ultimi giorni di dicembre, l’epilogo dell’anno più difficile della mia vita. Ed ho viaggi in programma, risate e bisogno di attenzioni, lettere mai ricevute, amici da cui tornare, il mio più bel regalo che viene a trovarmi domenica alle nove. Ho tanta famiglia a cui piace scambiarsi regali e biglietti spiritosi la mattina di Natale, nella quale ognuno è tanto importante che in mezzo a trenta persone un’assenza si nota, si cerca di rimediare.
Ho altre pagine bianche. E se una resta per sempre scritta a metà, ho un intero quaderno su cui continuare.
"Lascia stare tutto quello che non vedi
e togliti quei guanti
Finché non c’è una legge che te lo vieti
appoggiati ai miei palmi
Se vuoi ragione hai ragione
a proseguire col tuo istinto
ma non cambiare direzione, vai
avanti sempre dritto"
venerdì 26 dicembre 2008
venerdì 5 dicembre 2008
Era speciale
Inizio a guardarti senza darlo a vedere, per non farti provare imbarazzo. Mi ipnotizzano le tue mani, i gomiti poggiati sul tavolo in modo leggero, come fai tu, per non essere di peso. E quel punto indefinito tra il collo, la spalla e il braccio, dove mi sorprendo a pensarti più debole. Non parli con me, questa è una fortuna, perché sarebbe difficile ascoltarti e ancora di più cercare di non farti scorgere niente, sul mio viso, niente che ti faccia capire come ti sto guardando.
Io non ti osservo: non voglio carpirti nessun segreto, intuire nulla che non arrivi spontaneamente. Non ti rubo niente e neanche te lo chiedo, non ti scruto, non ti esamino, non cerco il nervosismo nei tuoi gesti né mi aspetto di capire quella piega amara della bocca. Però mentre non lo sai, sto cercando di avvolgerti, di fare mia l’aria intorno a te. Per scaldarla, perché non ti senta sola.
Quanto tempo è che non ti vedo, quante volte avrai pianto e quante scoperte avrai fatto lontano da me, un mondo intero che non so neanche immaginare... quante scarpe hai consumato, per tornare ancora qui e sederti a questo tavolo, come se nulla fosse. Parli poco, io lo so che non hai avuto la vita facile. Mi chiedo se da tutto quel dolore riuscirò mai a consolarti.
Sento salire un piccolo blocco in gola, per me così familiare: non farmi parlare adesso, non voltarti ancora, aspetta che passi. Finisce presto e va giù, respiro. So che tocca a me, che è tutto pronto, loro se ne andranno e resteremo tu ed io, sulle sedie attorno al tavolo, a giocare prima e a parlare poi. Guardami ora, voglio prendermi i tuoi occhi.
Lascia che senta cosa posso fare, fammi vedere cosa sei diventata. Non aver paura, non agitarti: capiremo tutto. Se puoi abbracciami forte.
"Guardavo le sue mani
che stuzzicavano insolenti una rosa finta
ed era così dolce
il modo in cui nascondeva l'imbarazzo
Mentre parlava sorrideva ironicamente
delle proprie sventure
Teneva gli occhi bassi
Guardavo le sue mani che si intrecciavano
tra i ricami di una tovaglia
Riuscivo a stento a trattenere
la voglia di afferrarle
di aggredire il suo dolore
Misto all'incenso il sapore di un pasto
frugale e i ricordi storditi dal tempo
Pur essendo simile a tante e tante altre
persone era speciale... speciale."
Io non ti osservo: non voglio carpirti nessun segreto, intuire nulla che non arrivi spontaneamente. Non ti rubo niente e neanche te lo chiedo, non ti scruto, non ti esamino, non cerco il nervosismo nei tuoi gesti né mi aspetto di capire quella piega amara della bocca. Però mentre non lo sai, sto cercando di avvolgerti, di fare mia l’aria intorno a te. Per scaldarla, perché non ti senta sola.
Quanto tempo è che non ti vedo, quante volte avrai pianto e quante scoperte avrai fatto lontano da me, un mondo intero che non so neanche immaginare... quante scarpe hai consumato, per tornare ancora qui e sederti a questo tavolo, come se nulla fosse. Parli poco, io lo so che non hai avuto la vita facile. Mi chiedo se da tutto quel dolore riuscirò mai a consolarti.
Sento salire un piccolo blocco in gola, per me così familiare: non farmi parlare adesso, non voltarti ancora, aspetta che passi. Finisce presto e va giù, respiro. So che tocca a me, che è tutto pronto, loro se ne andranno e resteremo tu ed io, sulle sedie attorno al tavolo, a giocare prima e a parlare poi. Guardami ora, voglio prendermi i tuoi occhi.
Lascia che senta cosa posso fare, fammi vedere cosa sei diventata. Non aver paura, non agitarti: capiremo tutto. Se puoi abbracciami forte.
"Guardavo le sue mani
che stuzzicavano insolenti una rosa finta
ed era così dolce
il modo in cui nascondeva l'imbarazzo
Mentre parlava sorrideva ironicamente
delle proprie sventure
Teneva gli occhi bassi
Guardavo le sue mani che si intrecciavano
tra i ricami di una tovaglia
Riuscivo a stento a trattenere
la voglia di afferrarle
di aggredire il suo dolore
Misto all'incenso il sapore di un pasto
frugale e i ricordi storditi dal tempo
Pur essendo simile a tante e tante altre
persone era speciale... speciale."
domenica 23 novembre 2008
Attese
L’attesa è un mestiere che si affina come molti altri. Prevede la capacità di restar fermi senza fare altro che, per l’appunto, aspettare, assumendo magari le sembianze di chi assolve mille impegni e si muove. L’attesa è in realtà un’immobilità mentale, che impedisce qualunque azione che non sia a breve termine e condiziona ad un solo posto, ad un momento: il momento in cui essa si compie.
Rinunciare ad un'attesa è qualcosa di peggiore del classico gettare la spugna, ha molto poco a che vedere anche col verbo rassegnarsi. Non si abbandona il campo durante un incontro e non si prova l’infamia (o la gloria) di voltare le spalle nell’impeto di un evento tangibile che accade. No, rinunciare ad aspettare è più grave. Dover rinnegare il lavoro silenzioso e paziente con cui si è cercato, dritto o storto, di far procedere ogni cosa per bene, senza mai realmente scollegare il cervello dal fine più importante, il luogo, il momento, il compimento dell’attesa. Smettere di aspettare è veder morire qualcosa, malgrado tutto. Ti resta addosso.
Ho smesso di aspettare te almeno due volte. Non perché abbia smesso e poi ripreso ad aspettare la stessa cosa, tutt’altro: sono state due attese diverse, ognuna con le sue giornate, una più invadente, l’altra silenziosa e con pochi moti d’orgoglio. Ho avuto tempo di rimirare le mie attese, di limarne bene i contorni, ho avuto necessità di odiarle quando diventavano spasmodiche e modo di metterle da parte, dopo molti mesi. Tanto che adesso quasi non le ricordo, se non voglio. Mi dirai che non avrei mai dovuto aspettarti, a rigor di logica. Ti rispondo che era impossibile farne a meno, in tutta semplicità.
Ormai ti sorprenderesti di quanto io non mi aspetti più, stupisce anche me. Io che ho sempre atteso tanto, come i bambini, con la stessa irriducibile resistenza, ora il massimo che mi concedo è un rinvio di due giorni prima di comprare un disco. Avverto solo raramente qualche piccolo morso in quella zona atrofizzata, nei periodi peggiori, per il resto molto nulla. Ma vado al cinema e al ristorante, mi offendo, leggo, prendo il cornetto caldo alle due di notte in Piazza Saffi. Tutto questo c’era mentre ti aspettavo.
Certi giorni perdo i contorni della mia normalità, questo mi spaventa, arriva con una specie di tremore allo stomaco. Porta con sé la voglia di stendermi ancora sotto quella coperta, nascondermi e aspettare che scompaia ogni pericolo (come se quella coperta contro il mondo non fosse un rischio anche maggiore). Eppure non sono una fanatica della parola normalità: è impressionante vedere quante diversità mi porto dentro. E come da certe apatie mi risveglio con qualcosa di piccolissimo... una telefonata, una frase inaspettata e gentile, una musica così bella che passando nel parco ci si potrebbe improvvisare una danza. Con attorno le foglie che cadono, spargendo per aria il loro autunno, ridere.
A volte non avere da aspettare mi rende triste, altre mi sembra il modo migliore di vivere. Tutto quello che c’era dietro l’angolo mentre pensavo a te è ciò che ora mi riempie le giornate. Un po' pesa, un po' solleva. È il meglio che mi posso permettere. È ciò che mi fa dire adesso sto bene.
Rinunciare ad un'attesa è qualcosa di peggiore del classico gettare la spugna, ha molto poco a che vedere anche col verbo rassegnarsi. Non si abbandona il campo durante un incontro e non si prova l’infamia (o la gloria) di voltare le spalle nell’impeto di un evento tangibile che accade. No, rinunciare ad aspettare è più grave. Dover rinnegare il lavoro silenzioso e paziente con cui si è cercato, dritto o storto, di far procedere ogni cosa per bene, senza mai realmente scollegare il cervello dal fine più importante, il luogo, il momento, il compimento dell’attesa. Smettere di aspettare è veder morire qualcosa, malgrado tutto. Ti resta addosso.
Ho smesso di aspettare te almeno due volte. Non perché abbia smesso e poi ripreso ad aspettare la stessa cosa, tutt’altro: sono state due attese diverse, ognuna con le sue giornate, una più invadente, l’altra silenziosa e con pochi moti d’orgoglio. Ho avuto tempo di rimirare le mie attese, di limarne bene i contorni, ho avuto necessità di odiarle quando diventavano spasmodiche e modo di metterle da parte, dopo molti mesi. Tanto che adesso quasi non le ricordo, se non voglio. Mi dirai che non avrei mai dovuto aspettarti, a rigor di logica. Ti rispondo che era impossibile farne a meno, in tutta semplicità.
Ormai ti sorprenderesti di quanto io non mi aspetti più, stupisce anche me. Io che ho sempre atteso tanto, come i bambini, con la stessa irriducibile resistenza, ora il massimo che mi concedo è un rinvio di due giorni prima di comprare un disco. Avverto solo raramente qualche piccolo morso in quella zona atrofizzata, nei periodi peggiori, per il resto molto nulla. Ma vado al cinema e al ristorante, mi offendo, leggo, prendo il cornetto caldo alle due di notte in Piazza Saffi. Tutto questo c’era mentre ti aspettavo.
Certi giorni perdo i contorni della mia normalità, questo mi spaventa, arriva con una specie di tremore allo stomaco. Porta con sé la voglia di stendermi ancora sotto quella coperta, nascondermi e aspettare che scompaia ogni pericolo (come se quella coperta contro il mondo non fosse un rischio anche maggiore). Eppure non sono una fanatica della parola normalità: è impressionante vedere quante diversità mi porto dentro. E come da certe apatie mi risveglio con qualcosa di piccolissimo... una telefonata, una frase inaspettata e gentile, una musica così bella che passando nel parco ci si potrebbe improvvisare una danza. Con attorno le foglie che cadono, spargendo per aria il loro autunno, ridere.
A volte non avere da aspettare mi rende triste, altre mi sembra il modo migliore di vivere. Tutto quello che c’era dietro l’angolo mentre pensavo a te è ciò che ora mi riempie le giornate. Un po' pesa, un po' solleva. È il meglio che mi posso permettere. È ciò che mi fa dire adesso sto bene.
mercoledì 12 novembre 2008
Misurata preghiera
Sono entrata qui perché vagavo per la strada e mi stavo inzuppando i jeans sotto il diluvio. Oppure perché in realtà l’avevo deciso da un po’.
Casa tua non sembra mai vuota, anche quando non dicono messa, ci dev’essere qualcosa dietro a questa immobilità apparente. Allora siccome sto diventando sfrontata, mi sono invitata da sola, la piccola testolina chiusa alle tue leggi che viene a sedersi sulle tue panche di legno. Non è una sfida, Dio, al contrario è un segno di resa dopo una giornata faticosa, in cui mi sono sentita giudicata e sminuita. Sarebbe facile, lo sai, venire qui a lamentarmi, ma non è questo il motivo che mi ha spinto questo pomeriggio: è che io non voglio parlarti. Non ho intenzione di spiegarti niente.
Però lascio che tu guardi, come raccontare senza muovere le labbra, lascio che tu entri nei miei edifici interiori: vedi la stanza in cui ho messo le sue parole, quella dei programmi, quella di tutti i giorni in cui ho rifiutato di pensarti. Guarda che gran disordine, in quanti angoli manca luce ancora, senti che vento lieve soffia quando non c’è temporale. Chissà cosa te ne sembra, di tanto lavoro costruito e demolito.
Mi hai mandato in quest’isola del mondo, ma anch’io ho una mia piccola arte, lo sai Dio? Sto imparando. Io prendo parole che la gente non capisce, le guardo e mi sono chiarissime, tanto evidenti da essere quasi materiali; le prendo e inizio a plasmarle, ne smusso gli angoli e le rigiro, le trasformo, finché non diventano completamente familiari per tutti. E mentre lo faccio, poiché le amo, cerco di non privare quelle parole della loro bellezza originaria, della loro delicatezza o ambiguità, o della violenza, così che restino in ogni forma esattamente quello che sono. La mia piccola arte è un po’ come questa pioggia: incessante e ostinata, che cade sulla pietra e scava piccoli solchi. Io traduco. Traduco come erodere le rocce, levigare, inventare, e a tratti tirarsi indietro per evitare l’invadenza. Traduco come se ogni istante mi inchinassi, con profondo rispetto. Traduco come se mi muovessi su una musica.
Forse è solo un caso, Dio, se Fiorella ha questa voce che si fa bere, che ha le sue curve, le indecisioni e i voli. La sua voce che non inganna né si atteggia a seduttrice, ma porta il mio cuore ad accasciarsi e sciogliersi.
Forse è solo un caso se circa un anno fa, sul treno di ritorno da Bologna, ho incontrato Alessandro a salvarmi dall’ansia della SSLiMIT, Alessandro con cui ora sì e no ci salutiamo per strada, ma che mi accompagnò a casa e mi disse che la migliore sopravvivenza è, in effetti, non starci a pensare su. E da allora la facoltà mi sta meno stretta, a volte direi quasi comoda.
Forse è solo un caso, se Giulia ha quella scrittura terrena e morbida, tanto più coinvolgente perché concreta e tanto più viva perché priva di menzogne. Se ha quella scrittura ruvida come un silenzio e dolce come una carezza, timida solo per gioco, in realtà più solida di tutto. O forse è solo percorrendosi in verticale, passando la mano sulla linea ondulata delle ferite, portando fiera gli sbagli e tutto ciò che non doveva succedere, che scrive così. Sarà magari un caso, ma nel caso, tu dalle molta fortuna, per favore.
Ed io pensandoti così indulgente, senza chiedermi se realmente ti ho pregato, invece di dire amen ti dico arrivederci.
Casa tua non sembra mai vuota, anche quando non dicono messa, ci dev’essere qualcosa dietro a questa immobilità apparente. Allora siccome sto diventando sfrontata, mi sono invitata da sola, la piccola testolina chiusa alle tue leggi che viene a sedersi sulle tue panche di legno. Non è una sfida, Dio, al contrario è un segno di resa dopo una giornata faticosa, in cui mi sono sentita giudicata e sminuita. Sarebbe facile, lo sai, venire qui a lamentarmi, ma non è questo il motivo che mi ha spinto questo pomeriggio: è che io non voglio parlarti. Non ho intenzione di spiegarti niente.
Però lascio che tu guardi, come raccontare senza muovere le labbra, lascio che tu entri nei miei edifici interiori: vedi la stanza in cui ho messo le sue parole, quella dei programmi, quella di tutti i giorni in cui ho rifiutato di pensarti. Guarda che gran disordine, in quanti angoli manca luce ancora, senti che vento lieve soffia quando non c’è temporale. Chissà cosa te ne sembra, di tanto lavoro costruito e demolito.
Mi hai mandato in quest’isola del mondo, ma anch’io ho una mia piccola arte, lo sai Dio? Sto imparando. Io prendo parole che la gente non capisce, le guardo e mi sono chiarissime, tanto evidenti da essere quasi materiali; le prendo e inizio a plasmarle, ne smusso gli angoli e le rigiro, le trasformo, finché non diventano completamente familiari per tutti. E mentre lo faccio, poiché le amo, cerco di non privare quelle parole della loro bellezza originaria, della loro delicatezza o ambiguità, o della violenza, così che restino in ogni forma esattamente quello che sono. La mia piccola arte è un po’ come questa pioggia: incessante e ostinata, che cade sulla pietra e scava piccoli solchi. Io traduco. Traduco come erodere le rocce, levigare, inventare, e a tratti tirarsi indietro per evitare l’invadenza. Traduco come se ogni istante mi inchinassi, con profondo rispetto. Traduco come se mi muovessi su una musica.
Forse è solo un caso, Dio, se Fiorella ha questa voce che si fa bere, che ha le sue curve, le indecisioni e i voli. La sua voce che non inganna né si atteggia a seduttrice, ma porta il mio cuore ad accasciarsi e sciogliersi.
Forse è solo un caso se circa un anno fa, sul treno di ritorno da Bologna, ho incontrato Alessandro a salvarmi dall’ansia della SSLiMIT, Alessandro con cui ora sì e no ci salutiamo per strada, ma che mi accompagnò a casa e mi disse che la migliore sopravvivenza è, in effetti, non starci a pensare su. E da allora la facoltà mi sta meno stretta, a volte direi quasi comoda.
Forse è solo un caso, se Giulia ha quella scrittura terrena e morbida, tanto più coinvolgente perché concreta e tanto più viva perché priva di menzogne. Se ha quella scrittura ruvida come un silenzio e dolce come una carezza, timida solo per gioco, in realtà più solida di tutto. O forse è solo percorrendosi in verticale, passando la mano sulla linea ondulata delle ferite, portando fiera gli sbagli e tutto ciò che non doveva succedere, che scrive così. Sarà magari un caso, ma nel caso, tu dalle molta fortuna, per favore.
Ed io pensandoti così indulgente, senza chiedermi se realmente ti ho pregato, invece di dire amen ti dico arrivederci.
mercoledì 22 ottobre 2008
Tracce
Ti vedo, ogni sera, arrivare ed andar via. Ci sono moltissime cose che avrei voluto dirti, in tutte le occasioni, invece mi accontento di immaginare la tua vita in un posto che non conosco, quasi mi sembra di guardarti, e basta questo. Riconoscerti mentre scendi di corsa a prendere un autobus. Fingere di vedere i bicchieri e il tavolo della tua cucina, dove ogni tanto dimentichi qualcosa. La sedia e uno o due jeans, qualche maglione blu. Io non ci sono mai.
Volevo dire a Pier che ogni tanto metto un paio di suoi calzini neri, li ha lasciati a casa mia chissà quando; ormai li ho consumati, ma vengono con me come il guscio delle chiocciole, un segnale di casa. Metto anche una sua maglietta, d’estate, quella col 46 pieno di brillantini. Che trovo bello avere qualcosa di suo. E' bello avere una lettera di Silvia, anche se è “stringata”, perché me l’ha scritta con la sua penna ed è la prima cosa che ricevo qui. La prima in assoluto, qui.
Era tanto tempo che qualcuno non mi teneva la mano, che non mi si chiedeva a cosa stessi pensando, ho perso le risposte su un marciapiede mentre camminavo, le ho lasciate cadere. Ho lasciato che mi frugassero nelle tasche e se le portassero. Chi se ne importa, sai? Chi se ne importa di spiegare.
Sono qui che ti vedo, ogni sera, arrivare ed andar via. Ed è triste, certe sere.
Volevo dire a Pier che ogni tanto metto un paio di suoi calzini neri, li ha lasciati a casa mia chissà quando; ormai li ho consumati, ma vengono con me come il guscio delle chiocciole, un segnale di casa. Metto anche una sua maglietta, d’estate, quella col 46 pieno di brillantini. Che trovo bello avere qualcosa di suo. E' bello avere una lettera di Silvia, anche se è “stringata”, perché me l’ha scritta con la sua penna ed è la prima cosa che ricevo qui. La prima in assoluto, qui.
Era tanto tempo che qualcuno non mi teneva la mano, che non mi si chiedeva a cosa stessi pensando, ho perso le risposte su un marciapiede mentre camminavo, le ho lasciate cadere. Ho lasciato che mi frugassero nelle tasche e se le portassero. Chi se ne importa, sai? Chi se ne importa di spiegare.
Sono qui che ti vedo, ogni sera, arrivare ed andar via. Ed è triste, certe sere.
mercoledì 8 ottobre 2008
Siccità
Ho paura per te. Hai risvegliato per un attimo il mio istinto infantile, per cui appena ti ho sentito avrei voluto prenderti tra le braccia e poterti stringere finché tutto non fosse passato. E dire che tu non ci resteresti neanche un minuto intero. Ti rifugeresti tra le tue commissioni, mentre se potessi allungarti una mano o farti scudo in qualche modo, io lo farei. Così come, quando la vidi, avrei voluto proteggere la tua felpa bianca bellissima. Avevo aspettato troppo per vederti così, in mezzo alla strada, sapere che non era scontato. Avrei voluto salvare il senso di te. E no.
Un pomeriggio che ero sola in camera, una donna giovane mi ha chiamata dalla finestra mentre cantavo ad alta voce. Mi chiedeva aiuto perché una signora nell’appartamento di fronte era caduta e non riusciva a rialzarsi, così mi sono precipitata da lei e l’abbiamo tirata su a viva forza, messa a sedere sulla poltrona. La donna giovane continuava a rimproverarla per la caduta con una tale insolenza che l’avrei zittita io stessa se avessi potuto, gridando più di lei; la signora, al contrario, era una di quelle persone anziane con una certa nobiltà nei modi, che mentre la aiutavo mi chiedeva cosa studiavo, dove abitavo, di tornare a trovarla, “sono la madre del dottor Remo, lo conosce?”. Mi commuove la gentilezza buona di certe persone, e gli anziani, tante di quelle volte.
Invece io non riesco più a guardare i film, quando c’è un bacio. Non posso più sentire moltissime canzoni perché non mi basta la tranquillità. Non riesco ad essere ottimista con me stessa la metà di quanto lo sono con gli altri. Sono l’unica a ricordare quasi tutte le cose più importanti della mia vita, quando magari neanche vorrei averle vissute.
Non ho passato mesi d’inferno per sentirmi dire ancora ‘piccola’. Neanche per ricaricare le batterie ed essere pronta per un’altra storia o un’altra persona. (Né per credermi grande). La sola cosa che desidero è diventare immobile e seria, il più possibile impermeabile, non aver più bisogno di essere abbracciata e consolata, mai. Non chiedere niente, andare dritta per la mia strada e togliermi dalla testa quelle possibilità intraviste, fuori dalla mia portata. E prendere il sole come la terra quando non piove per tre mesi, restando solida.
Oggi sono molto nervosa. Forse non rispondo.
"Non sempre rispondo, dipende dai giorni,
dall'aria che tira tra me e i miei ricordi
Per cui se succede che qualche argomento
rimane silente, o qualche risposta sia un poco sfuggente
Sappi che a volte nella mia testa
cade una grandine molto violenta
Forse è passeggera, ma poi ritornerà
tu non aspettarmi, preparati pure un sandwich
E non c'è logica per la mia testa quando
cade una grandine troppo violenta
So che è passeggera, ma poi ritornerà
e se faccio tardi regalami dei confetti
Forse è passeggera e quando tornerà
tu non aspettarmi, ricordati di pagare il gas"
Un pomeriggio che ero sola in camera, una donna giovane mi ha chiamata dalla finestra mentre cantavo ad alta voce. Mi chiedeva aiuto perché una signora nell’appartamento di fronte era caduta e non riusciva a rialzarsi, così mi sono precipitata da lei e l’abbiamo tirata su a viva forza, messa a sedere sulla poltrona. La donna giovane continuava a rimproverarla per la caduta con una tale insolenza che l’avrei zittita io stessa se avessi potuto, gridando più di lei; la signora, al contrario, era una di quelle persone anziane con una certa nobiltà nei modi, che mentre la aiutavo mi chiedeva cosa studiavo, dove abitavo, di tornare a trovarla, “sono la madre del dottor Remo, lo conosce?”. Mi commuove la gentilezza buona di certe persone, e gli anziani, tante di quelle volte.
Invece io non riesco più a guardare i film, quando c’è un bacio. Non posso più sentire moltissime canzoni perché non mi basta la tranquillità. Non riesco ad essere ottimista con me stessa la metà di quanto lo sono con gli altri. Sono l’unica a ricordare quasi tutte le cose più importanti della mia vita, quando magari neanche vorrei averle vissute.
Non ho passato mesi d’inferno per sentirmi dire ancora ‘piccola’. Neanche per ricaricare le batterie ed essere pronta per un’altra storia o un’altra persona. (Né per credermi grande). La sola cosa che desidero è diventare immobile e seria, il più possibile impermeabile, non aver più bisogno di essere abbracciata e consolata, mai. Non chiedere niente, andare dritta per la mia strada e togliermi dalla testa quelle possibilità intraviste, fuori dalla mia portata. E prendere il sole come la terra quando non piove per tre mesi, restando solida.
Oggi sono molto nervosa. Forse non rispondo.
"Non sempre rispondo, dipende dai giorni,
dall'aria che tira tra me e i miei ricordi
Per cui se succede che qualche argomento
rimane silente, o qualche risposta sia un poco sfuggente
Sappi che a volte nella mia testa
cade una grandine molto violenta
Forse è passeggera, ma poi ritornerà
tu non aspettarmi, preparati pure un sandwich
E non c'è logica per la mia testa quando
cade una grandine troppo violenta
So che è passeggera, ma poi ritornerà
e se faccio tardi regalami dei confetti
Forse è passeggera e quando tornerà
tu non aspettarmi, ricordati di pagare il gas"
martedì 23 settembre 2008
A la recherche du temps perdu
Mi piacerebbe poterti pregare. Sì, come quando avevo 13 anni e ti venivo a cercare ogni sera, mi piacerebbe unire le mani e usare un po’ di quelle parole formali, per iniziare a parlarti. Mi piacerebbe tantissimo chiudere gli occhi e affidarmi a te, come quando da piccola mi sentivo in pericolo per aver perso un giocattolo o aver rotto un soprammobile, e non riuscivo a fare altro se non chiederti per favore, per questa volta, pensaci tu. Vorrei tanto sentire che riempi il vuoto, il silenzio innaturale di ore come queste, in cui ancora non ho sonno, avvertire la tua sorveglianza continua e non sentirmi indifesa. Vorrei non sentirmi disarmata.
Invece un giorno mio padre stava per cadere in un pozzo. Era sera e faceva freddo, uscii con la vestaglia da notte rossa e correndo a chiedere aiuto dai vicini stavo per rompere le pantofole, e non arrivavo mai, e i sassi della strada facevano male ai piedi. Era una corsa troppo piccola la mia, di otto o nove anni, che strascicava e non sapeva spiegare bene le cose. Mio padre fu tirato su, poco dopo.
Mi sono allenata tanto in ogni senso. Ero forte, correvo come un ragazzo e nuotavo sfiorando la sabbia del fondo, mi lanciavo con la bicicletta, o sul campo di pallavolo, mi piaceva. Sono uscita da quel reparto e ci sono rientrata, un pomeriggio ho camminato dal day hospital all’alloggio senza fermarmi, perché c’era il primo sole di primavera, e volevo vedere se contavo ancora qualcosa per le mie gambe. Ed ero esausta e dolorante ma ho vinto io, ero forte.
Come hai potuto lasciare che mi abbattessero le parole? Perché quando qualunque appiglio sarebbe servito, non ti sei affacciato un attimo a tirarmi su da quel letto, da quel cuscino bagnato? Ma non è colpa tua: sono stata io a lasciarmi andare. Non è neanche colpa tua se è tanto tempo che non so cercarti più. Sono stata piena, vuota, ma sono stati pochi gli istanti in cui ho pensato di riuscire a dirti grazie o chiederti aiutami, e credimi avrei voluto, voluto, voluto sentirti. Voluto urlarti la mia gioia quando l’ho provata, voluto chiudere gli occhi e pensare che avrei lasciato fare a te, che avresti sistemato tutto e non dovevo che sperare, doveva pur esserci una giustizia, me l’avresti resa. Perdonami, ma non ci sono riuscita.
Sistemando un cassetto dello studio ho trovato una cannuccia inutilizzata, oggi. Una cannuccia verde del Mc Donald’s della stazione, di quando non è servita perché ne bastava una sola. L’ho scartata, ho gettato l’involucro nella raccolta carta, l’ho piegata, stretta in mano e buttata, nella plastica, accuratamente. Mi sono detta che non è il primo piccolo omicidio che commetto. Mi ha fatto effetto, sì, non sono caduta in ginocchio, neanche ho pianto, no. Allora forse, dopo tanto tempo, penso che hai voluto tu che non facesse male: hai capito che bastava ed hai mostrato misericordia. Non dirò niente neanche adesso, in mezzo a tanto disordine, non ancora. Mi rimetterò in piedi, magari, piano. Ho un anno intero davanti. Intanto, per quello che vale, buonanotte caro Dio.
"O Capitano mio Capitano anche se il viaggio è finito
sento ancora tempesta annunciare
e le donne esultare, le campane suonare
e altre inutili parole d'amore
Capitano mio Capitano è che non posso lasciare
che nemmeno un sogno scivoli via
Sotto nuove bandiere ancora giorni e sere
per il tempo che ha l'anima mia
... e per me"
Invece un giorno mio padre stava per cadere in un pozzo. Era sera e faceva freddo, uscii con la vestaglia da notte rossa e correndo a chiedere aiuto dai vicini stavo per rompere le pantofole, e non arrivavo mai, e i sassi della strada facevano male ai piedi. Era una corsa troppo piccola la mia, di otto o nove anni, che strascicava e non sapeva spiegare bene le cose. Mio padre fu tirato su, poco dopo.
Mi sono allenata tanto in ogni senso. Ero forte, correvo come un ragazzo e nuotavo sfiorando la sabbia del fondo, mi lanciavo con la bicicletta, o sul campo di pallavolo, mi piaceva. Sono uscita da quel reparto e ci sono rientrata, un pomeriggio ho camminato dal day hospital all’alloggio senza fermarmi, perché c’era il primo sole di primavera, e volevo vedere se contavo ancora qualcosa per le mie gambe. Ed ero esausta e dolorante ma ho vinto io, ero forte.
Come hai potuto lasciare che mi abbattessero le parole? Perché quando qualunque appiglio sarebbe servito, non ti sei affacciato un attimo a tirarmi su da quel letto, da quel cuscino bagnato? Ma non è colpa tua: sono stata io a lasciarmi andare. Non è neanche colpa tua se è tanto tempo che non so cercarti più. Sono stata piena, vuota, ma sono stati pochi gli istanti in cui ho pensato di riuscire a dirti grazie o chiederti aiutami, e credimi avrei voluto, voluto, voluto sentirti. Voluto urlarti la mia gioia quando l’ho provata, voluto chiudere gli occhi e pensare che avrei lasciato fare a te, che avresti sistemato tutto e non dovevo che sperare, doveva pur esserci una giustizia, me l’avresti resa. Perdonami, ma non ci sono riuscita.
Sistemando un cassetto dello studio ho trovato una cannuccia inutilizzata, oggi. Una cannuccia verde del Mc Donald’s della stazione, di quando non è servita perché ne bastava una sola. L’ho scartata, ho gettato l’involucro nella raccolta carta, l’ho piegata, stretta in mano e buttata, nella plastica, accuratamente. Mi sono detta che non è il primo piccolo omicidio che commetto. Mi ha fatto effetto, sì, non sono caduta in ginocchio, neanche ho pianto, no. Allora forse, dopo tanto tempo, penso che hai voluto tu che non facesse male: hai capito che bastava ed hai mostrato misericordia. Non dirò niente neanche adesso, in mezzo a tanto disordine, non ancora. Mi rimetterò in piedi, magari, piano. Ho un anno intero davanti. Intanto, per quello che vale, buonanotte caro Dio.
"O Capitano mio Capitano anche se il viaggio è finito
sento ancora tempesta annunciare
e le donne esultare, le campane suonare
e altre inutili parole d'amore
Capitano mio Capitano è che non posso lasciare
che nemmeno un sogno scivoli via
Sotto nuove bandiere ancora giorni e sere
per il tempo che ha l'anima mia
... e per me"
Iscriviti a:
Post (Atom)