mercoledì 6 agosto 2008

Una notte di mezza estate

Mi addormento con la voglia di parlarti, come ogni sera ultimamente. Mi pare di ospitare nella gola una corrente indistinta di parole, un garbuglio di fatti, di idee, senza un soggetto e un verbo, che trattengo a fatica. Sogno spesso ad occhi aperti di me che ti parlo e ti racconto tutto, senza i veli dell’imbarazzo e della distanza, senza i freni della gelosia. A volte ti stringo a me, mentre dico qualcosa di molto intimo, oppure mi volto dall’altra parte, se descriverti un ricordo doloroso (proprio quello, il più nero che ho) mi fa tremare la voce o piangere. Mi vergogno di piangere. Eppure di spalle e chiusa a tutto con le frasi che mi si spezzano, spero comunque di sentire il tuo calore; un abbraccio magari, sì, un abbraccio tenero come quello che desideravo nel sonno, quando mi svegliavo con le braccia attorno al corpo. Quando mi cadevano le lacrime già nel caffè della colazione.
Sogno ad occhi aperti che mi ascolti e rispondi con frasi semplicissime, a voce bassa, ed accetti le mie verità senza scandalizzartene. Non ho paura di svelartele, persino quelle che mi vedono infantile e sciocca, quelle che ti portano a capire le mie viltà più radicate, so che non ci sarà freddezza nel tuo giudizio. Ho stranamente superato il mio terrore costante di perderti, è una libertà che non mi sono mai presa con nessuno; ma non c’è nulla di coraggioso nel silenzio, nulla di eroico, io voglio che tu lo sappia. Naturalmente non pretendo che ti esponga con me allo stesso modo, conosco le tue confidenze altalenanti, la difficoltà che a volte hai (ancora?) a lasciarti andare: non è mancanza di fiducia in me, non credo, piuttosto è di te che ti fidi poco. Nonostante tutto capita che inizi a parlare, poche parole all’inizio e veri aneddoti lunghi e circostanziati poi, ti vedo schiuderti lentamente e me ne accorgo, io mi accorgo: è qualcosa di così effimero e fragile che trattengo il respiro. E’ quello che mi ha attratto subito in te, quella piccola luce bianca che tieni così ben nascosta con le tue risate. Un regalo per me, il tuo, di lasciarla uscire: so già di non saper rispondere, non poter renderti giustizia. Un attimo soltanto, dimmi ancora di te, lasciati accogliere. E più tardi il sonno, che ci trova così, quasi dispiaciuto di disturbare cerca di posarsi silenziosamente, si offre da riposo.
Quanto sogno ancora, lo vedi? Ad occhi aperti addirittura. Una delle due cose che non ti ho detto è che questa è l’unica vera consolazione che ho, anche se lo vedi già da te. Riguardo alle cose che tu non mi hai detto... adesso ridi pure, ho già capito.

«Sì, hai visto giusto: un bambino piccolo e magrissimo, con il volto amareggiato. Un bambino sempre teso, insofferente come un vecchio, e irrequieto, terribilmente agitato. Come se dovesse sempre dimostrare qualcosa e lottare per la vita. Come facevi a saperlo? Come può una persona conoscerne un’altra? Un cospiratore, hai scritto. Ma uno di quelli che agiscono in casa, in famiglia. Sì, sì! Persino la cosa tremenda che hai detto sulla solitudine, diversa da quella degli altri bambini. Ogni tua parola è caduta esattamente dove era attesa da anni. Non la solitudine di un bambino, ma quella che prova una persona affetta da una malattia infamante (come mai non hai avuto paura di scrivere questa parola?). E’ vero, è vero, un bambino che sta attento a non indebolirsi, a non cullarsi nell’illusione che sia possibile concedersi, che esiste, da qualche parte, la possibilità di lasciarsi andare...»

[David Grossman]

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