Ti piacerebbe qui.
L’aria dell’estate e tutto arido e netto come certe tue foto. Il sole implacabile si abbatte sui colori, rinforza i sassi, mette alla prova la terra. Ti piacerebbe qui perché ci attirano gli stessi dettagli, come calamite, e avresti caldo di che lamentarti, ma apprezzeresti un mondo che è rimasto un po’ antico. Di porte di legno scrostate e vecchiette che vanno al mercato, dialetto quasi sempre, una natura incerta se sbocciare una volta per tutte o restare ordinaria. Quanto spazio è aperto agli occhi vergini, quanto resta protetto per chi ha impiegato anni a imparare a vedere.
Ti ho detto portami in America, ti ho detto andiamocene lontano, perché se mi accompagni tu anche un posto spaventoso sarà facile, sarà sempre sentirsi un po’ a casa. Ti ho detto mostrami grattacieli e spiagge immense, per l’entusiasmo che so che avremmo e per inventarci storie improbabili, come il pesciolino nei guai con la giustizia che se ne va e poi torna.
Ma mi piace pensare che verrai qui. Perché sono orgogliosa di quello che la mia terra sta diventando, ma forse ancora di più di quello che è rimasta. Vieni da un’Italia che non sembra la stessa eppure ti sento così parte delle mie cose. Come se invece di essere straniera ti avessimo già adottata, perché io ti porto negli occhi, e sai già come guardare.
È che tu sei la bellezza delle cose che succedono e cambiano forma a tutto. E ti ho chiesto di andare insieme in chissà quante città straniere, ma vorrei solo poterti stringere nelle mie strade di pietra. Sentirmi completa, qui, una volta.
Benvenuto raggio di sole
a questa terra di terra e sassi
a questi laghi bianchi come la neve sotto i tuoi passi
a questo amore a questa distrazione
a questo carnevale...
giovedì 9 agosto 2012
mercoledì 8 febbraio 2012
Acqua
Oggi la città fa rumore d’acqua.
Distinguo il cielo dalla finestra e tutto gocciola inesorabile e lento, il manto di neve scende, i ghiaccioli alle finestre fanno meno impressione. Sembra che tutto abbia voglia di sciogliersi, oggi. E dopo lo strato di gelo potrebbe toccare ai tetti, alle pareti, potrebbero sciogliersi le tapparelle e le finestre, le macchine parcheggiate, liquefarsi le vetrine coi saldi e gli alberi piegati dal peso, i palazzi della facoltà, scivolare giù il campanile, potrebbe diventare tutta una pianura bianca e pacifica.
Io vorrei che mi si sciogliesse il nodo allo stomaco. Vorrei che passasse il tremore che non è freddo e non è paura, ma tensione e delusione. Tremo quando litigo, quando sono felice e vorrei dire molte più cose, ma sorrido e basta. Tremo se mi sento in colpa oppure per la rabbia, o quando le due cose si mischiano e ce ne vuole per calmarmi. Va tutto al contrario, sono stanca e sfiduciata mentre potrei starmene in vacanza senza pensieri. I miei sogni sono libri di fantascienza che finiscono sempre allo stesso modo: devo consegnare qualcosa e non faccio in tempo. Non riesco a finire per quanto mi sforzi, non sono sufficiente, come se anche nel sonno presentissi quello che vedo appena sveglia. Vorrei potermi sciogliere e sentire il calore, la speranza. Invece tremo, e non c’è coperta che conforti.
Una volta ti ho fotografato dei fiori viola. Ci ho portato la fotocamera di proposito, per il colore e perché erano proprio di fronte a casa tua, ma non li avevi visti. Avresti dovuto capire che il mondo non faceva tanto schifo come ti sembrava, che non tutti erano pronti a trattarti male, o un’altra serie di cose a piacere. La foto non te l’ho mandata, era un’idea stupida, ma ce l’ho ancora.
L’ho rivista oggi, col rumore dell'acqua che scende, mentre immagino Forlì come una grande pianura liquida.

"Abbiamo parlato a lungo
tu guardavi le mie mani
io la curva dolce del tuo sorriso
E un pensiero silenzioso
trafiggeva la bellezza
trasparente dei tuoi occhi
Avrò cura di te
e l'inverno sarà
senza neve né pioggia
senza ombre né nebbia..."
Distinguo il cielo dalla finestra e tutto gocciola inesorabile e lento, il manto di neve scende, i ghiaccioli alle finestre fanno meno impressione. Sembra che tutto abbia voglia di sciogliersi, oggi. E dopo lo strato di gelo potrebbe toccare ai tetti, alle pareti, potrebbero sciogliersi le tapparelle e le finestre, le macchine parcheggiate, liquefarsi le vetrine coi saldi e gli alberi piegati dal peso, i palazzi della facoltà, scivolare giù il campanile, potrebbe diventare tutta una pianura bianca e pacifica.
Io vorrei che mi si sciogliesse il nodo allo stomaco. Vorrei che passasse il tremore che non è freddo e non è paura, ma tensione e delusione. Tremo quando litigo, quando sono felice e vorrei dire molte più cose, ma sorrido e basta. Tremo se mi sento in colpa oppure per la rabbia, o quando le due cose si mischiano e ce ne vuole per calmarmi. Va tutto al contrario, sono stanca e sfiduciata mentre potrei starmene in vacanza senza pensieri. I miei sogni sono libri di fantascienza che finiscono sempre allo stesso modo: devo consegnare qualcosa e non faccio in tempo. Non riesco a finire per quanto mi sforzi, non sono sufficiente, come se anche nel sonno presentissi quello che vedo appena sveglia. Vorrei potermi sciogliere e sentire il calore, la speranza. Invece tremo, e non c’è coperta che conforti.
Una volta ti ho fotografato dei fiori viola. Ci ho portato la fotocamera di proposito, per il colore e perché erano proprio di fronte a casa tua, ma non li avevi visti. Avresti dovuto capire che il mondo non faceva tanto schifo come ti sembrava, che non tutti erano pronti a trattarti male, o un’altra serie di cose a piacere. La foto non te l’ho mandata, era un’idea stupida, ma ce l’ho ancora.
L’ho rivista oggi, col rumore dell'acqua che scende, mentre immagino Forlì come una grande pianura liquida.
"Abbiamo parlato a lungo
tu guardavi le mie mani
io la curva dolce del tuo sorriso
E un pensiero silenzioso
trafiggeva la bellezza
trasparente dei tuoi occhi
Avrò cura di te
e l'inverno sarà
senza neve né pioggia
senza ombre né nebbia..."
venerdì 23 dicembre 2011
Apologia di Laura Pausini
Da tempo immemore faccio parte di quelli che “musica italiana sì, ma di un certo livello”. Una delle condizioni essenziali per selezionare la cosiddetta buona musica, naturalmente, sta nel prendere in giro senza tregua e senza pietà l’onnipresente Laura Pausini, emblema del pop italiano nel mondo, l’unica romagnola che sforna più hit radiofoniche che piadine.
Non lo nego, nel mio passato ho dei precedenti oscuri. Sono stata anch’io adolescente con l’innamorato impossibile, e mi sono fatta i miei bei pomeriggi al suono di quante notti perse a piangere rileggendo quelle lettere o incancellabile oramaaaaaai... Di conseguenza, ho una discreta cultura pausiniana, che a posteriori ho demolito con gran gusto per farmi due risate (memorabili le battute con Chiara, “Pausini, trasferisciti in Sudamerica o vai a stendere la sfoglia per la lasagna!”)
E tuttavia. Mi è capitato ultimamente di vedere qualche intervista, ascoltare nuove canzoni, riconsiderare il personaggio che la Laurona nazionale rappresenta. E mi vedo costretta a ammettere che mi piace. La Pausini è una che ammira un mare di gente - pur essendo lei quella col successo planetario - ed è amica di chiunque, si trucca in modo poco visibile e si mette pantaloni di pelle nera poco dopo essere ingrassata. Tra l’altro ingrassa perché, parole sue, “quando resto a casa per un periodo, MANGIO”, e se ne frega del gossip tanto se c’è da sapere qualcosa sul suo privato lo dice lei per prima. Sembra priva di invidie, la Pausini, rivendica di essere una terrona del nord e in tempo di crisi, anziché scegliere il pezzo d’amore di sicuro impatto, decide di uscire con la canzone più allegra dell’album. Insomma, una super famosa super tranquilla.
Come se non bastasse, questa donna è stata in grado di organizzare un concerto benefico da sessantamilapersone e piùdicentodonnecantanti, il tutto a San Siro, facendo cosa? Svegliandosi un giorno col pallino del girl power e ammazzando il suo computer di e-mail. Oltre a chiedersi quanto è lunga la mailing list di Laurona, la domanda che è rimasta sospesa nell’aria per tutto il concerto, attaccata a ogni mano tesa e nelle risate d’emozione di molte cantanti, è stata “come è possibile?”. È possibile se dietro c’è una persona priva di supponenza, che duetta con chiunque con la stessa gratitudine, che sembra stupita di ogni successo che ha, e non si fa problemi complicati di stile o di (im)possibilità. Ha chiesto, si è offerta in prima persona, le hanno risposto. Con una semplicità molto poco europea, verrebbe da dire.
Capiamoci, questa donna canta ascolta il tuo cuore, fai quel che dice anche se fa soffrire (versi degni di Fabio Volo) e si è macchiata di crimini imperdonabili, come rifare Spaccacuore di Samuele Bersani. Ergo, non inizierò a cantare l’ultimo singolo per strada né improvvisamente me ne andrò in giro per concerti pausiniani, a sgolarmi sulla solitudine o a dividermi tra lei e il mare... continuiamo ad essere su due strade musicali diverse. Apprezzo la sua notevole potenza vocale e il suo fare deliziosamente romagnolo, ne apprezzo la trasparenza così poco scontata, e persino gli ideali. La trovo il simbolo di un’Italia che è bello esportare, perché si dà poche arie e dice quello che pensa (un po’ come la Mannoia). Ma continuerò a sfotterla finché disco non ci separi.
Quindi Laura, “non vivo più, non sogno più”... ma NON CANTO PIU’ no eh?!
Non lo nego, nel mio passato ho dei precedenti oscuri. Sono stata anch’io adolescente con l’innamorato impossibile, e mi sono fatta i miei bei pomeriggi al suono di quante notti perse a piangere rileggendo quelle lettere o incancellabile oramaaaaaai... Di conseguenza, ho una discreta cultura pausiniana, che a posteriori ho demolito con gran gusto per farmi due risate (memorabili le battute con Chiara, “Pausini, trasferisciti in Sudamerica o vai a stendere la sfoglia per la lasagna!”)
E tuttavia. Mi è capitato ultimamente di vedere qualche intervista, ascoltare nuove canzoni, riconsiderare il personaggio che la Laurona nazionale rappresenta. E mi vedo costretta a ammettere che mi piace. La Pausini è una che ammira un mare di gente - pur essendo lei quella col successo planetario - ed è amica di chiunque, si trucca in modo poco visibile e si mette pantaloni di pelle nera poco dopo essere ingrassata. Tra l’altro ingrassa perché, parole sue, “quando resto a casa per un periodo, MANGIO”, e se ne frega del gossip tanto se c’è da sapere qualcosa sul suo privato lo dice lei per prima. Sembra priva di invidie, la Pausini, rivendica di essere una terrona del nord e in tempo di crisi, anziché scegliere il pezzo d’amore di sicuro impatto, decide di uscire con la canzone più allegra dell’album. Insomma, una super famosa super tranquilla.
Come se non bastasse, questa donna è stata in grado di organizzare un concerto benefico da sessantamilapersone e piùdicentodonnecantanti, il tutto a San Siro, facendo cosa? Svegliandosi un giorno col pallino del girl power e ammazzando il suo computer di e-mail. Oltre a chiedersi quanto è lunga la mailing list di Laurona, la domanda che è rimasta sospesa nell’aria per tutto il concerto, attaccata a ogni mano tesa e nelle risate d’emozione di molte cantanti, è stata “come è possibile?”. È possibile se dietro c’è una persona priva di supponenza, che duetta con chiunque con la stessa gratitudine, che sembra stupita di ogni successo che ha, e non si fa problemi complicati di stile o di (im)possibilità. Ha chiesto, si è offerta in prima persona, le hanno risposto. Con una semplicità molto poco europea, verrebbe da dire.
Capiamoci, questa donna canta ascolta il tuo cuore, fai quel che dice anche se fa soffrire (versi degni di Fabio Volo) e si è macchiata di crimini imperdonabili, come rifare Spaccacuore di Samuele Bersani. Ergo, non inizierò a cantare l’ultimo singolo per strada né improvvisamente me ne andrò in giro per concerti pausiniani, a sgolarmi sulla solitudine o a dividermi tra lei e il mare... continuiamo ad essere su due strade musicali diverse. Apprezzo la sua notevole potenza vocale e il suo fare deliziosamente romagnolo, ne apprezzo la trasparenza così poco scontata, e persino gli ideali. La trovo il simbolo di un’Italia che è bello esportare, perché si dà poche arie e dice quello che pensa (un po’ come la Mannoia). Ma continuerò a sfotterla finché disco non ci separi.
Quindi Laura, “non vivo più, non sogno più”... ma NON CANTO PIU’ no eh?!
giovedì 24 novembre 2011
Non ti muovere
Lo sai cosa succede se ti avvicini?
Corri un rischio che neanche ti immagini.
La conversazione potrebbe deviare dai libri o dai vestiti, potresti smettere la tua perenne aria di fuga. La prossemica si studia per teatro, tecniche di comunicazione, differenze culturali. Da persone disciplinate, abbiamo studiato a lungo a quale distanza stare.
Invece mettiamo che ti avvicini. Potrebbe succedere che i nostri occhi si fermino alla stessa altezza, gli uni di fronte agli altri, e in un incastro del genere ci potresti anche cadere. Potresti vedere giornate intere in cui non avevo affatto voglia di fare ciò che dovevo, e serate che invece mi hanno dato il meglio, tirandomi fuori. Potresti vedermi certe mattine, quando ho fatto sogni così violenti che uscendo di casa mi tasto addosso e mi guardo i piedi, per controllare di non essere nuda.
Se ci mettiamo di mezzo le mani, poi, potresti dimenticarti di tutti i motivi per cui il mio affetto ha smesso di mancarti. O magari ti tornerebbe su la rabbia, come succede a me ogni tanto, l’impotenza di fronte alle risposte deludenti, lo sguardo accigliato con cui finora ho evitato certe scelte e certi gesti. E tagliato le parole. Le mani sono la cosa più pericolosa ci che potrebbe succedere. Ma forse le nostre sono diventate due sconosciute.
A volte mi davi piccoli calci sulle scarpe, come i bambini quando dicono e dai. Avevo ancora più voglia di abbracciarti, ma è stato sempre così difficile. Col tempo, è diventata la fatica di doversi guadagnare ogni singola tenerezza, ogni ora in più del tuo tempo. Ho collezionato ritagli di te. Dopo, ho cercato di selezionarli come si fa con i poster dell’adolescenza, che tieni solo quelli a cui sei affezionata, o che ti fanno vergognare di meno.
Ma mettiamo sempre che ti avvicini. Mi sono ricordata di quando mi poggiavi il mento sulla spalla, è stato così strano che mi sono chiesta se davvero eri tu. Nel frattempo sono stata talmente tante persone. Però adesso, se muovi un braccio a toccarmi, nell’immediato potresti innescare una sospensione delle difese. Potrei guardarti con una domanda scritta in faccia, o persino arrivare a chiederti come stai. Peggio, potrei venirti incontro a mia volta.
Allora lo vedi, tenere sempre un metro vuoto in mezzo ci serve eccome. Non ti avvicinare, resta dove sei. Non ti muovere.

We'll fast forward to a few years later
And no one knows except the both of us
I've more than honored your request for silence
And you've washed your hands clean of this
What part of our history's reinvented and under rug swept?
What part of your memory is selective and tends to forget?
What with this distance it seems so obvious?
Corri un rischio che neanche ti immagini.
La conversazione potrebbe deviare dai libri o dai vestiti, potresti smettere la tua perenne aria di fuga. La prossemica si studia per teatro, tecniche di comunicazione, differenze culturali. Da persone disciplinate, abbiamo studiato a lungo a quale distanza stare.
Invece mettiamo che ti avvicini. Potrebbe succedere che i nostri occhi si fermino alla stessa altezza, gli uni di fronte agli altri, e in un incastro del genere ci potresti anche cadere. Potresti vedere giornate intere in cui non avevo affatto voglia di fare ciò che dovevo, e serate che invece mi hanno dato il meglio, tirandomi fuori. Potresti vedermi certe mattine, quando ho fatto sogni così violenti che uscendo di casa mi tasto addosso e mi guardo i piedi, per controllare di non essere nuda.
Se ci mettiamo di mezzo le mani, poi, potresti dimenticarti di tutti i motivi per cui il mio affetto ha smesso di mancarti. O magari ti tornerebbe su la rabbia, come succede a me ogni tanto, l’impotenza di fronte alle risposte deludenti, lo sguardo accigliato con cui finora ho evitato certe scelte e certi gesti. E tagliato le parole. Le mani sono la cosa più pericolosa ci che potrebbe succedere. Ma forse le nostre sono diventate due sconosciute.
A volte mi davi piccoli calci sulle scarpe, come i bambini quando dicono e dai. Avevo ancora più voglia di abbracciarti, ma è stato sempre così difficile. Col tempo, è diventata la fatica di doversi guadagnare ogni singola tenerezza, ogni ora in più del tuo tempo. Ho collezionato ritagli di te. Dopo, ho cercato di selezionarli come si fa con i poster dell’adolescenza, che tieni solo quelli a cui sei affezionata, o che ti fanno vergognare di meno.
Ma mettiamo sempre che ti avvicini. Mi sono ricordata di quando mi poggiavi il mento sulla spalla, è stato così strano che mi sono chiesta se davvero eri tu. Nel frattempo sono stata talmente tante persone. Però adesso, se muovi un braccio a toccarmi, nell’immediato potresti innescare una sospensione delle difese. Potrei guardarti con una domanda scritta in faccia, o persino arrivare a chiederti come stai. Peggio, potrei venirti incontro a mia volta.
Allora lo vedi, tenere sempre un metro vuoto in mezzo ci serve eccome. Non ti avvicinare, resta dove sei. Non ti muovere.

We'll fast forward to a few years later
And no one knows except the both of us
I've more than honored your request for silence
And you've washed your hands clean of this
What part of our history's reinvented and under rug swept?
What part of your memory is selective and tends to forget?
What with this distance it seems so obvious?
sabato 5 novembre 2011
Post scriptum - Su Genova
Svanito il sapore del vino dolce e della ginja, in bocca sento solo il fango, la marea nera che ha sconvolto e annegato la mia città. Ieri è stata ansia, rabbia, tristezza.
Ma stamattina mi ha telefonato una mia cara amica, che le ore dell’alluvione se le è passate fra quelli che nuotavano in un metro e mezzo d’acqua. Niente panico nella voce, niente voglia di polemica: mi ha parlato dei fiumi, del vecchietto che le ha spiegato che bisognava picconarli, dei capotreno che hanno dovuto fare il turno doppio perché quelli di Quezzi non uscivano di casa e i telefoni erano in preda a una strana sindrome. La macchina spostata cento volte per salvarla dalla fiumana, la strana inquietudine mai sentita prima, ma poi alla mamma “va tutto bene, figurati!” e le risate con la compagna d’ufficio. Non siamo nati mica ieri, capataz.
Cristina, quando l’ho sentita, si sentiva impotente come me; e incredula, mentre le sue colleghe in ospedale dal pomeriggio si fermavano anche la notte “finché qualcuno non arriva a dare il cambio”. Ho sentito l’amarezza sua e delle altre infermiere mentre arrivavano le notizie dei bambini morti, a colpirle come una perdita personale, come tutti i bambini, o tutte le vittime.
Allora mi sono ricordata che le catastrofi che piombano addosso a una parte o l’altra del mondo non somigliano agli speciali tv, ai primi piani degli occhi per beccare la lacrima, alle interviste con domande brillanti tipo “hai avuto paura?”. Che le parole disastro o tragedia o dramma hanno un significato profondo e terribile che il loro uso sconsiderato rischia di farci dimenticare. Sono come questa gente, a cui l’acqua che conoscono da una vita si è rivoltata contro dal lato opposto del mare. Sono come chi stamattina ha fatto il conto dei danni che ha subito, ringraziando che non gli sia andata peggio, e riprende a mugugnare ripulendo le sue cose; ma hanno anche il colore del lutto e del pianto, che con le risposte scocciate del sindaco non ha niente a che spartire. Ogni anno di pioggia ne arriva troppa, la città è stata costruita con criteri che non ne tengono conto, che hanno intrappolato i corsi d’acqua. Le strade in cui amo passeggiare sono diventate un fiume pericoloso.
La telefonata di stamattina mi ha svegliato dall’anestesia dell’enfasi mediatica che mette tutto sotto il microscopio, nell’immediato, e di colpo dimentica: mi ha riportato fra la polvere e la dignità della terra, in tutto il tempo che servirà per farla tornare come prima. Amìala cum'â l'arìa amìa cum'â l'è, cum'â l'é.
Appunti di viaggio
Porto
Che strana urbanistica ha il Portogallo. Guardo la cartina cento volte e non so mai di sicuro se ho azzeccato la strada. Andiamo un po’ a caso per questa città deserta, di domenica pomeriggio, c’era scritto sulla cartina che i portuenses non vanno in giro. Ci prendono in contropiede le salite così ripide per la cattedrale di pietra grigia, e poi un numero imprecisato di scalini per scendere, finché non arriviamo a ciò che da subito volevamo vedere: il Douro intorno a cui tutto sembra affollarsi. Sulla Ribeira la città ha una metamorfosi. Si dirada la nebbia, si arricchiscono le case con gli azulejos che proteggono dall’umidità, la gente guarda i gabbiani e il fiume bevendo vino su enormi pouf colorati. Mi sembra di essere in una Genova popolata di granadini, vedere delle teterías sparse sul Porto Antico, ascoltare il dialetto di De Andrè mischiato allo spagnolo. C’è quell’aria umida e decadente delle vecchie città di mare (perché appena più in fondo si apre, il mare), un po’ più abituata ad essere ammirata, ma con lo stesso orgoglio suscettibile. È facile dimenticare dove mi trovo, camminare come su una nuvola fino al gigante di ferro Dom Luis I. Porto è la città dei ponti. A vederla da qua in alto la cosa più naturale è fermarsi a metà, fissarsi sul sole arancione che sfuma l’acqua e gli edifici. “In Portogallo non abbiamo albe, solo tramonti”: sono tra i più belli che abbia mai visto.

Lisboa
Le salite e discese stavolta non ci stupiscono più. Ci stupisce invece il sole limpido e caldo, da manica corta, mentre picchia sui tetti rossi di una città che non somiglia a nessun’altra. Bianca, marrone, asciutta e chiara, Lisboa si può guardare dall’alto o dal basso. Dalle onde del Rossio, dalla cattedrale dei treni, dalla praça do Comercio che si tuffa in acqua. Oppure da Santa Luzia, dove scopri che il Tejo è immenso, dall’elevador de Santa Justa su cui l’amico della guida ti fa salire a scrocco. Puoi guardare nelle case dalle finestre senza vetri del tram 28, prendere freddo la sera se non stai attento. Lisboa ha il sapore dolcissimo della ginjinha mescolato con l’aspro delle ciliegie, morbido come il pane delle bifanas. Ha il potere di farti scordare la stanchezza delle ore di cammino col rumore delle onde sotto la torre di Belém, con i pescatori immobili per ore e con la cannella sui divini pastéis de nata. Tornando in ostello, la sera, mi lasciava la sensazione di giornate complete, piene di attività; nonostante la mia tendenza a tormentarmi di pensieri, Lisboa mi saziava la mente e mi regalava il modo di staccare da quello che restava, in un altro mondo, tutto il resto della mia vita.
Quando poi iniziavamo a pensare di orientarci, Sintra ci ha sbalzato nella foresta delle favole. Era davvero matto il miliardario che si è fatto un giardino che sembra un labirinto. Devono esserci andati dei bambini, a colorare il Palacio da Pena in quel modo strampalato, devono esserci stati orchi e gnomi che hanno lasciato ai massi quelle forme tonde. Ci sono volute gambe volenterose e una buona sciarpa, per non fermarsi a metà strada e salire fino in cima. Ma la vista da lassù ha ripagato ogni stanchezza.


Cabo da Roca - Onde a terra se acaba e o mar começa
Qualsiasi cosa dovrebbe essere vista sotto questa luce. Circonda e schiarisce, fa arrossire, e penso che tutto, chiunque, qui apparirebbe bellissimo. Il vento entra nel cervello e disperde tutti i pensieri maligni che ci restavano attaccati con piccoli uncini. Senti soltanto il suo soffiare, non sei più nessuno per il resto del mondo, se non un metro e cinquantaqualcosa a un passo dallo strapiombo. Non c’è bisogno di avere una vita, basta questo turbine e le montagne e il mare intorno che ti fanno vedere di cosa sono capaci. Si dovrebbe poter tornare qui, ogni tanto, per smettere di sentirsi in trappola, di avere un carattere, di litigare, di preoccuparsi del futuro. Si dovrebbe vedere questa luce, questo vento. Chissà se basta ricordare.
Che strana urbanistica ha il Portogallo. Guardo la cartina cento volte e non so mai di sicuro se ho azzeccato la strada. Andiamo un po’ a caso per questa città deserta, di domenica pomeriggio, c’era scritto sulla cartina che i portuenses non vanno in giro. Ci prendono in contropiede le salite così ripide per la cattedrale di pietra grigia, e poi un numero imprecisato di scalini per scendere, finché non arriviamo a ciò che da subito volevamo vedere: il Douro intorno a cui tutto sembra affollarsi. Sulla Ribeira la città ha una metamorfosi. Si dirada la nebbia, si arricchiscono le case con gli azulejos che proteggono dall’umidità, la gente guarda i gabbiani e il fiume bevendo vino su enormi pouf colorati. Mi sembra di essere in una Genova popolata di granadini, vedere delle teterías sparse sul Porto Antico, ascoltare il dialetto di De Andrè mischiato allo spagnolo. C’è quell’aria umida e decadente delle vecchie città di mare (perché appena più in fondo si apre, il mare), un po’ più abituata ad essere ammirata, ma con lo stesso orgoglio suscettibile. È facile dimenticare dove mi trovo, camminare come su una nuvola fino al gigante di ferro Dom Luis I. Porto è la città dei ponti. A vederla da qua in alto la cosa più naturale è fermarsi a metà, fissarsi sul sole arancione che sfuma l’acqua e gli edifici. “In Portogallo non abbiamo albe, solo tramonti”: sono tra i più belli che abbia mai visto.
Lisboa
Le salite e discese stavolta non ci stupiscono più. Ci stupisce invece il sole limpido e caldo, da manica corta, mentre picchia sui tetti rossi di una città che non somiglia a nessun’altra. Bianca, marrone, asciutta e chiara, Lisboa si può guardare dall’alto o dal basso. Dalle onde del Rossio, dalla cattedrale dei treni, dalla praça do Comercio che si tuffa in acqua. Oppure da Santa Luzia, dove scopri che il Tejo è immenso, dall’elevador de Santa Justa su cui l’amico della guida ti fa salire a scrocco. Puoi guardare nelle case dalle finestre senza vetri del tram 28, prendere freddo la sera se non stai attento. Lisboa ha il sapore dolcissimo della ginjinha mescolato con l’aspro delle ciliegie, morbido come il pane delle bifanas. Ha il potere di farti scordare la stanchezza delle ore di cammino col rumore delle onde sotto la torre di Belém, con i pescatori immobili per ore e con la cannella sui divini pastéis de nata. Tornando in ostello, la sera, mi lasciava la sensazione di giornate complete, piene di attività; nonostante la mia tendenza a tormentarmi di pensieri, Lisboa mi saziava la mente e mi regalava il modo di staccare da quello che restava, in un altro mondo, tutto il resto della mia vita.
Quando poi iniziavamo a pensare di orientarci, Sintra ci ha sbalzato nella foresta delle favole. Era davvero matto il miliardario che si è fatto un giardino che sembra un labirinto. Devono esserci andati dei bambini, a colorare il Palacio da Pena in quel modo strampalato, devono esserci stati orchi e gnomi che hanno lasciato ai massi quelle forme tonde. Ci sono volute gambe volenterose e una buona sciarpa, per non fermarsi a metà strada e salire fino in cima. Ma la vista da lassù ha ripagato ogni stanchezza.
Cabo da Roca - Onde a terra se acaba e o mar começa
Qualsiasi cosa dovrebbe essere vista sotto questa luce. Circonda e schiarisce, fa arrossire, e penso che tutto, chiunque, qui apparirebbe bellissimo. Il vento entra nel cervello e disperde tutti i pensieri maligni che ci restavano attaccati con piccoli uncini. Senti soltanto il suo soffiare, non sei più nessuno per il resto del mondo, se non un metro e cinquantaqualcosa a un passo dallo strapiombo. Non c’è bisogno di avere una vita, basta questo turbine e le montagne e il mare intorno che ti fanno vedere di cosa sono capaci. Si dovrebbe poter tornare qui, ogni tanto, per smettere di sentirsi in trappola, di avere un carattere, di litigare, di preoccuparsi del futuro. Si dovrebbe vedere questa luce, questo vento. Chissà se basta ricordare.
lunedì 26 settembre 2011
Forma mentis
Sono cresciuta in un paese piccolo, in cui conosciamo il benzinaio, la fornaia e la salumiera del supermercato. La signora dell’edicola sa esattamente a che punto sei della tua vita e come stanno i tuoi parenti, il barista ti dà i biglietti del pullman senza neanche chiedere. Ci si presenta per soprannome di famiglia, in dialetto, quando si cerca qualcosa si sa sempre dove andare.
Da piccola, abitavamo in un condominio al primo piano, affianco a zio Pierino. Al piano di sotto, nonna nonno e zia Pina, al piano di sopra zia Caterina. Tenevamo le chiavi sempre attaccate alle porte, a pensarci ora, altro che ladri. Mi ricordo la resina degli abeti che non si staccava dalle dita, i legnetti per fare zattere legate male, il tavoliere di nonna sempre su due sedie. Sentirsi grande quando ti davano il permesso di sbucciare le mandorle col martello. Il cancello come rete da pallavolo, il fracasso del portone della rimessa quando giocavamo ai dieci fratelli con le cugine.
Siamo andati a casa nuova in campagna che avevo una decina d’anni, ma siamo stati soli per poco. Adesso nelle case accanto ci sono zio Pierino, zia Pina e zia Caterina. Siamo una specie di villaggio vacanze in cui le porte d’ingresso non le usa nessuno: si passa dalla cucina, dalla veranda, dalle porte finestre sempre aperte. Se zia Annamaria ti invita per il caffè, è scontato che possa apparire Andrea, Elena o zio Piero, se ti bevi qualcosa sul divanetto la sera d’estate puoi ritrovarti in dieci dopo mezzora. È una sorta di paese in miniatura, una rete di risate e chiacchiere, che ha i suoi momenti di invadenza così come quelli geniali. Ma nessuno sente il bisogno di chiedere permesso.
Io sono della stessa forma. Si arriva facilmente, senza superare prove. Si entra a far parte di un via vai in cui si può scegliere quanto fermarsi: in una casa non entrano solo gli ospiti più desiderati, sarebbe tutto troppo distillato. Chiaro, alcuni vorrei farli restare più tempo, preparo da mangiare e da bere, moltiplico l’accoglienza, con altri è tutto più veloce. Alcuni vanno via sempre quando la conversazione stava entrando nel vivo. Ma sono una persona poco abituata alle distanze e alle formalità, permesso scusa per piacere non ti offendere posso? Le ho imparate dopo, e non sono la cosa che mi riesce più naturale. Sono un po’ ruvida, lancio frasi mal presentate, penso sempre un attimo in ritardo che potevo dare fastidio. Per i miei pochi chiavistelli le chiavi le do io stessa. Ma il microcosmo che mi ha cresciuta mi ha insegnato che spesso le cose più oneste, le migliori, non passano per un lento tastarsi e annusarsi per stabilire una compatibilità molecolare. Sono estemporanee, a volte terra terra, sono risate fragorose e parole a profusione. Entrano senza problemi, ma vanno via tranquille se capiscono di disturbare. Portano con sé inviti, racconti da riraccontare, qualche libro, odori e gusti sconosciuti. Sono porte aperte a qualunque ora, senza passare per l’ingresso.
"Non parlarmi di sociologia
non fermarmi mentre scivolo via,
nei salotti bene che piacciono a te
si fuma e si parla di polvere...
Spesso stando fermi si viaggia di più
dillo agli imbecilli con cui viaggi tu
Salgo su una stella la mia ideologia
è un altro universo,
è casa mia
è un luogo diverso,
è un'utopia..."
Da piccola, abitavamo in un condominio al primo piano, affianco a zio Pierino. Al piano di sotto, nonna nonno e zia Pina, al piano di sopra zia Caterina. Tenevamo le chiavi sempre attaccate alle porte, a pensarci ora, altro che ladri. Mi ricordo la resina degli abeti che non si staccava dalle dita, i legnetti per fare zattere legate male, il tavoliere di nonna sempre su due sedie. Sentirsi grande quando ti davano il permesso di sbucciare le mandorle col martello. Il cancello come rete da pallavolo, il fracasso del portone della rimessa quando giocavamo ai dieci fratelli con le cugine.
Siamo andati a casa nuova in campagna che avevo una decina d’anni, ma siamo stati soli per poco. Adesso nelle case accanto ci sono zio Pierino, zia Pina e zia Caterina. Siamo una specie di villaggio vacanze in cui le porte d’ingresso non le usa nessuno: si passa dalla cucina, dalla veranda, dalle porte finestre sempre aperte. Se zia Annamaria ti invita per il caffè, è scontato che possa apparire Andrea, Elena o zio Piero, se ti bevi qualcosa sul divanetto la sera d’estate puoi ritrovarti in dieci dopo mezzora. È una sorta di paese in miniatura, una rete di risate e chiacchiere, che ha i suoi momenti di invadenza così come quelli geniali. Ma nessuno sente il bisogno di chiedere permesso.
Io sono della stessa forma. Si arriva facilmente, senza superare prove. Si entra a far parte di un via vai in cui si può scegliere quanto fermarsi: in una casa non entrano solo gli ospiti più desiderati, sarebbe tutto troppo distillato. Chiaro, alcuni vorrei farli restare più tempo, preparo da mangiare e da bere, moltiplico l’accoglienza, con altri è tutto più veloce. Alcuni vanno via sempre quando la conversazione stava entrando nel vivo. Ma sono una persona poco abituata alle distanze e alle formalità, permesso scusa per piacere non ti offendere posso? Le ho imparate dopo, e non sono la cosa che mi riesce più naturale. Sono un po’ ruvida, lancio frasi mal presentate, penso sempre un attimo in ritardo che potevo dare fastidio. Per i miei pochi chiavistelli le chiavi le do io stessa. Ma il microcosmo che mi ha cresciuta mi ha insegnato che spesso le cose più oneste, le migliori, non passano per un lento tastarsi e annusarsi per stabilire una compatibilità molecolare. Sono estemporanee, a volte terra terra, sono risate fragorose e parole a profusione. Entrano senza problemi, ma vanno via tranquille se capiscono di disturbare. Portano con sé inviti, racconti da riraccontare, qualche libro, odori e gusti sconosciuti. Sono porte aperte a qualunque ora, senza passare per l’ingresso.
"Non parlarmi di sociologia
non fermarmi mentre scivolo via,
nei salotti bene che piacciono a te
si fuma e si parla di polvere...
Spesso stando fermi si viaggia di più
dillo agli imbecilli con cui viaggi tu
Salgo su una stella la mia ideologia
è un altro universo,
è casa mia
è un luogo diverso,
è un'utopia..."
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